Aspiriamo a crescere bambini condannati a essere perfetti. E in più anche felici, intelligenti e popolari. Senza accorgerci che le nostre aspettative rischiano di opprimerli. Dimenticando che è soprattutto di noi, che hanno bisogno.

Partiamo dalla fine. «Non so se dovrebbe scriverlo, ma glielo dico lo stesso… », scherza Matteo Lancini prima di chiudere la telefonata. «Se tutti i genitori amassero i propri figli per quello che sono, allora non ci sarebbe più bisogno di noi». Quel “noi” sta per psicologi e psicoterapeuti, e lui parla con cognizione di causa, visto che i ragazzi li conosce bene: è presidente del Minotauro, associazione che da più di 30 anni se ne prende cura.
Amare i figli per quello che sono: sembrerebbe facile, no? Chi mai si sognerebbe di cambiare il pacco A con quello B perché non risponde alle sue aspettative? E proprio qui sta l’inghippo, perché tutti i genitori (nessuno è escluso) fanno proiezioni sulla prole e questo meccanismo è insidioso, anche se mosso dalle migliori intenzioni.

«Il fatto che i figli nascano sempre più programmati, attesi, unici, ha cambiato il modo di crescerli, ha modificato i desideri che poniamo su di loro. Una volta proiettavamo quello che non eravamo riusciti a diventare noi, che ne so?, una ballerina, un calciatore, un ingegnere aerospaziale… Ora ci siamo convinti che essere buoni genitori significa offrirgli tutte le possibilità: dalla tata bilingue, passando per il campus estivo in programmazione robotica, fino al corso di hip hop o quello di cucina molecolare, a 5 anni. E poi devono essere popolari, quindi dobbiamo fargli avere tanti amici al punto che gli adulti adattano le loro frequentazioni a quelle dei bambini . E ancora: evitargli tutti gli inciampi, perché l’obiettivo, oltre a farli diventare super intelligenti e interessanti, è crescerli sempre sorridenti. L’accordo, chiaramente non esplicito, è questo: noi genitori facciamo di tutto per renderti felice a patto che tu non soffra. Ma è assurdo perché così carichiamo i figli di un’aspettativa irrealizzabile». A correre verso questo traguardo ideale i bambini si sfiancano. «Essere sottoposti a troppe aspettative confonde e alla confusione si aggiunge la stanchezza fisiologica: l’unica cosa che vogliono fare i bambini è giocare e ascoltare o inventare storie», spiega Annamaria Gobbo, psicoterapeuta psicosintetista con studio a Padova. «È un discorso di misura: le aspettative dei genitori sono legittime, ma dipende da come le vivono. E poi ricordiamoci che anche i figli ne ripongono in noi. La prima è quella di essere compresi. I genitori pensano di esserne capaci per diritto divino, ma per riuscirci bisogna ascoltarli questi bambini, parlarci fin da quando sono piccoli». Una prima forma di dialogo, per Gobbo, è la narrazione. «Leggere o raccontare una storia prima di andare a letto, la sera, è importantissimo perché apre un canale di comunicazione, ci aiuta a porci sullo stesso piano dei figli che, fino ai 7 anni circa, hanno una capacità di comunicare le proprie emozioni innata, basta chiedergli che cosa provano e loro la raccontano senza filtri. È con l’età che si inizia a pensare che le emozioni rendano vulnerabili quando invece è il contrario: ci aiutano a essere noi stessi e a comunicare con gli altri».

Tra gli ostacoli del difficile mestiere di genitore, Gobbo elenca anche i “condizionamenti esterni”, quelli della società in cui viviamo. Che poi è un po’ come quello che scrive l’autore francese Daniel Pennac a proposito dei genitori che andavano a lamentarsi da lui, al tempo professore, perché i figli non leggevano. “Non è vero, cari miei. Non volete davvero che leggano, volete che riescano negli studi, è ben diverso… Non volete che prendano il volo nella letteratura, volete che sappiano parlare in maniera intelligente di libri che non hanno letto”. Insomma, le proiezioni dei genitori sui figli a volte sembrano quasi un’operazione di marketing e il prodotto da vendere è la possibilità di dire “guarda quanto sono bravo a crescere un super bambino”.

Facciamo un passo indietro. Posto che avere delle aspettative è normale e che, è vero, non dovremmo farci condizionare troppo dagli altri, cosa c’è di male nel desiderare il meglio per i propri figli? «Il rischio è quello di creare un modello idealizzato dell’infanzia che, inevitabilmente, si scontrerà con l’adolescenza, se non prima», continua come un fiume in piena Lancini, che affronta questo tema anche nel suo ultimo libro, Cosa serve ai nostri ragazzi (Utet). «E poi bisogna uscire dall’idea di formare super bambini, perché è impossibile proteggerli da tutte le difficoltà. Finirà che davanti ai primi inciampi avranno paura di esprimere la loro sofferenza per non angosciarci». Insomma, tutte le possibilità che pensiamo di dargli rischiano di opprimerli, facendoli sentire sempre sotto pressione. La cosa più saggia che potremmo insegnargli, a sorpresa, è di rialzarsi dopo essere caduti e prepararci a stargli vicino, anche se magari proprio in quel momento le nostre aspettative saranno state disattese. «Qualcuno potrebbe pensare che sono discorsi astratti da psicologi ma vi faccio un esempio concreto: di recente mi hanno raccontato che un’azienda milanese, come prima fase di una selezione, ha chiesto ai giovani candidati di fare un breve video in cui raccontare un momento difficile della loro vita, ancora meglio se un vero fallimento, soffermandosi sul modo in cui erano stati capaci di superarlo».

Ma come si insegna a fallire? «Bisogna semplicemente fidarsi dei bambini, anche se hanno solo 4 anni, perché tutte le risorse sono dentro di loro», racconta con tono rassicurante dalla sua casa nel Maryland William Stixrud, neuropsicologo americano, autore del best seller (non ancora tradotto in italiano) The Self-Driven Child. «Se davanti a un problema li lasciamo sforzarsi di trovare una soluzione svilupperanno resilienza, se lo farà la loro mamma, invece, no. Questo non vuol dire farli soffrire, ma offrire loro aiuto senza agire per loro». Per Stixrud, il nemico di questo momento storico è la paura, ma non quella per il Covid-19. «Penso che i nuovi genitori siano più ansiosi delle generazioni passate per una questione di aumentata percezione dei pericoli: sarà un po’ per colpa dei media e un po’ perché sono così stanchi che tendono ad avere sempre la sensazione di non riuscire a tenere tutto sotto controllo e quindi vivono in un perenne stato di ansia. Ma la verità è che il mondo era più pericoloso quando io ero piccolo e potevo starmene fuori casa tutto il giorno senza che mia madre mi geolocalizzasse con lo smartphone». Il suo consiglio? «Non stressate i vostri figli occupando le loro giornate con mille attività, ma lasciateli giocare senza pensare che siano pigri se non rispondono alle vostre assurde aspettative. La scienza della motivazione l’ha dimostrato: i bimbi che crescono con il senso dell’autonomia sono più motivati nell’apprendimento perché vogliono imparare per loro stessi e non per far contenti i genitori soddisfando le loro aspettative, siano esse sportive – sfrecciare veloci sullo skateboard come eccellere nelle arti marziali – o scolastiche».

E allora potrebbe avere ragione un altro famoso americano, lo psicologo Peter Gray, che i genitori li prende un po’ in giro perché sopravvalutano il loro ruolo. «Non voglio certo dire che non siano importanti per i figli, ma penso che in tanti abbiano una visione adulto-centrica esagerata». «Troppi pensano che se non saranno presenti i bambini si faranno male, o non comprenderanno qualcosa, ma la verità è che i bambini hanno risorse infinite», conferma Gobbo. «Oltre a doverci fidare più di loro, dovremmo anche fidarci più di noi stessi: sicuramente faremo un sacco di errori, ma dobbiamo anche saperci perdonare. Ricordate: nel momento in cui vi aprite all’ascolto del vostro bambino sarà difficile commettere grossi sbagli».

Da che parte stai?
Nella sua lunga carriera, il pediatra americano Peter Gray ha individuato varie tipologie di genitori. Da una parte quelli che sono in grado di fidarsi della capacità di giudizio dei loro figli e li supportano, anziché guidarli. E dall’altra?
Genitori elicottero: super protettivi e coinvolti nell’organizzazione della vita dei loro figli. Una frase tipica? “Non è che non mi fidi di lui, non mi fido degli altri”.
Gli spazzaneve: abbattono gli ostacoli dei figli per aprirgli tutte le porte, spesso usano i soldi per risolvere i problemi.
Le tigri: vedono la vita come una competizione, la loro missione
è crescere figli vincenti, motivandoli (o meglio, stressandoli) e controllandoli.
I difensivi: Sanno benissimo che cos’è giusto per i figli, ma non lo fanno per paura del giudizio altrui. Si sentono bloccati. Un esempio? Li manderebbero a scuola da soli perché si fidano di loro, ma temono l’accusa di negligenza.

DI RITA BALESTRIERO

FONTE: La Repubblica.it

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