Il cuore “bruciato” dal ghiaccio secco e poi impiantato a Domenico, il bimbo di due anni e 4 mesi morto sabato scorso, potrebbe essere stato già danneggiato durante le fasi del prelievo. È attorno a questo interrogativo che si concentrerà una parte decisiva dell’inchiesta sulla morte del piccolo deceduto dopo aver ricevuto a Napoli un organo rivelatosi gravemente compromesso. Per giorni il dibattito si è concentrato quasi esclusivamente sull’utilizzo del ghiaccio secco, materiale che, se impiegato in modo non corretto, può determinare un abbassamento eccessivo della temperatura fino a provocare lesioni da congelamento. Ma oggi l’asse dell’indagine – condotta dai carabinieri del Nas di Napoli – sembra spostarsi sempre più indietro, alla sala operatoria di Bolzano dove, il 23 dicembre scorso, il cuore venne espiantato. Erano diverse le persone presenti lungo il tavolo operatorio: un anestetista e un infermiere che lo assisteva, la cui visuale era però coperta da un telo, poi i due medici napoletani che sono tra gli indagati (i cardiochirurghi Gabriella Farina e Vicenzo Pagano), il team di Innsbruck per il prelievo di fegato e reni, una
Cuore “bruciato”, l’ipotesi del danno già durante il prelievo: procedura durò 102 minuti. Ghiaccio consegnato da una operatrice sanitaria. Sentita l’equipe austriaca
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