Il nostro cappotto, rivoltato, per scarpe gli zoccoli

Il mangiare era il nostro primo pensiero, poi un altro problema da non sottovalutare era coprirsi. Il cappotto era sempre un vecchio capo, spesso appartenuto al babbo o a un fratello più grande, che veniva rivoltato. L’interno veniva  messo fuori e la parte logora all’interno, tanto non si vedeva; ovviamente, chi se lo poteva permettere andava dalla sarta a farsi rimodernare il vestito o il cappotto, altrimenti, c’era la mamma o la nonna, che facevano questi lavori.

I vestiti degli adulti, seppure logori, le mamme li rammendavano e li passavano ai figli più piccoli; con le scarpe era ancora peggio, ma non soltanto nel periodo della guerra, purtroppo anche prima non le avevamo, e si portavano gli zoccoli di legno. Le faceva la ditta Montalboldi la quale aveva la segheria a Porta Romana in Via delle Fortezze.

Questi zoccoli poi, nella parte superiore si ricoprivamo alla meglio con rimanenze di stoffe, avanzi di vecchie borse, persino con le fodere degli elmetti dei militari. In queste specie di scarpe, ci si metteva tutto quanto permetteva di soffrire meno possibile il freddo.

Questo tipo di calzature, cioè gli zoccoli, le portavamo durante il periodo della guerra, perché prima, quelle poche che riuscivamo ad avere, le tenevamo tanto da conto, e quando si “sfonnavano” venivano risuolate, inoltre per cercare di non farle consumare, venivano rinforzate con dei chiodi messi tutti intorno alla suola e anche in mezzo ad essa.

A protezione della punta ci veniva messo un ferretto,così come nel tacco, poi, sempre tutto intorno, e nel mezzo di esso (il tacco), c’erano dei chiodi più grossi chiamati acciarini, perché avevano una testa più grossa.

Il guaio era che spesso la ruggine faceva staccare qualche chiodo, allora il calzolaio metteva una zeppa di legno nel buco, e poi infilava nuovamente il chiodo. Tutto questo d’inverno, perché d’estate andavamo scalzi.

 Per i poveri c’era il Patronato scolastico che dava gratuitamente cartella, libri, e quaderni. C’era anche il refettorio per noi bambini, e anche per gli adulti

La scuola che io ho conosciuto durava fino alla quinta elementare, ma non tutti riuscivano a completarla. Mia madre mi diceva che prima era fino alla sesta, e per  lei era un vanto aver fatto tutte e sei le classi. Io ho ripetuto diverse classi, e la quarta non l’ho mai fatta.

La scuola non aveva modifiche, nel senso che i testi erano sempre gli stessi per tutti gli anni,per i più poveri interveniva il patronato che dava i libri gratuitamente, sul libro c’era il timbro del Patronato Scolastico, e al termine degli studi si doveva riconsegnare poiché sarebbe servito a chi iniziava nuovamente la scuola.

 A mezzogiorno, finite le ore scolastiche, si andava al refettorio a mangiare, lì trovavamo anche tante famiglie disagiate, alle quali era dato da mangiare gratuitamente.

Altre famiglie andavano presso i frati cappuccini, qui, usciva all’aperto un frate, fra’ Antonio, portando un grande calderone d’alluminio pieno di minestra, poi, con un grosso mestolo anch’esso dello stessa lega, riempiva di minestra i recipienti di latta, o di coccio, che le persone s’erano  portati da casa.

 Altre famiglie si rivolgevano presso le suore del Buon Pastore, che anche loro distribuivano da mangiare. Queste minestre distribuite dai frati o dalle suore, la gente la chiamava pacchia o sbobba. Da non pensare che tutti questi disagi venissero a causa della guerra, questo accadeva già prima.

La gente era molto sofferente, c’era il libretto dei poveri che quando una persona si ammalava, un familiare lasciava un foglietto del suddetto libretto, con il nome cognome indirizzo dell’ammalato, lo portava in farmacia e qui veniva lasciata la chiamata per il medico condotto, che all’epoca era il dott Marzetti. Egli tutti i giorni passava dalla farmacia, quando trovava “la chiamata”, andava presso l’abitazione del richiedente, e visitava la persona senza farla pagare.

 Le medicine prescritte non erano come quelle di adesso, ma in genere erano prodotti galenici, ed erano preparate dai farmacisti o dai frati. Essi, a seconda del bisogno, preparavano una cartina con dentro il prodotto che necessitava alla malattia. Questo preparato, il malato lo  avvolgeva in un’ostia, poi, lo bagnava con un po’ d’acqua, dopodiché, l’inghiottiva, aiutato ovviamente da un bicchiere d’acqua.

Tra i frati molto famoso, era Padre Daddario, che prima stava nel convento a Piazza della Morte, poi si trasferì dai frati dei Cappuccini. Egli andava per le campagne o in montagna, a raccogliere le erbe giuste nei periodi giusti, e confezionava queste misture che poi venivano usate come decotti, impiastri, o altro.   

Tratto dal libro: 17 GENNAIO 1944 “in quell’attimo anche gli angeli si misero a piangere”

Rosanna De Marchi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *