Alla fine ha accettato la stessa corte sfarzosa e faraonica di febbraio. Quando ancora non si sentiva pronto, era troppo fresca la separazione dal suo Marsiglia. Adesso, invece, sebbene avesse preferito valutar con calma e magari accettar d’estate, non ha saputo dir di no.
L’ultima sfida di Roberto De Zerbi si chiama Tottenham. Un matrimonio potenzialmente straordinario, come altrettanto autolesionista. Cuore pulsante e calcio rivoluzionario, esteticamente perfetto per gratificar i fini palati del Tottenham Hotspur Stadium; ma carattere impulsivo e società latitante a lungo andare se a lungo andare ci si dovesse mai arrivare, con l’aspetto più rilevante all’immediato orizzonte quale battaglia salvezza e sette finali davanti a sé per evitare una retrocessione che logorerebbe la sua carriera e la storia degli Spurs.
Ma alla fine ha detto sì. Ha abbracciato un progetto di ricostruzione a lungo termine, anche se nel breve le circostanze dovessero precipitare. Contratto di cinque anni e soprattutto ricchissimo: torna in Premier dopo Brighton dalla porta economicamente principale, sarà il terzo manager più pagato oltremanica. Prima la salvezza, poi la fatidica ricostruzione estiva. L’ufficialità poco fa, nell’ultimo ventoso pomeriggio di fine marzo. Chi apprezza, chi meno: gran parte della tifoseria non voleva nient’altro che il ritorno di Pochettino, ancora una volta evidentemente una decisione impopolare.


