Ferma da oltre un anno in Senato la legge contro le pratiche commerciali sleali.

Il nostro Paese ha tempo fino a maggio 2021 per recepire la direttiva europea nel settore agroalimentare, ma nei cassetti di palazzo Madama c’è una proposta tutta italiana che va oltre le regole Ue e sana situazioni che il testo di Bruxelles non contempla, come ad esempio le aste a doppio ribasso, che costringono i fornitori a vendere merce a prezzi inferiori a quelli di produzione. Nel frattempo, la vita del settore è monopolizzata dalla Grande distribuzione, che sfrutta i produttori a proprio vantaggio. In una videoinchiesta di Presadiretta le prove del ricatto: i contratti, ovvero la traccia delle responsabilità di una filiera distorta, dove il consumatore non sa chi guadagna dal suo acquisto.

A un anno e mezzo circa dall’approvazione della direttiva Ue 2019/633 contro le pratiche commerciali sleali nel settore agroalimentare, quasi nulla è cambiato nella filiera che finora ha continuato a facilitare illegalità e sfruttamento. Mentre la proposta di legge che avrebbe dovuto anticipare (e superare) il recepimento del testo europeo, approvata dalla Camera il 27 giugno 2019 alla vigilia di una nuova stagione per la raccolta di pomodori, è ferma in Senato da allora. “L’Italia ha tempo fino a maggio 2021 per recepire il testo europeo che, comunque, non risolverà da solo tutte le distorsioni del sistema – spiega a ilfattoquotidiano.it Giorgia Ceccarelli, policy advisor per la sicurezza alimentare di Oxfam Italia – un po’ perché non include tutte le pratiche sleali di cui sono vittime i fornitori in Italia, escludendo ad esempio le aste al doppio ribasso (bandite, però, nella proposta di legge ferma in Senato, ndr), un po’ perché anche quelle vietate sono facilmente aggirabili”.

Nel frattempo, la Grande distribuzione organizzata, approfittando molto spesso della deperibilità dei prodotti, continua a imporre prezzi bassissimi ai fornitori. Sono loro a pagare, tuttora, anche i 3X2 e tutte le promozioni a prezzi stracciati lanciate dai supermercati per attirare i consumatori. L’emergenza Coronavirus ha persino peggiorato la situazione perché nonostante l’aumento di consumi e di prezzi, soprattutto per alcuni prodotti, le cifre intascate dai produttori sono rimaste le stesse. Le pressioni e le imposizioni che i fornitori continuano a subire per poter vedere esposti i loro prodotti nei supermercati italiani sono raccontate in un reportage curato dalla giornalista Giulia Bosetti, che andrà in onda lunedì in prima serata su Rai Tre, nel corso del programma di approfondimento Presa Diretta, condotto da Riccardo Iacona e del quale potete vedere un’anticipazione esclusiva su ilfattoquotidiano.it.

IL RECEPIMENTO DELLA DIRETTIVA E LA LEGGE FERMA IN SENATO – Si parlerà anche della direttiva europea. Il testo vieta 16 pratiche commerciali, dieci considerate sleali e bandite indipendentemente dalle circostanze e altre sei consentite se previste negli accordi di fornitura, che spesso produttori e grossisti sono costretti a firmare, pur di rimanere in piedi. “Il testo europeo, però, stabilisce gli standard minimi che ogni Stato deve rispettare, garantendo a ciascuno la libertà di estendere la lista delle pratiche sleali vietate” spiega Giorgia Ceccarelli. Tutto affidato all’articolo 7 della proposta di legge delega per il recepimento delle direttive europee. Si dovrebbe arrivare all’approvazione di un decreto legislativo entro il prossimo 1 maggio. “Poi c’è la proposta di legge 1549-A – ricorda la policy advisor per la sicurezza alimentare di Oxfam Italia – che regola le vendite sotto costo, vieta le aste al doppio ribasso e disciplina le filiere etiche. Avrebbe dovuto anticipare il recepimento della direttiva europea, ma approvata dalla Camera dei Deputati, è ferma in Senato da oltre un anno”. Un segnale non certo positivo per chi spera in un recepimento della direttiva che limiti davvero lo strapotere della Grande distribuzione organizzata.

LE PROVE DELLA RESPONSABILITÀ DELLA GDO – Nel frattempo, per capire cosa continua ad accadere, bisogna andare nelle pieghe degli accordi contrattuali di fornitura. Sono la prova, nero su bianco, delle responsabilità di una filiera distorta, dove il consumatore non sa chi guadagna dal suo acquisto. Durante la preparazione del reportage che andrà in onda nel corso della prossima puntata di Presa Diretta, Giulia Bosetti è entrata in possesso dei contratti che due fornitori italiani hanno firmato con altrettanti noti gruppi della Grande distribuzione organizzata. “Nel primo contratto – spiega la giornalista a ilfattoquotidiano.it – si impongono al fornitore cinque sconti commerciali, che partono da un 2% per arrivare al 19% per ogni singolo ribasso e che si sommano tra di loro. A questi vanno aggiunti lo sconto di fine anno incondizionato del 2% e persino lo sconto per le fidelity card, che si fanno pagare ai produttori”. Ci sono poi i contributi che alcune catene chiedono ai produttori per l’apertura di nuovi supermercati e i compensi per le centrali di acquisto, ossia le piattaforme che raccolgono e smistano i prodotti che devono essere venduti nei supermarket. “Il secondo contratto che ho avuto modo di leggere – racconta la giornalista – era formulato in una maniera ancora differente e i compensi promozionali arrivano fino al 18%”.

GLI EFFETTI DELLA FILIERA DISTORTA – La conseguenza di tutto questo è che al supermercato una confezione di ciliegie perfette (“così le richiede la grande distribuzione, il resto è uno scarto del 20-30%”) si può vendere in offerta a 2,49 euro, ossia 10 euro al chilo “quasi tre volte di più del prezzo pagato al produttore di Bisceglie che le ha fornite alla grande distribuzione” e di cui è stata raccolta la testimonianza. Il paradosso è quello raccontato da un grossista di meloni di Fondi (Latina), che acquista il prodotto in Italia a 1,50 euro, mentre la Gdo gliene chiede meno. Anche perché il prezzo sul volantino viene scritto anche mesi prima di conoscere quello di produzione, che dipende anche dalle condizioni atmosferiche. Solo così le catene di supermercati possono permettersi di attirare i consumatori con offerte sempre più basse, scaricando sui produttori costi e rischi. “Abbiamo parlato con un produttore che ha dovuto chiudere l’azienda, perché si è rifiutato di pagare alcuni sconti retrodatati – aggiunge la reporter – mentre c’è chi ha dovuto pagare 50mila euro solo per diventare fornitore di un determinato gruppo. Ci hanno raccontato che vengono pretesi i cosiddetti ‘listing fee’ per posizionare in un determinato modo i prodotti sugli scaffali”. Alla fine, su 100 euro spesi dal consumatore, solo 22 vanno all’agricoltore e, in caso di trasformazioni, appena 6 euro vanno al produttore, il resto va a distribuzione, trasporto, marketing.

LE ASTE AL DOPPIO RIBASSO – E poi c’è il tema delle aste al doppio ribasso, meccanismo con cui la catena chiede ai fornitori qual è il prezzo più basso che sono disposti ad applicare per un prodotto. Viene scelto quello più basso, che diventa la base di una seconda asta (a scendere). E così molti fornitori, pur di aggiudicarsi la commessa, spesso vendono a un prezzo al di sotto del costo di produzione. In Italia, uno dei casi più eclatanti è scoppiato ad agosto 2018, quando Eurospin è finita al centro di un’inchiesta de l’Internazionale per un’asta al doppio ribasso con cui l’azienda si è assicurata 20 milioni di bottiglie di passata di pomodoro da 700 grammi a un prezzo unitario di 31,5 centesimi di euro.

COME MIGLIORARE RISPETTO ALLA DIRETTIVA E AL TESTO ITALIANO – Come sottolineato nelle linee guida sul recepimento della direttiva scritte da TraidCraft Exchange con la collaborazione di Ifoam, Fair Trade Advocacy Office e Oxfam, oltre al divieto esplicito delle aste al doppio ribasso (previsto dal testo italiano fermo in Senato) sarebbe necessario migliorare anche altri aspetti. In primo luogo “estendere il campo di applicazione, includendo tutti i fornitori indipendentemente dalle loro dimensioni” in quanto l’acquirente più piccolo con sede in un Paese Ue può avere un potere di mercato maggiore rispetto al suo fornitore più grande con sede in un paese in via di sviluppo. Ma anche “introdurre un divieto globale di pratiche commerciali sleali” e non solo delle sedici bandite perché “potenti acquirenti potrebbero semplicemente trovare altri modi per acquistare che, sebbene non specificamente vietati, sono comunque palesemente ingiusti nei confronti del fornitore”.

Un approccio adottato nel Regno Unito ed è alla base del Codice di condotta per la fornitura di generi alimentari del 2009. Occorre, inoltre, tutelare dal delisting ritorsivo i fornitori del settore agroalimentare che difficilmente possono denunciare trattamenti iniqui, magari con una disposizione che impone all’acquirente di comunicare, motivandole, “tutte le decisioni di declassamento con ragionevole preavviso”. Un capitolo importante è quello delle sanzioni. Il ddl di recepimento dovrebbe introdurre “sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive” entro il limite massimo del 10% del fatturato realizzato nell’ultimo esercizio precedente all’accertamento. Un passo in avanti rispetto alle sanzioni attuali (modeste, rispetto ai fatturati di cui si parla), che può comminare solo l’Antitrust. E, su questo fronte, c’è chi dal recepimento si aspetta che l’autorità venga dotata di mezzi idonei che le consentano di intervenire d’ufficio o l’affiancamento dell’Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari del Ministero delle Politiche agricole.

FONTE: Il Fatto Quotidiano.it

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