La maggior parte dei contagi da covid è riconducibile a pochi pazienti “superdiffusori”: questo dovrebbe influire sul modo di affrontare la pandemia.

Ormai l’abbiamo imparato, R0 (r-con-zero) indica il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ciascun individuo infetto in una popolazione completamente suscettibile a un nuovo patogeno e fotografa la contagiosità media del coronavirus SARS-CoV-2 in un dato luogo e in un dato momento. È un valore indubbiamente utile per capire l’andamento della pandemia di covid, ma non fotografa sempre in modo accurato il modo in cui il virus si disperde, cioè per lo più in grandi ondate, in cui poche persone positive sono responsabili della maggior parte dei contagi.

Come spiega un interessante articolo sull’Atlantic, a dirci se un virus si diffonde in maniera lineare e prevedibile (come l’influenza) o invece mediante “fiammate” in cui un singolo contagia molti altri (come è per la covid) è invece un altro valore chiamato k, che misura le modalità di dispersione di un patogeno. Questo parametro potrebbe rivelarsi estremamente più utile per adottare strategie di contenimento della pandemia.

POCHE PERSONE NE CONTAGIANO MOLTE. Molti studi dall’inizio dell’emergenza covid hanno evidenziato che il 10-20 per cento delle persone positive al virus potrebbero essere all’origine dell’80-90 per cento dei contagi, mentre un gran numero di positivi lo trasmettono a malapena. Il problema – e il motivo per il quale dovremmo tutti comportarci come potenziali positivi asintomatici – è che non sappiamo quali siano le caratteristiche dei cosiddetti “superdiffusori”. Abbiamo però intuito quali sono le situazioni più a rischio (ne abbiamo scritto qui). Come fa notare l’Atlantic, questa strategia di diffusione del coronavirus SARS-CoV-2 non ha ancora sufficientemente trasformato le nostre modalità di combatterlo; eppure, tenerne conto potrebbe rendere molto più efficienti le attività di contact tracing e di diagnostica.

INDAGINI RETROSPETTIVE. Se adottassimo una strategia di contact tracing capace di “andare a ritroso” per risalire alla persona che ha contagiato un paziente infetto, individuando così il “super diffusore”, troveremmo molti più casi di quanti se ne scoprono con l’approccio contrario, che indaga invece tra tutte le potenziali successive esposizioni di un positivo: gran parte delle catene di trasmissione si esauriscono infatti da sole senza grosse conseguenze.

RAGIONARE SUI GRANDI NUMERI. Identificare gli eventi e le persone maggiormente legati alla trasmissione è insomma più importante che scovare i singoli casi di infezione. Questo dovrebbe far riflettere anche sulla strategia usata per i tamponi. Le modalità di dispersione della covid fanno capire l’importanza di test rapidi, semplici ed economici come quelli della saliva, molto accurati nell’individuare le persone che non hanno la malattia ma un po’ meno accurati nel trovare i positivi (potrebbe sfuggirne qualcuno). Se l’obiettivo è rintracciare i principali cluster di diffusione, in caso di soli negativi potremmo pensare con ragionevole certezza di non trovarci davanti a un evento di superdiffusione. Nel momento in cui dovessero emergere diversi positivi si potrebbe invece presupporre che quel gruppo sia particolarmente a rischio (perché dove ci sono più contagi è più probabile, per le considerazioni fatte finora, che ve siano anche altri).

Anche i test delle acque di scarico, che hanno una bassa sensibilità (cioè potrebbero perdersi alcuni positivi) ma fotografano bene la diffusione delle particelle di SARS-CoV-2 in una data area geografica, potrebbero rivelarsi estremamente utili per tener traccia delle maggiori catene di diffusione.

LA MANIERA GIAPPONESE. La valutazione della capacità di dispersione potrebbe in parte spiegare il diverso andamento della pandemia nei vari Paesi del mondo. Emblematico, secondo l’articolo è il caso del Giappone, una delle prime aree interessate dal contagio ma dove la diffusione della malattia e il numero di decessi non sono cresciuti in modo esponenziale come altrove. In controtendenza rispetto al resto del mondo, il Paese non ha puntato su lockdown stringenti o su tamponi di massa.

Già a partire da febbraio, la strategia nipponica ha puntato ad interrompere le catene di trasmissione prendendo di mira i possibili eventi di superdiffusione. Ai cittadini è stato chiesto di evitare le situazioni con folle aggregate in spazi chiusi a stretto contatto, in spazi poco ventilati dove si parlava molto o cantava (con un riconoscimento precoce dell’importanza degli aerosol come veicolo del virus). Le operazioni di contact tracing sono procedute a ritroso, cioè provando a risalire alla fonte originale del contagio (per esempio, una singola serata di karaoke). In un certo senso sono state adottate regole meno restrittive ma più stringenti sui punti fondamentali: stadi e parchi a tema sono attualmente aperti, ma vige il divieto assoluto di cantare o urlare.

FONTE: Focus.it

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