Non c’è verso. Non se ne esce. Una vera e propria crisi tennistica. Che speriamo, nel tempo e nei mesi, di non dover declinare al sostantivo involuzione. La California doveva rappresentare per Jasmine Paolini il punto di definitiva ripartenza, dopo quell’estremamente confortante percorso fino alla semifinale a Merida, in Messico, che doveva rappresentar tracciato propedeutico a tornare in pista al 100% ad Indian Wells.
Ma il risultato di stanotte, sebbene l’Italia si sia svegliata estasiata per ciò che fronte Baseball trapelava di storico oltreoceano, non può certamente passare inosservato. Dopo le disastrose apparizioni di inizio anno con premature eliminazioni a cavallo tra Melbourne, Doha e Dubai, anche in questo caso l’avventura ai Masters 1000 è finita prima del previsto. Quantomeno, senz’altro, dell’ambito.
Dopo gli illusi successi ai primi turni, Jasmine è scivolata di nuovo. E fa ancora più rumore, perché ad averla buttata fuori agli ottavi di Indian Wells è soltanto la 125° del ranking WTA: l’australiana Gibson. Al terzo set scivola via, Jasmine, annebbiata, confusa e disordinata: un 6-1 ormai in balia degli eventi e dell’avversario. Contro un avversario così impronosticabile, la Paolini esce.
Ed adesso è crisi. Se non psicosi. L’anno della consacrazione rischia di diventare quello dell’involuzione. Per un Indian Wells che resta evidentemente stregato per Jasmine. Un tabù, una maledizione: per il terzo anno consecutivo esce agli ottavi, per il terzo anno consecutivo non riesce a centrare quei fatidici quarti di finale. E da numero sette del seeding, è tremendamente deludente.


