Il piano, sempre più esplicito, di preparazione alla guerra dell’Unione europea non riguarda solo il riarmo in senso stretto, ma investe anche il mondo dei trasporti: infrastrutture e transito di uomini e mezzi. Capisaldi di questo piano sono la Mobilità militare e il Libro bianco della difesa: entrambi i documenti pongono l’accento sui problemi strutturali e burocratici che limitano gli spostamenti degli eserciti in Europa e sulla necessità di creare un quadro comune di gestione delle crisi anche dal punto di vista della mobilità. Ma l’Europa, nel pieno del suo delirio bellicista, dimentica un aspetto decisivo: alcune delle infrastrutture strategiche non sono più controllate pienamente da Paesi o aziende Ue a seguito delle politiche di liberalizzazione e privatizzazione volute proprio da Bruxelles.
Fin dall’inizio degli anni Duemila, infatti, l’Ue ha promosso una serie di riforme per stimolare la creazione di un mercato libero e competitivo a livello comunitario, sottraendo di fatto ai governi nazionali la gestione e in alcuni casi anche la proprietà delle reti di trasporto. Queste politiche hanno anche aumentato la frammentazione e la moltiplicazione delle compagnie coinvolte
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