di Raffaele Galardi
Quando il Capo dello Stato invita ad abbassare i toni, non è mai un gesto ornamentale. È un segnale istituzionale, un richiamo alla misura, un avvertimento che il conflitto politico sta superando la soglia fisiologica. In Italia quel ruolo oggi è affidato a Sergio Mattarella, custode di un equilibrio che non è neutrale, ma costituzionale.
L’abbassare i toni non è un vezzo retorico. È una richiesta di responsabilità. Significa ricordare che le parole, soprattutto quando pronunciate da chi governa o aspira a governare, non restano sospese nell’aria: producono effetti, legittimano comportamenti, orientano il clima civile. La storia repubblicana insegna che le fasi di maggiore fragilità democratica sono sempre state precedute da una degradazione del linguaggio pubblico.
Alzare i toni in risposta a un invito alla moderazione non è soltanto una scelta comunicativa. È un atto politico consapevole. È la decisione di trasformare il conflitto in scontro permanente, di sostituire l’argomentazione con la contrapposizione frontale, di parlare alla parte più radicalizzata del proprio elettorato anziché al Paese nel suo complesso. È una strategia che può portare consenso nell’immediato, ma
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