La colpa è dei media che hanno utilizzato quella locuzione anglosassone per sintetizzare i concetti

I media (giornali e televisioni) sbagliano e inducono all’errore anche i lettori e gli spettatori che si informano. L’errore, il più delle volte, è nella scelta linguistica che viene utilizzata per descrivere alcuni fatti. Parole e locuzioni spesso prese in prestito da vocabolari stranieri che, però, non raccontano esattamente la realtà. Ed è così che da un paio di giorni si sta parlando dell’ultimo incredibile ritrovamento tra gli scavi di Pompei. Molte testate (quasi tutte) hanno parlato di street food Pompei, ma quel che è stato ritrovato (oltre che una conferma storico-culturale di importanza incredibile) è tutt’altro rispetto alla facile sintesi inglese che è stata utilizzata.

Quel che è stato ritrovato a Pompei è un thermopolium (dal greco, in latino si chiamava popina) che non ha nulla a che vedere con lo street food conosciuto in chiave moderna che vende prodotti (tipo supplì, pizza, ma anche cuoppi ripieni di bontà salate, o piadine) come lo intendiamo in epoca moderna. E a spiegare esattamente di cosa stiamo parlando ci pensa il sito termopolio.it, che ha scelto il suo nome proprio prendendo spunto da queste antiche locande.

Street food Pompei, il Thermopolium e la sintesi giornalistica

«Il termine a noi tanto caro deriva dal greco (ϑερμός – thermós «caldo» e πωλέω – poléo «vendere») e nessuno nella Roma imperiale lo utilizza», spiegano su termopolio.it. Lo scarso utilizzo nella Roma antica è dovuto, dunque, a un fattore linguistico che poco digeriva il greco. E per questo, in età imperiale, si utilizzava il latino popina (l’antecedente delle osterie). E cosa c’entra con l’attuale concetto di street food? Praticamente nulla.

Cos’era e perché non si può paragonare allo street food

In pratica, si trattava di una bottega che vendeva generi alimentari. Molti dei quali già cotti. Si poteva consumare lì sul posto rimanendo in piedi o sui tavoli allestiti. Insomma, non era un chiosco all’aperto dove prendere cibo da mangiare per forza in giro (da qui street food), ma un locale vero e proprio con tavoli e sedie. A volte, però, la sintesi giornalistica e l’innamoramento di termini anglosassoni portano a definizioni sbagliate.

 

Fonte: Giornalettismo

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