Cronaca di una guerra per il vaccino contro il coronavirus. Combattuta tra Asia, Europa, Africa e Stati Uniti. In oltre cento laboratori. Sui quali incombono Big Pharma e i lupi di Wall Street

Il destino di sette miliardi e mezzodi esseri umani, i rapporti di forza tra Stati sovrani, la ricchezza inimmaginabile di pochi, il futuro e le forme del Capitale e del Lavoro, sono appesi alla scoperta di un vaccino che liberi il pianeta dalla peste che lo ha colto. Oltre 100 progetti di ricerca, alcuni già in fase di sperimentazione, si contendono un Sacro Graal che vale tra i 30 e i 50 miliardi di euro.

E che il mondo non ha ancora deciso se battezzare “bene comune” o ultimo Eldorado del mercato e arma finale della supremazia geopolitica del ventunesimo secolo. Siamo andati a cercare in quattro continenti – Asia, Europa, Africa, Stati Uniti – le storie di questa “Gold rush”. Nei quartier generali di Big Pharma, nei listini di borsa di Wall Street, nei piccoli laboratori di qualche visionario uomo di scienza, nelle cancellerie dei Paesi di testa dell’Unione.

Abbiamo misurato la “febbre” che deve scacciare “la febbre”, e con lei il sogno di un’utopia, forse. Quella della nigeriana Ngozi Okonjo-Iweala, la donna alla guida della “Global Alliance for Vaccines and Immunization”: un vaccino universale gratuito libero dalla catena del profitto. Abbiamo provato a dare una risposta alle famose cinque domande. Mai così urgenti. Cosa? Chi? Quando? Dove? Perché?

ATTO I
LUI

Presi alla sprovvista
O di cosa è un vaccino e perché ci serve

Siamo naif. Impariamo per imitazione o perché costretti a difenderci. Ci modifichiamo in ragione di ciò che ci circonda. È il tratto del genere umano. La sua forza e, insieme, la sua intrinseca debolezza. Se preferite, quello che fa e ha fatto la differenza tra un comune raffreddore e una strage che è arrivata a contare 350 mila morti e di cui non si vede la fine. Di coronavirus ne conosciamo diversi dalla notte dei tempi, si dice almeno dal secolo di Dante Alighieri. E, almeno tre, ci fanno comunemente soffiare il naso e alzare di qualche linea la temperatura. Poi, è arrivato lui, Sars-CoV-2.

La pallina dalla corona di spine rosso vermiglio che, rimbalzando da continente a continente, ha seminato morte, desertificato città, messo in ginocchio le economie del pianeta. Soprattutto, fatto impazzire il nostro sistema immunitario. In due mosse. La prima: confondendolo, costringendolo a consumare fino a due settimane per immaginare una reazione. La seconda: obbligandolo a una risposta eccessiva, caotica, disorganizzata.

Se volessimo semplificare, e senza che il paragone suoni profano, immaginate una partita di calcio. Dove il nostro sistema immunitario – “i dilettanti” – si misura con una squadra di Champions league maestra nel palleggio. I dilettanti si sfiniscono rincorrendo una palla che non prendono mai, schiantano di fatica quando la partita è ancora al primo tempo. E quando non ci vedono più dallo sfinimento, la squadra di Champions deve solo appoggiare la palla nella porta ormai indifesa.

Ecco, il vaccino che vale oro e che il genere umano cerca è una squadra di Champions deprivata del suo killer instinct. Uno sparring partner che somigli come una goccia d’acqua alla squadra vera che un giorno ci capiterà di affrontare. Che faccia giocare il nostro sistema immunitario da dilettanti, lo addestri a riconoscere schemi, traiettorie, ma che non vada mai in gol. O, comunque, che non faccia mai un gol più dei dilettanti. Che ci lasci vivi.

Il nostro sistema immunitario si può allenare con due tipi di sparring partner: un virus intero, purché attenuato (una squadra al completo, per restare nella similitudine calcistica), o, al contrario, con un singolo frammento del virus, incapace di essere letale (uno degli 11 campioni).

Ebbene, iniettare nell’organismo un virus intero è il metodo storico con cui si creano i vaccini. Oggi, per la pandemia di Covid-19, dei 100 progetti di ricerca nel mondo, 7 (è il dato che si ricava da un censimento di “Nature”) sono al lavoro con questa tecnica. Che ha un rischio. Che il virus intero possa svegliarsi dal suo torpore indotto in laboratorio. È accaduto in questi giorni in Cina: un volontario sottoposto alla sperimentazione di un vaccino prodotto dalla biotech Sinovac con un coronavirus attenuato ha avuto per due giorni febbre alta e difficoltà respiratoria. È guarito.

“Ma non è questa la strada. Non è un rischio accettabile, almeno in Occidente. Oggi, abbiamo metodi più raffinati e sicuri”. A parlare è Rino Rappuoli, fuoriclasse della scienza dei vaccini, 68 anni, toscano di Radicofani, la rocca di Ghino di Tacco, padre di rimedi contro influenza, meningite, pertosse, polmonite e direttore scientifico della ricerca sui vaccini alla multinazionale GlaxoSmithKline (Gsk Vaccines).

Come la stragrande maggioranza dei suoi colleghi, Rappuoli è ottimista. “Penso che arriveremo a una o più formule efficaci nei tempi previsti. Entro il 2021”. E questo perché il coronavirus che ha messo in ginocchio ospedali e sistemi sanitari, nelle mani degli scienziati di laboratorio sembra improvvisamente docile. Fa quello che deve, insomma. “Si comporta bene. Produce una buona risposta immunitaria. E, al momento, non sembra presentare rischi per la salute”, sintetizza Rappuoli.

Resta dunque aperta la strada alternativa alla somministrazione di un virus intero depotenziato: isolare un singolo frammento del coronavirus, iniettarlo nell’organismo e provocare la risposta del sistema immunitario. Una risposta che, possibilmente, duri a lungo nel tempo. In questo caso, la sfida cruciale è quale frammento del virus battezzare. Deve trovarsi sulla superficie del virus per poter essere riconosciuto dalle sentinelle del nostro organismo. Ma non deve mutare troppo, imparando a eludere le nostre difese col tempo.

Per Sars-Cov-2, tutte le indicazioni puntano in questo momento in una sola direzione: il frammento va cercato nella corona del virus. Perché le sue punte (o “spike”) non catturano solo l’attenzione dei nostri occhi al microscopio, ma anche a quella del nostro sistema immunitario. Che è appunto capace di prendere il virus “per la corona” e neutralizzarne le punte, che sono anche uncino e porta d’ingresso del microrganismo nelle cellule del nostro corpo.

Vaccino a la carte
O delle tre tecniche di produzione

Se la strada di iniettare un “frammento di virus” è quella che si annuncia come la più promettente o comunque come la più battuta, mettere a punto un vaccino, in una parola, vuol dire far incontrare il sistema immunitario di un essere umano con la “spike” di un coronavirus. E qui le tecnologie seguono percorsi creativi. O, almeno, questo è quello che oggi ci dicono le 110 formule diverse che altrettanti gruppi di ricerca stanno testando nel mondo.

Tre le strade: 1) Si può iniettare nel corpo la proteina spike: 2) Si possono iniettare le istruzioni per ordinare alle nostre cellule di produrre la spike (queste istruzioni sono contenute in un frammento di genoma: alcuni laboratori usano Dna, altri Rna): 3) Si possono prendere queste istruzioni e impacchettarle in un altro virus (non nocivo) affidando a lui il compito di diffondersi nell’organismo, distribuendo a più cellule possibile l’ordine di produrre la spike. E’ il metodo battezzato del “cavallo di Troia”.
Con ordine, dunque.

Inietta la spike
O della tecnica “Avanti con giudizio”

Iniettare la spike. Come detto, è oggi la strada più seguita. Sono 35 nel mondo i gruppi al lavoro con questo metodo. E, tra di loro, coloro che si vorrebbero più avanti degli altri. Tra cui, la francese Sanofi, in partnership con la Gsk del nostro Rappuoli, che però non ha ancora iniziato i test sugli esseri umani.

Rappuoli spiega i vantaggi del metodo: “Inoculare la proteina da sola può non essere sufficiente. Occorre combinarla con sostanze chimiche dette adiuvanti, che offrono uno stimolo aggiuntivo al sistema immunitario. Sono utili soprattutto negli anziani, che in genere hanno una risposta più debole”. Gsk – che ha uno dei suoi stabilimenti a Siena – ha una gamma di adiuvanti utilizzati ormai da anni. Sono stati somministrati già a milioni di persone e per loro non servono ulteriori test. Se fosse necessario arrivare a miliardi di dosi da produrre, gli adiuvanti potrebbero iniziare a scarseggiare.

Ma al momento si ottimizzano le risorse: “Sanofi – dice ancora Rappuoli – ha impianti di produzione disponibili per la produzione del vaccino contro il Covid, mentre Gsk ha dichiarato di contribuire con un miliardo di dosi di adiuvanti nel 2021”. Anche così si celebrano i matrimoni fra le aziende di Big Pharma ai tempi della pandemia. Ma non si può dire che i due giganti farmaceutici abbiano fatto le cose di fretta.

Il loro candidato vaccino è l’unico non ancora iniettato su un essere umano per verificarne gli effetti. “La fase di produzione e purificazione della spike è lunga”, spiega Rappuoli. “E noi abbiamo bisogno ancora di un paio di mesi per i trial, con l’obiettivo di essere pronti a metà del 2021. Poi, una volta terminata, la fabbricazione su larga scala non pone grandi problemi”. Non fosse altro perché i vaccini per l’influenza, fra gli altri, vengono prodotti proprio con questa tecnica. La capacità produttiva mondiale è ben rodata: 4-5 miliardi di dosi all’anno.

Produci la spike
O della tecnica del “Tutto subito”

Se il vaccino a base di spike è un diesel, quelli che usano Dna o Rna sono campioni di scatto. La sequenza genetica del coronavirus è stata resa pubblica dai cinesi a inizio gennaio. Una piccola sezione di questo genoma contiene le istruzioni per creare la spike. Riprodurla in laboratorio è un lavoro di routine. “Una settimana può bastare”, dice Rappuoli. Non a caso, Moderna, la biotech statunitense che corre su questa pista, è stata la prima ad arruolare i volontari per i test sull’uomo, il 26 marzo.

“Ha già pubblicato i primi dati – spiega lo scienziato senese – anche se solo con una press release dell’azienda, senza un articolo scientifico”. Risultati che, all’apparenza, sono buoni. “Gli otto volontari hanno sviluppato anticorpi pari a quelli di una persona guarita dal Covid. Ma una persona guarita ha una quantità di anticorpi estremamente variabile, che può andare da 10 a 10 mila” spiega Rappuoli. “Quale valore intendano loro esattamente non lo sappiamo”.

Ovviamente, Moderna (come gli altri 20 laboratori al lavoro su Dna o Rna della spike) potrebbe poi trovarsi senza fiato, quando occorrerà produrre centinaia di milioni o miliardi di dosi di vaccino. “Già, questo tipo di vaccini rappresenta senz’altro il futuro”, è convinto Rappuoli. “Ma per il presente non abbiamo garanzie. Nessuno ne ha mai fatto uno prima. Né abbiamo impianti per produrne quantità enormi”.

Il cavallo di Troia
O della tecnica “Aggira l’ostacolo”

La strada intermedia, fra quella rapida e pionieristica di Moderna e quella conservativa e consolidata di Sanofi Gsk, è appunto rappresentata dal “cavallo di Troia”, ovvero dal vettore virale. Questo sentiero è stato imboccato da quasi trenta concorrenti, fra cui il campione cinese CanSino e quello americano Johnson&Johnson, che ha già annunciato una capacità produttiva da un miliardo di dosi. In questo caso, il tempo necessario a mettere a punto un prototipo è di tre settimane. E un vaccino sviluppato con questo metodo esiste già: contro Ebola, approvato lo scorso novembre.

Per la pandemia, abbiamo già i dati di CanSino pubblicati su una rivista scientifica. “Ci dicono – ci spiega Rappuoli – che il metodo funziona abbastanza bene. Stimola il sistema immunitario, ma con una quantità di anticorpi non altissima. Nella scala di prima, che va da 10 a 10 mila, arriviamo a 32. Meglio di niente, ma non lo definire soddisfacente”. Né produrre un vettore virale è banale, dal punto di vista tecnico. Se le aziende riusciranno a fabbricare abbastanza vaccini per difendere dal coronavirus il mondo intero è insomma ancora una domanda aperta.

bookmaker tuttavia hanno iniziato a scommettere. E la scelta nella gara dei “cavalli di Troia”, resta lo Jenner Institute di Oxford, che per la produzione ha stretto un accordo con la connazionale AstraZeneca. Qui il governo americano ha puntato forte: 1,2 miliardi di dollari e un impianto che si sta già mettendo in moto. E che perfetto non pare essere neanche lui.

Dai primi test sui macachi, si osserva che la malattia da coronavirus resta confinata alle vie aeree superiori. Si limita cioè a un raffreddore, senza degenerare in polmonite. Ma il virus in gola resta, i contagi non vengono bloccati, e questo vuol dire che una persona, sia pur vaccinata, con i suoi starnuti, resterà contagiosa e contagiata e dunque potrà continuare a contribuire alla circolazione di Sars-Cov-2.

Mettiamo un primo punto. Non banale, a ben vedere.

Otterremo un vaccino. Ragionevolmente entro la prima metà del 2021. Ma alla domanda se sarà davvero efficace, la risposta è “ni”. Raggiungeremo probabilmente un’immunizzazione che ci protegge dai sintomi più gravi, ma senza che questo consenta di bloccare la circolazione del virus. Un po’ come avviene per l’influenza stagionale. Fino a quando, lentamente, il nostro sistema immunitario non smetterà di essere naif. E ricorderemo con uno starnuto l’anno in cui il coronavirus ci mise di fronte alla morte.
E che ora cominci il nostro viaggio. E che cominci nel nostro backyard. In quel di Castel Romano, periferia inurbata a 30 chilometri a sud di Roma. La casa di Reithera.

ATTO II
PESCI GRANDI E PESCI PICCOLI

La legge della giungla
O di un sogno che parla italiano

Se i laboratori al lavoro nel mondo per il vaccino sono oltre cento, le circostanze hanno imposto ai protagonisti di BigPharma di stringere alleanze che in tempi normali sarebbero sembrate innaturali. Reithera, una piccola biotech, non è nel Gioco Grande.
“Le piccole biotech lavorano con più libertà. Si prendono rischi, cercano strade nuove. Poi, se imboccano il sentiero giusto, arriva una grande azienda e le acquisisce”.

Stefano Còlloca ne sa qualcosa. Biologo molecolare romano, è nel team che mise a punto il vaccino per Ebola con il National Institutes of Health statunitense e un prototipo contro la malaria con Oxford. Nel 2014, la sua intelligenza fu venduta insieme alla sua azienda, la Okairos, alla multinazionale Gsk. Ma, anziché godersi la rendita di posizione, è subito ripartito. Reithera, la nuova biotech di cui è direttore dello sviluppo tecnologico, è specializzata nel metodo dei vettori virali, quello del “cavallo di Troia”, per intendersi. A luglio, inizierà la sperimentazione del suo vaccinosu 45 volontari. Nei 5 mila metri quadri a Castel Romano, gli 80 dipendenti lavorano giorno e notte. “Siamo divisi in due gruppi, non entriamo mai in contatto l’un con l’altro e ci dividiamo su più turni. Per non contagiarci. Sarebbe fatale”.

Reithera è un pesce piccolo che nuota in un mare infestato da pesci enormi. E famelici. “Fino a luglio 2019, avevamo un contratto di esclusiva con Gsk. Ora siamo liberi, ma ancora poco conosciuti”, spiega Colloca. Tutta la filiera di produzione del vaccino viene percorsa in mezzo a questa campagna romana. Hanno battezzato come cavallo di Troia “un adenovirus degli scimpanzé, che abbiamo isolato da un animale in cattività e che usiamo come vettore”.

A differenza di altri virus, questo riesce a viaggiare nell’organismo restando sotto ai radar del sistema immunitario e ovviamente, prima di essere iniettato, viene reso inoffensivo tagliando via i geni che servono alla propagazione. Nei laboratori, viene assemblato il prototipo per le prove iniziali, quelle in provetta e poi sui topi. “Il prodotto da somministrare all’uomo deve avere requisiti di purezza e sicurezza superiori. Per produrlo ci trasferiamo nella nostra officina farmaceutica”. Qui è necessario rispettare standard che vengono definiti Gmp: good manifacturing practice. “Le dosi sono già in produzione. A luglio partirà la sperimentazione di fase uno per verificare l’assenza di effetti collaterali”.

La sperimentazione avverrà insieme all’Istituto Spallanzani, a Roma. L’adenovirus dello scimpanzé uscirà dalla siringa ed entrerà nelle cellule del muscolo del braccio. Raggiunto il suo obiettivo, srotolerà oltre al suo Dna anche la doppia elica aggiuntiva, quella inserita dai ricercatori con le istruzioni per assemblare la spike del Sars-Cov-2. I macchinari della cellula inizieranno a lavorare e fabbricheranno la famosa punta della corona.

Da come andranno questi test, dipenderà la sopravvivenza del pesciolino Reithera. Le cavie si sono comportate bene: secondo indiscrezioni, meglio delle aspettative. “Se i risultati saranno buoni, speriamo di acquisire visibilità e anche finanziamenti. Per il momento, andiamo avanti con risorse interne. Ma per arrivare in fondo e produrre almeno cento milioni di dosi, necessarie per l’Italia e altri paesi europei, ci serviranno 2-300 milioni di euro. Troppo per noi. Abbiamo chiesto un contributo alla Fondazione Gates, ma siamo ancora in lizza, non abbiamo risposte definitive”.

Già, la selezione darwiniana qui non è una legge astratta. “Passeremo attraverso un imbuto. Qualcuno uscirà dall’altra parte, molti non sopravviveranno. Il ruolo dei governi sarà importante, perché oggi il vaccino è un asset strategico a livello mondiale. Chi prima lo otterrà, prima uscirà dalla crisi”. E se anche ci ritrovassimo nella migliore delle situazioni possibili, Colloca ammette: “Stiamo parlando, con i vettori virali, di una tecnologia sperimentale. Finora l’abbiamo usata su qualche migliaio di persone. Nessuno può sostenere di essere pronto a produrre milioni di dosi”.

Dovremmo costruire l’aereo mentre voliamo. E Reithera, se riuscirà a collocarsi in testa al banco dei pesci grossi, potrà al massimo coprire il fabbisogno italiano. “Useremo a quel punto la strategia della disseminazione dei processi produttivi. Ogni Paese con la nostra licenza fabbricherà le dosi che gli servono”. Reithera ha già stretto un accordo con altre aziende della sua taglia, la Leukocare di Monaco e la Univercells di Bruxeless. Obiettivo: 6 milioni di dosi a inizio del 2021.

Stanley Plotkin e Arthur Caplan, pediatra dell’università della Pennsylvania e bioeticista dell’università di New York, lo hanno scritto sulla rivista “Vaccine”, in un editoriale che promuove l’idea dello human challenge: “Malattie straordinarie richiedono soluzioni straordinarie”.  Sì. Soluzioni straordinarie e risorse straordinarie. E visto che all’essere umano non è estranea la legge di Darwin, anche di premi straordinari. Diciamo più prosaici. Come nella storia di un pesce grosso che di nome fa Stéphane Bancel. Cominciata il giorno della Befana nel sud della Francia. L’Epifania della Corsa all’Oro.

Finché c’è virus c’è speranza
O dell’uomo che ha guadagnato 10 milioni al giorno

Il 6 gennaio 2020, un lunedì, Stéphane Bancel è in vacanza con la moglie. Ma ha poco da festeggiare. Moderna, la società di cui è numero uno e socio all’8,7%, ha appena chiuso l’ennesimo bilancio da dimenticare. I conti sono in rosso per 514 milioni di dollari. A nove anni dalla nascita, l’azienda biotecnologica Usa non è ancora riuscita a portare un vaccino sul mercato. E a Wall Street, dove il titolo è sbarcato a fine 2018, l’elettroencefalogramma è piatto. Anzi, peggio: l’azione viaggia a 19 dollari, quattro in meno del prezzo della quotazione.

Natale, insomma, non è stato un granché. Ma la Befana ha pronto un super-regalo per il 47enne manager francese. Un titolo del “Wall Street Journal”, che sta sfogliando distrattamente lo fa saltare sulla sedia: “Health officials work to solve China mystery virus outbreak” (“Le autorità sanitarie al lavoro per risolvere il caso del misterioso virus cinese”). Bancel non è uno scienziato di formazione ma riconosce il profumo del denaro. “Mystery virus”.

Per chi fa il suo mestiere, vuol dire oro. In un lustro, il mercato dei vaccini è raddoppiato e vale ora 50 miliardi di dollari l’anno. Dove c’è un problema (il virus), c’è una soluzione (il vaccino per prevenirlo). E chi la scopre fa Bingo. La pandemia è ancora in fasce, il mondo sta per precipitare nella tragedia ma il vento, per Bancel e la sua Moderna, inizia a girare.

Le vacanze finiscono un secondo dopo la lettura di quel titolo del Wsj. Bancel vuole saperne di più. Bombarda di mail amici e collaboratori a caccia di informazioni. E Barney Graham, numero due del Centro vaccini dello statunitense “National Institutes of Health” (Nih) gli dà la risposta che cerca: “E’ un coronavirus”. Come quello della sindrome respiratoria medio-orientale su cui Moderna sta già lavorando. Bancel rientra in fretta e furia negli Stati Uniti dove, il 13 gennaio, ha già in mano la sequenza virale, condivisa dai cinesi. La corsa all’oro ha ufficialmente inizio.

La partita non è un affare da pesi piuma. Il costo per sviluppare un vaccino – calcola “The Lancet” – è di quasi 400 milioni solo per arrivare in fondo alla fase clinica. Su dieci formule che entrano in sperimentazione umana, dice la statistica, solo una arriva al traguardo del nullaosta finale. In campo, oltre a Moderna, ci sono tutti i giganti di Big Pharma, biotech Usa ed europee, centri di ricerca come Oxford e Harvard e la farmaceutica di Stato cinese.

Ma Bancel, vista la posta in palio, non è tipo da scoraggiarsi: vaccinare i 7 miliardi di persone che vivono sul pianeta – per la Fondazione Bill Gates – costerà tra i 25 e i 30 miliardi di dollari. Una volta immunizzati tutti, il contatore dei guadagni per chi scopre la cura non smette di correre: “Tra mutazioni, gente non vaccinata che mantiene il virus in vita, durata limitata degli anticorpi e neonati da proteggere noi vediamo un mercato ulteriore che vale tra i 2 e i 25 miliardi”, vaticina uno studio della banca d’affari Morgan Stanley.

Titoli impazziti
O della morte che si fa toro a Wall Street

Il gioco, insomma, vale la candela. I laboratori di tutti i giganti della salute planetaria vengono riorganizzati per l’inseguimento al Sacro Graal. Bancel distacca cento persone di Moderna alla ricerca del punto debole del coronavirus. Siamo ancora a gennaio, manca un mese alla zona rossa di Codogno. Ma Wall Street inizia la caccia al tesoro spostando un fiume di denaro – come fiches di una roulette – sui protagonisti della sfida: l’ipotesi che il remdesivir, un anti-virale di Gilead, possa ridurre la mortalità manda in fibrillazione i titoli della società.

La quotazione di Novavax raddoppia in pochi giorni, quando l’azienda Usa scende in campo sul Covid. Il titolo della “Co Diagnostics” balza del 165% tra i 22 e il 27 gennaio, dopo il successo dei primi test sullo screening del virus. Tutto quello che profuma di cura contro il Covid-19 in Borsa diventa oro. E il nostro Bancel spinge sull’acceleratore. Il manager transalpino è ottimista. I suoi ricercatori conoscono già i coronavirus e hanno un vantaggio temporale sui rivali.

La tecnica di Moderna (che abbiamo visto essere quello “sprint”: l’uso di Rna messaggero che stimola a produrre la proteina spike) – dicono gli scettici – è stata abbandonata da molti concorrenti per timore di effetti collaterali. “E’ solo un’arma mediatica dei nuovi arrivati nel settore”, sostiene Adrian Hill, uno dei ricercatori di punta del consorzio Oxford-AstraZeneca. Una cosa però è sicura: il pressing di Bancel sugli scienziati funziona.

E, il 7 febbraio, dal laboratorio di Moderna esce la prima dose di mRNA-1273, il vaccino sperimentale anti-Covid. Tempo di compilare i dati scientifici e il 24 febbraio – velocità da record – il farmaco viene spedito per l’ok alla sperimentazione all’Nih. Wall Street inizia a fiutare qualcosa: il titolo Moderna si sveglia all’improvviso dal letargo che l’ha inchiodato da tempo attorno ai 18 dollari. Diciannove, venti, ventuno. In una settimana è già a 26, record storico.

Il progetto di Bancel va e il suo conto in banca inizia a crescere. Le referenze di Moderna – malgrado i bilanci in rosso – sono buone: il progetto mRNA -1273 è sponsorizzato dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases di Anthony Fauci, il consigliere di Trump nella lotta alla pandemia. La società è puntellata da fondi della Fondazione Gates e ha fatto ricerca con Merck AstraZeneca. La Food and Drug administration, il 3 marzo, dà il via alla sperimentazione. Moderna è la prima a tagliare questo traguardo.

E non è l’unica buona notizia. Perché quella sera tra gli sponsor del vaccino entra ufficialmente Donald Trump. La benedizione del Presidente arriva in diretta tv. In onda, c’è l’audizione delle aziende che stanno studiando la cura contro il Covid. E ognuno presenta alla Casa Bianca il suo compitino: “Potremmo avere qualcosa di pronto in un anno”, dice John Shiver, della francese Sanofi-Pasteur.

“Ok grazie”, lo liquida Trump. “Noi potremmo entrare in test clinici quest’estate”, butta lì Lenny Schleifer di Regeneron. Il Presidente (le elezioni sono in novembre) si fa più attento: “Allora siete più rapidi di John!”. Tocca a Bancel, che ha già capito quale musica suonare: ”Siamo orgogliosi di aver mandato in 42 giorni il vaccino a Fauci – dice -. Ci vorranno pochi mesi per la fase due e tre”. “Vuol dire che sarà pronto in pochi mesi?”, domanda interessatissimo l’inquilino della Casa Bianca. “Correct, correct”, risponde Bancel.

Fauci prova a buttare acqua sul fuoco degli entusiasmi, ma Trump è a bordo. La prova? Il 16 aprile la Biomedical Advanced Research development agency (BARDA), l’agenzia pubblica di finanziamento, firma un assegno di 483 milioni per sostenere la ricerca di Moderna. Nessuna azienda farmaceutica ha preso di più. Gli esperti storcono il naso: “È una bella scommessa, quando ho visto la cifra sono rimasto stupito”, ironizza Joseph Bolen, ex direttore scientifico di Moderna. Sarà, ma intanto le azioni della società volano a 51 dollari, il doppio rispetto a due mesi prima.

Scienza e Profitto
O di un risultato scientifico che diventa brochure aziendale

Il corto circuito tra Wall Street e scienza, tra scommesse dei mercati e razionalità della ricerca va in onda in un pugno di ore il 18 maggio. I titoli della società di Bancel (come il suo conto in banca) non hanno mai smesso di salire. A inizio maggio – con l’ok alla Fase due della ricerca – hanno superato i 60 euro. Il 15 maggio, in uno dei tanti incroci pericolosi di questa vicenda, Trump nomina Moncef Slaoui, consigliere e azionista di Moderna, alla guida dell’operazione “Warp speed”, la stanza dei bottoni per accelerare la scoperta del vaccino.

All’alba di lunedì 18, le agenzie di stampa battono la bomba: “Moderna annuncia risultati positivi per la Fase 1 dell’mrna-1273”. Dei 45 volontari cui è stato iniettato il vaccino, 8 hanno sviluppato anticorpi e – al netto di un arrossamento nella zona dell’iniezione – senza effetti collaterali. La comunità scientifica resta basita. L‘efficacia dei vaccini – di solito – non è certificata da un comunicato stampa del suo produttore ma dai ponderosi studi rivisti tra accademici. Stilati oltretutto a fine esperimento e non 15 giorni dopo il suo inizio.

“È troppo presto per dire se funziona o no. Non sappiamo nemmeno se gli anticorpi sono stabili”, dice Anna Durbin della John Hopkins University. A Wall Street non l’ascolta nessuno. Il titolo Moderna sale del 20 per cento trascinando all’insù tutti i listini mondiali. “Investiremo per potenziare la produzione e proteggere più persone possibili dal Sars-Cov-2”, promette urbi et orbi Bancel. Le sorprese però non sono finite. A mercato chiuso, Moderna annuncia il collocamento di oltre 26 milioni di azioni a 76 dollari sfruttando l’onda dell’annuncio e incassando 1,3 miliardi che serviranno a finanziare il resto della ricerca.

La Terra promessa
O dell’Eldorado della disinformazione

Il vaccino è ancora in fasce. Nessuno sa se funzionerà o no. Ma la politica degli annunci ha spinto a 30 miliardi di dollari (più del valore della Ford) la capitalizzazione di un’azienda che non ha mai prodotto niente. Consentendole di spremere il mercato a prezzi, a occhio, un po’ folli. All’incasso – emerge dai documenti della Borsa Usa – sono passati pure i manager, Bancel compreso: i loro piani automatici di vendita di azioni hanno piazzato da gennaio titoli per 89 milioni con enormi guadagni.

Il valore della partecipazione di Slaoui, il nuovo zar dei vaccini di Trump, è salito da 2 a 14 milioni e lui, imbarazzato, dà disposizione di venderla destinando le plusvalenze alla ricerca sul cancro. “Fauci ci ha annunciato le ottime notizie da Moderna”, twitta il vicepresidente Usa Michel Pence. Le parole però a non bastano più a puntellare il titolo spiazzato dal maxi-collocamento che sa un po’ di stangata. “Sono pochi dati ok, ma in fase due e tre ne daremo migliaia”, si difende Bancel. Serve a poco. Il mercato teme che le critiche degli scienziati sulla comunicazione “aggressiva” del manager francese possano avere qualche fondamento. E Moderna inizia a scivolare in Borsa.

I sogni però faticano a morire. La caccia all’Eldorado del vaccino continua a Wall Street malgrado gli incidenti di percorso. Il valore delle imprese che stanno studiando in laboratorio l’anti-covid è lievitato di quasi 200 miliardi sui listini da inizio anno. Ben più di quello che potrebbe valere davvero la cura. Dal primo gennaio al 30 maggio la cinese CanSino ha guadagnato il 4.400 per cento, Novavax il 1.055 per cento, Inovio il 345 per cento. La tedesca Biontech – che usa la stessa tecnica di Moderna con meno fanfare – il 46 per cento.

E la Befana, nonostante gli ultimi giorni un po’ difficili, ha fatto lo stesso un gran bel regalo a Bancel: il 30 maggio Moderna valeva comunque 61 dollari (+ 222 per cento da inizio anno) e il manager transalpino – grazie all’8,7 per cento di Moderna che ha in portafoglio – ha guadagnato 1,4 miliardi in 145 giorni, quasi 10 milioni al giorno.

Il bello oltretutto, è che la torta da spartirsi tra chi arriverà davvero al traguardo (pochi) rischia di essere meno ricca del previsto. Diverse aziende – tra le altre Johnson & JohnsonMerck e Pfizer – hanno già detto di essere pronte a garantire le dosi necessarie per combattere la pandemia in corso senza lucrare profitti. Contando di rifarsi nella fase due con le seconde ondate di immunizzazioni.

Lo stesso Bancel ha promesso un prezzo equo. Il coronavirus a quel punto sarà sconfitto, ma lascerà tra le sue vittime collaterali anche i risparmiatori travolti sulla roulette di Wall Street dal prevedibile flop dei titoli dei perdenti nella corsa all’anti-Covid. Una gara in cui il capitale è distribuito in modo inefficiente sull’onda di annunci che arrivano dai vertici delle aziende coinvolte o dai comunicati stampa dei laboratori e non da lavori scientifici passati al vaglio della comunità accademica internazionale.

”Servirebbe con urgenza anche un vaccino contro la disinformazione”, dice il biologo della Temple University Enrico Bucci. Il cammino della ricerca però, su questo fronte, sembra ancora molto lungo.

ATTO III
BENE PUBBLICO O ARMA DI SUPREMAZIA

Il sogno di una donna
O della battaglia di Ngozi Okonjo-Iweala

Proprio mentre cominciava la corsa all’arma in grado di fermare il Covid-19, un team dell’Institute for Data, Democracy and Politics, della George Washington University, decideva di studiare lo scontro sui social network tra favorevoli e contrari ai vaccini. Giungendo a una conclusione drammatica, pubblicata il 13 maggio scorso su Nature: “Il nostro modello teorico riproduce l’esplosione delle teorie no-vax a cui stiamo assistendo. E ci dice che entro dieci anni saranno dominanti”.

Ma eventuali errori o delusioni dovuti alla forsennata competizione tra colossi farmaceutici potrebbero accelerare i tempi e fornire ai no-vax di tutto il mondo l’occasione per il trionfo definitivo. Uno scenario che preoccupa già oggi chi si adopera per vaccinare i bambini dei Paesi in via di sviluppo contro morbillo, meningite, difterite. E presto contro il Covid-19.

“Parte delle nostre energie si dovrà concentrare sul ridurre la diffidenza nei confronti dei vaccini. Quando quello per il coronavirus sarà pronto, le persone dovranno sapere che non verrà somministrato senza che prima ne sia stata dimostrata la sicurezza e l’efficacia”, avverte Ngozi Okonjo-Iweala, presidente della Global Alliance for Vaccines and Immunization (Gavi).

Gavi ha finora vaccinato 670 milioni di bambini nel mondo e il Global Vaccine Summit del 4 giugno, ospitato dal governo britannico, punta a raccogliere 7.4 miliardi di dollari con cui l’Alleanza possa proteggere dalle malattie infettive altri 300 milioni di bambini dei Paesi poveri nei prossimi cinque anni.

“E’ un buon segno, in prospettiva, che al summit abbiano aderito anche gli Usa e voglio ringraziare l’Italia e il ministro dell’Economia Gualtieri per il contributo del vostro Paese”, sottolinea Okonjo-Iweala. C’è però il rischio che le famiglie si rifiutino di far vaccinare i figli. “Per questo dobbiamo lavorare insieme agli scienziati, ai mezzi di informazione, ai social media e ai territori”, spiega Okonjo-Iweala. Già in passato Gavi ha chiesto a chi ricopre ruoli di rilievo nelle piccole comunità locali di far vaccinare i propri bambini in pubblico, in modo da dare il buon esempio. Lo farà anche per il Covid-19.

Prima però ci sarà da vincere una battaglia ancora più difficile: fare in modo che il vaccino contro il coronavirus sia un bene pubblico, distribuito equamente a tutta la popolazione mondiale, e non secondo la logica dei Paesi ricchi e dei Paesi poveri.
Ngozi Okonjo-Iweala è una donna che può farcela. Prima a ricoprire in Nigeria i ruoli di ministra degli Esteri e di ministra dell’Economia, per 25 anni ha lavorato presso la Banca Mondiale fino a diventarne direttore generale, con un portafoglio da 81 miliardi di dollari da usare per interventi in Africa, Asia ed Europa.

Una carriera che non le ha impedito di avere quattro figli. Oggi guida Gavi e ritiene che la sua missione non riguardi solo i Paesi in via di sviluppo. “Mio marito e tre dei miei figli sono medici”, racconta a Repubblica. “E vedere i dottori e gli infermieri italiani offrirsi volontari durante l’emergenza ha conquistato la nostra ammirazione. I vostri medici hanno impressionato il mondo. E io penso che li dovremmo proteggere il prima possibile, quando sarà pronto il vaccino. Ma non importa che siano italiani, nigeriani o islandesi: tutti ne hanno diritto. La nostra battaglia riguarda l’intera popolazione mondiale. Anche all’interno di un singolo Paese ricco ci sono sacche di povertà e di disuguaglianza: se il criterio è quello della ricchezza, non si vaccineranno poveri che vivono in Occidente?”.

Per raggiungere l’obiettivo di un vaccino “bene pubblico globale”, Gavi sta collaborando con l’Organizzazione mondiale della sanità, l’Unicef, la Banca Mondiale, la Fondazione Bill e Melinda Gates. “Qualsiasi azienda o Stato dovesse raggiungere il traguardo del vaccino non può pensare di utilizzarlo per fare profitti” avverte Okonjo-Iweala. “Stavolta dobbiamo salvare l’umanità, non fare business. Questo tuttavia non significa che chi ha lavorato per mettere a punto il vaccino non debba rientrare degli investimenti sostenuti: raccoglieremo tutti insieme il denaro necessario per sostenere i costi della ricerca. Fatto questo però, dovremo impegnarci per l’equità della distribuzione e l’accesso da parte di tutti, proprio come si fa con un bene pubblico globale”.

Gli ostacoli non mancano e l’economista cresciuta sul Delta del Niger lo sa: “In questo momento il mondo non sta lavorando insieme, non tutti partecipano. Alcuni Paesi pensano di poter fare da soli. Invece noi riteniamo che il multilateralismo, l’agire come una unica comunità mondiale, sia fondamentale in questa emergenza. Tutti i Paesi dovrebbero credere nella cooperazione e nelle istituzioni internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che tiene insieme 194 Paesi”.

Già. L’Oms.

In ordine sparso
O di una sfida che ammette un solo vincitore

“Oggi l’Oms è una istituzione tutt’altro che forte, e gli Stati Uniti hanno scelto il peggior momento possibile per indebolirla ulteriormente con i loro attacchi, nel mezzo di una pandemia”. Ian Bremmer, politologo Usa fondatore del think-thank Eurasia Group, non crede molto al vaccino anti-covid come un bene pubblico: “Stiamo vivendo una crisi senza precedenti che si è presto trasformata in un conflitto politico tra Stati Uniti e Cina, sull’origine del virus per esempio, o sul ruolo dell’Oms”, sostiene.

“Ma lo scontro più grande è quello che deve ancora scoppiare e che deflagherà non appena ci sarà il vaccino. Altro che cooperazione. C’è un nazionalismo dei vaccini con sullo sfondo un aumento dei contrasti tra le due economie più potenti del mondo. Perché i governi sanno che la ‘nuova normalità’ potrà cominciare solo quando avranno a disposizione un vaccino per le loro popolazioni. La grande sfida geopolitica sarà entrarne in possesso per primi”.

Clima da guerra fredda tra Pechino e Washington e assenza di una leadership mondiale che creda davvero nella cooperazione internazionale: due ingredienti che secondo lo studioso newyorkese rendono impossibile che una sfida per la supremazia venga declinata in un’occasione di cooperazione.

Pur in uno scenario complesso come quello descritto da Bremmer, l’Organizzazione mondiale della sanità non abdica al suo ruolo. “L’OMS sta allestendo una coalizione globale per accelerare lo sviluppo di un vaccino su una scala mai vista prima, coinvolgendo medici e ricercatori di importanti istituti di tutto il mondo”, conferma a Repubblica Hans Henri P. Kluge, direttore dell’Organizzazione per l’Europa.

Per Kluge chi pensa di poter fare da solo ha sbagliato i suoi calcoli: “Nessuna singola istituzione, organizzazione o – potrei aggiungere – Paese, può svolgere da solo questo compito monumentale. Vorrei essere ancora più chiaro: la cosa più importante che la comunità internazionale può fare per mantenere davvero la promessa di una svolta positiva in questa vicenda è lavorare insieme per garantire che tutti i vaccini sviluppati siano distribuiti equamente. Se si ignora questo approccio e ciascuno sceglie di andare per la sua strada, l’unico a beneficiarne sarà il Covid-19”.

La battaglia degli Stati sovrani
O della tentazione di prendersi tutto

Le aziende farmaceutiche si muovono a colpi di alleanze imprevedibili e acquisizioni miliardarie, pur di acquisire un vantaggio competitivo per la produzione del vaccino. Ha fatto scalpore l’alleanza tra Sanofi e GSK, da sempre rivali, oggi unite nella ricerca, per arrivare prima degli altri: il colosso francese contribuisce con la sua tecnologia basata sul Dna ricombinante, quello britannico con i suoi adiuvanti che possono ridurre la quantità di proteine del vaccino necessarie per ogni dose.

L’americana Novovax, in cui ripongono grande fiducia l’alleanza Cepi e il presidente americano Trump, ha da poco speso 167 milioni di dollari per comprare, dal gruppo indiano Cyrus Poonawalla, lo stabilimento della Praha Vaccines nella Repubblica Ceca. Obiettivo dichiarato: produrre in Europa un miliardo di dosi del suo vaccino nel 2021.

“Stiamo a una vera e propria competizione: chi troverà il vaccino lo darà ai cittadini del proprio Paese, o a chi pagherà meglio”, dice Bremmer. E la Cina, che vanta il maggior numero di sperimentazioni in fase avanzata?  “E’ vero”, ammette il politologo, “Pechino ha annunciato che se troverà il vaccino lo renderà un bene pubblico, a disposizione di tutti. Ma questo non significa che accadrà davvero: è davvero difficile immaginare che i cinesi cedano ad altri Paesi la loro proprietà intellettuale. E comunque manca un coordinamento su ciò che sta accadendo nel Paese asiatico: alcune sperimentazioni sono condotte in autonomia da aziende cinesi, altre da aziende sotto il controllo delle autorità di Pechino, altre ancora in collaborazione con aziende Usa, o sotto l’egida dell’Oms”.

Resta la vecchia Europa. “La Commissione europea sta svolgendo un ruolo fondamentale nel raccogliere finanziamenti per lo sviluppo dei vaccini e nell’insistere, insieme all’Oms, perché qualsiasi potenziale vaccino sia reso disponibile, accessibile e alla portata di tutti”, sottolinea Hans Kluge. La conferenza dei donatori voluta il 4 maggio scorso da Ursula Von Der Leyen ha permesso di raccogliere finora 9.8 miliardi di euro (rispetto ai 7.5 auspicati) da destinare alla ricerca delle cure e del vaccino per il Covid-19.

La maratona terminerà il 27 giugno con il Global Pledging Summit. Ma la buona volontà europea potrebbe non bastare. “Per risolvere questa crisi è fondamentale la tecnologia, quella necessaria per esempio al tracciamento dei contagi”, spiega Bremmer. “E la tecnologia oggi è soprattutto in mani cinesi o americane. Anche se l’Europa può ambire a una leadership politica è indebolita dall’assenza di una sua leadership tecnologica”.

Ngozi Okonjo-Iweala tuttavia non si arrende. “Noi siamo pronti”. Pronti a distribuire il vaccino in tutto il mondo quando sarà stato realizzato. “Gavi è in grado di gestire grandi volumi di farmaci: già ora procura vaccini al 60 per cento dei bambini del mondo”. Il segreto è una piattaforma per la distribuzione dei vaccini, principalmente nei Paesi in via di sviluppo ma che può essere estesa per includere i Paesi ricchi. Puntando sui grandi numeri, Gavi tratta con le aziende produttrici di vaccini per avere prezzi accessibili. E Okonjo-Iweala intende usare lo stesso meccanismo per procurare e distribuire a tutti il futuro vaccino contro il coronavirus.

Un arsenale contro la Cina
O dell’Operazione velocità della luce

Scienziati, medici e appassionati di fantascienza hanno avuto un sussulto il 15 maggio quando Donald Trump ha lanciato “Operation Warp Speed”: un’alleanza pubblico-privato con un finanziamento federale di 10 miliardi di dollari (iniziali) “per produrre 300 milioni di vaccini entro gennaio 2021”. Cioè quasi un vaccino a testa per ogni abitante degli Stati Uniti. Lo shock ha motivazioni diverse. La comunità scientifica – con qualche eccezione – teme un eccesso di ottimismo, alla luce dell’esperienza storica: la gestazione di un nuovo vaccino in media richiede 12-18 mesi, e per alcune epidemie non è mai stato scoperto. Gli appassionati di fantascienza invece hanno riconosciuto un termine della saga Star Trek, la Warp Speed con cui le astronavi viaggiano alla velocità della luce.

Trump non pratica l’understatement. Ma tutti hanno capito una cosa. La gara a chi scopre e produce il vaccino per primo è diventata un altro terreno di competizione fra le superpotenze. Stati Uniti e Cina si fronteggiano su questo terreno come accadde ai tempi della conquista dello spazio nella prima guerra fredda, tra l’America e l’Unione sovietica. La capacità di tagliare il traguardo per primi, in una sfida che ha rilevanza per l’umanità intera, viene vissuta come una prova di forza e il test della superiorità di un “sistema paese”.

Non è solo questione di simboli e di prestigio. Chi ottiene per primo il vaccino si garantisce una lunghezza di anticipo nel ricostruire condizioni “semi-normali” nell’attività economica, quindi riparte in vantaggio sul rivale. È chiaro che la scoperta di un vaccino consentirebbe un rimbalzo della crescita dopo la depressione. Anche tutti i preparativi che le aziende devono fare, sobbarcandosi costi nuovi per garantire igiene, sicurezza sanitaria, “distanze” nei luoghi di lavoro e negli esercizi pubblici, verrebbero semplificati dalla scoperta di un vaccino che garantisca l’immunità.

Negli ambienti medici si accusano le due superpotenze di “militarizzare” quella che dovrebbe essere una gara pacifica nell’interesse dell’umanità intera. Alcuni governi europei hanno puntato il dito in particolare contro Trump, osservando le nomine che lui ha fatto al vertice di Operation Warp Speed. I due leader della task force americana – che rievoca esplicitamente il Manhattan Project per la bomba atomica – sono Gustave Perna, generale a quattro stelle che comanda l’intera struttura logistica del Pentagono (da sempre uno dei punti di forza dell’esercito americano) e Moncef Slaoui che fu a capo della divisione vaccini nella multinazionale farmaceutica GlaxoSmithKline. All’insegna della sinergia tra pubblico e privato, ma a rappresentare la parte statale c’è un capo delle forze armate.

Un coro di critiche ha accusato Trump di egoismo, protezionismo, autarchia, nazionalismo sanitario. Certo questo presidente non è un campione della coperazione internazionale. E la tensione alle stelle con la Cina non fa che complicare le cose. In questo caso però il processo a Trump sbaglia bersaglio. Quello che sta accadendo era stato almeno in parte previsto e pianificato dai suoi due predecessori: George W. Bush e Barack Obama. La “militarizzazione” della ricerca sanitaria ha dei precedenti importanti.

È essenziale ricordarli, perché nella gara tra Stati Uniti e Cina, l’arsenale americano non è affatto una creazione recente. Le regole del gioco in apparenza sono molto diverse, visto che in Cina (come in alcuni paesi europei) c’è un forte ruolo dello Stato, mentre l’Amministrazione Trump ha puntato soprattutto sulle risorse dell’industria farmaceutica privata, sia pure in cooperazione con tante università pubbliche. Le differenze sono meno sostanziali di quanto si creda. La mano del governo federale in America è ben visibile.

E non da oggi, viene guidata da una logica nazionalista che va indietro fino al 2006, quando George W. Bush dota gli Stati Uniti di uno strumento cruciale per affrontare le pandemie e sviluppare i vaccini. Il modello a cui s’ispirano, è la celebre Darpa: Defense Advanced Research Projects Agency. Creata nel 1958 da Dwight Eisenhower, la Darpa è stata studiata, copiata, emulata nel mondo intero, senza che nessuno riuscisse a replicare l’originale. E’ un ibrido tra un ente pubblico di finanziamento alla ricerca scientifica, e un fondo di venture capital per generare nuove start-up. Da una delle tante iniziative della Darpa si può dire che sia nato Internet.

La Darpa è servita da modello nel 2006 per istituire una sua nipotina, la Barda: Biomedical Advanced Research and Development Authority. L’ispirazione o il “gene” militare, deriva dal fatto che la Barda si occupa anche di attrezzare gli Stati Uniti a difendersi da un attacco batteriologico, sferrato da una potenza straniera o da gruppi terroristici. Ma fin dal 2006 la Barda ha avuto sul suo schermo radar il rischio-pandemia, anche se scatenata per cause naturali o incidenti: appena tre anni prima c’era stata la Sars (2003).

La Barda dunque ha il compito di suggerire strategie di ricerca, vigilare su tutto ciò che il settore privato o il sistema universitario stanno già facendo, disseminare nuove idee, elargire fondi ai progetti che giudica promettenti. I suoi mezzi possono aumentare a dismisura, fino a diventare un multiplo di quei 10 miliardi di dollari già stanziati da Trump per la corsa al vaccino anti-covid. L’approccio americano quindi è meno privatistico di quanto si creda. Ha inoltre una notevole flessibilità nell’appoggiarsi anche a imprese o istituzioni straniere. I primi due miliardi di dollari che Washington ha erogato per la ricerca sui vaccini, sono andati a
quattro soggetti di cui solo due sono statunitensi: il colosso di Big Pharma Johnson & Johnson, e la Moderna Inc. di Boston.

Gli altri due beneficiari sono una multinazionale anglo-svedese con sede in Gran Bretagna, AstraZeneca, e la francese Sanofi. Ma le condizioni di questi finanziamenti sono molto chiare. Le ha rese esplicite il precedente direttore della Barda, Rick Bright, in una testimonianza al Congresso di Washington: “Noi dobbiamo tagliare il traguardo per primi”. In questo senso l’approccio americano è nazionalista solo quando guarda ai risultati. Ma è pragmatico e aperto ad ogni collaborazione estera sulla scoperta e la produzione del vaccino: vinca il migliore, foss’anche inglese o francese o italiano, purché ce lo dia prima a noi. Sicuramente prima che alla Cina. Che, del resto, ha lo stesso problema. Ma è partita prima.

L’impossibile autarchia di Pechino
O del coraggio della compagna Chen

A marzo, sui social network cinesi, è circolata una foto scattata in un ospedale di Wuhan. Chen Wei, uniforme militare, mascherina e sguardo dritto in avanti, è in piedi davanti a una bandiera rossa del Partito comunista cinese, mentre a braccio scoperto aspetta che un’infermiera le faccia un’iniezione. Alcuni sostengono che in quella siringa ci fosse la prima dose del vaccino contro il Covid-19, e che la scienziata di punta dell’Esercito nazionale di liberazione abbia voluto testarlo prima di tutto su se stessa.

Ma se anche così non fosse (conferme ufficiali non sono arrivate), quel che conta è l’immagine. Perché tutti in Cina conoscono Chen Wei. L’ingegnere chimico che per i suoi meriti ha risalito i ranghi dell’esercito comunista, fino a essere nominata maggiore generale dal presidente Xi Jinping in persona. Il capo virologo dell’Accademia delle scienze mediche militari, già impegnata contro l’epidemia di Sars e contro Ebola in Sierra Leone, mentre il marito, raccontano i media ufficiali, restava a casa ad accudire i figli.

Tanto famosa da diventare un personaggio di “Wolf Warrior 2”, la risposta mandarina a “Rambo”, e da guadagnarsi un seggio nel parlamento nazionale. Insomma, un’eroina della nuova Cina. Così il regime l’ha mandata in soccorso a Wuhan già il 26 gennaio, per coordinare sul campo, nel Ground Zero del coronavirus, la risposta all’epidemia. E soprattutto l’ha schierata in prima linea nella partita più importante, la corsa al vaccino. Il 16 marzo, il suo siero è stato il primo autorizzato in Cina alla sperimentazione sull’uomo. Cominciando dal suo braccio e da quelli dei suoi collaboratori, se prendiamo per buone le indiscrezioni, a testimonianza che si tratta di una corsa contro il tempo.

Una questione di sicurezza nazionale, ha spiegato lei: “Con più di un miliardo di cittadini, non possiamo affidarci agli altri. Dobbiamo affidarci alla nostra forza scientifica per proteggere il nostro popolo”. Dunque, anche la Cina corre per arrivare prima. Per la ricerca di un vaccino ha schierato tutte le enormi risorse di cui dispone: scienziati di punta come Chen Wei, i laboratori dell’esercito, colossi farmaceutici di Stato, industrie private ben consapevoli che in certi casi conviene seguire le priorità politiche. Il governo sta garantendo tutti finanziamenti di cui hanno bisogno (l’importo resta sconosciuto).

Ha reso le autorizzazioni per la sperimentazione molto più spedite, come nel resto del mondo, a costo di far crescere i rischi per la sicurezza. Ha mobilitato schiere di volontari per sottoporsi ai test. Risultato: dei progetti di vaccino contro il coronavirus che al momento il mondo sta testando sull’uomo, cinque sono cinesi, più di ogni altro Paese. Uno, proprio quello che la dottoressa Wei e il suo team militare stanno sviluppando insieme a una società privata, CanSino Biologics, ha da poco pubblicato su “Lancet” i risultati della sperimentazione di Fase I, il primo al mondo a renderli pubblici su una rivista scientifica peer-reviewed.

Altri tre hanno annunciato di essere saltati direttamente alla Fase II, unendola alla I. E alcuni funzionari cinesi, tra cui il direttore del Centro per il controllo delle malattie Gao Fu, si spingono con un poco, o un tanto di ottimismo a prevedere che le prime dosi, quelle di emergenza, potrebbero essere disponibili già a settembre.

Conviene figurarsi la scena: mentre gli Stati Uniti si preparano a votare per il nuovo presidente, dalla Cina arrivano le immagini dei cittadini del Dragone in fila per farsi iniettare le prime dosi del vaccino. Sarebbe l’incubo di Donald Trump, e il trionfo di Xi Jinping. La grande occasione per la Repubblica Popolare di dimostrare al mondo il suo primato scientifico, di far dimenticare le responsabilità per i silenzi e gli errori nella gestione della prima fase dell’epidemia, di coltivare l’immagine di potenza responsabile sulla scena internazionale, non poco offuscata durante questa emergenza.

Intervenendo all’assemblea annuale dell’Organizzazione mondiale della sanità, il presidente Xi ha promesso che ogni avanzamento sul vaccino fatto dalla Cina verrà “reso un bene pubblico globale”, in modo da “garantirne l’accessibilità, anche economica, nei Paesi in via di sviluppo”, di cui Pechino non da oggi si è nominato portabandiera. Eppure, sarebbe un errore pensare che la corsa al vaccino del regime sia solo o soprattutto una questione di status internazionale.

Come sempre il Partito comunista pensa prima di tutto alla sua legittimità interna. E su questo fronte il sogno di gloria di Xi e della leadership è turbato da un incubo uguale e contrario: che il resto del mondo riesca ad immunizzarsi prima della Cina. Una paura che è anche quella dei cittadini, a dir poco scettici sull’industria nazionale dei vaccini.

Pochi successi, molti scandali
O di un’industria opaca e di un condannato a morte

Fino a oggi, l’industria farmaceutica cinese, e in particolare quella dei vaccini, ha ben pochi successi da mettere in mostra. Certo, dalla fine degli anni ’70 il governo ha introdotto delle massicce campagne di immunizzazione, che rendono il Dragone uno dei Paesi con il più alto tasso di vaccinati al mondo. Eppure, le industrie del settore, molte delle quali controllate dallo Stato e protette dalla concorrenza internazionale con divieti alle importazioni, si sono dedicate più alla lucrativa produzione dei sieri che alla ricerca di base.

Quasi mai finora la Cina è arrivata a sviluppare un vaccino per prima. In compenso, le sue aziende hanno una lunga storia di inefficienze, scandali, con la complicità dei regolatori che in teoria le dovevano controllare. Nel 2007, il biologo Zheng Xiaoyu, allora a capo della China Food and Drug Administration, l’agenzia creata su modello americano per sorvegliare il mercato, è stato condannato a morte per aver approvato centinaia di farmaci dietro pagamento di tangenti. Sentenza eseguita con iniezione letale.

E nonostante il pugno duro delle autorità e la promessa di voltare pagina, episodi simili continuano a ripetersi. Gli ultimi risalgono al 2018, quando le autorità hanno scoperto che dei vaccini contro la difterite, la pertosse e il tetano sotto lo standard, prodotti dalla società privata Changsheng Biotechnology, erano stati inoculati a oltre 200 mila bambini. Mentre altre 400 mila dosi inefficaci sono state prodotte e messe in circolazione addirittura dall’Istituto per i Prodotti biologici di Wuhan, un ramo del colosso di Stato Sinopharm, il principale produttore nazionale di vaccini. L’indignazione popolare per un sistema che avvelena i suoi figli si è sentita forte e chiara fino a Pechino.

La Cina è il più grande produttore e consumatore al mondo di vaccini, ma realizza in casa il 95 per cento delle dosi che inietta, in un circolo chiuso e spesso vizioso. Dopo gli ultimi scandali, la risposta delle autorità è stata di nuovo dura. Il regime ha fatto saltare una serie di teste (stavolta metaforicamente) e approvato una nuova legge sui vaccini, entrata in vigore lo scorso dicembre, che introduce punizioni più severe per chi viola gli standard e cerca di rendere l’intera filiera più trasparente.

Nel frattempo, però, la fiducia dei cittadini nei confronti dei sieri nazionali è scesa ancora e secondo alcuni studi è all’11 per cento. Le famiglie della classe media che se lo possono permettere provano a far arrivare i vaccini per i loro figli dall’estero, o magari li portano direttamente a vaccinarsi a Hong Kong.

È in questo contesto che vanno inquadrate la corsa cinese al vaccino e la relativa fanfara suonata dai media di regime. Quello del colosso di Stato Sinopharm e della sua rete di Istituti per i prodotti biologici, tra cui Wuhan e Pechino, sono nomi che conviene tenere presenti. Sono proprio loro infatti, già scovati a distribuire prodotti pericolosi, a sviluppare oggi uno dei cinque vaccini contro il coronavirus che la Cina ha autorizzato al test sull’uomo, tecnicamente un vaccino inattivato.

Ovviamente il loro progetto ha ricevuto abbondanti finanziamenti pubblici, oltre che il via libera a bruciare le canoniche tappe della sperimentazione, unendo la Fase I e la II, normalmente da svolgere in successione. La scorsa settimana, Sasac, l’onnipotente agenzia che controlla tutte le aziende di Stato cinesi, tra cui anche Sinopharm, ha pubblicato sul suo profilo social un post tanto entusiastico quanto approssimativo sui passi avanti della sperimentazione, bell’esempio di come nella corsa cinese al vaccino realtà, desideri e propaganda si mischino.

L’articolo racconta che la costruzione di uno stabilimento per la produzione del vaccino a Pechino, con i massimi standard di sicurezza, è stata completata in tempi «veloci come in guerra», due soli mesi, e che un secondo impianto verrà presto completato a Wuhan. Insieme avranno una capacità di 200 milioni di dosi l’anno. Quanto allo sviluppo del vaccino, l’articolo sostiene che sarebbe in corso un test su 2 mila persone e i primi risultati mostrerebbero che il siero è “sicuro e efficace”, tanto che potrebbe entrare in produzione entro la fine di quest’anno o l’inizio del prossimo.

In realtà, nessun risultato è stato ancora reso pubblico. Il post conclude dicendo che nel primo gruppo di volontari che hanno provato il “veleno” (sic) ci sono tutti i manager di punta di Sinopharm e i presidenti dei comitati del Partito comunista interni all’azienda. Farsi iniettare le prime dosi è la nuova prova di dedizione alla causa nazionale, e in questo caso i capi della società hanno anche parecchio da farsi perdonare.

Lo stesso entusiasmo si respira dentro il quartier generale di Sinovac Biotech, una società di Pechino, questa privata e quotata al Nasdaq, che lavora a un altro dei vaccini cinesi, realizzato con la stessa tecnologia del vaccino inattivato. “Deve essere un successo… siamo sicuri al 99 per cento”, ha detto uno dei ricercatori a Sky News, gettando il cuore oltre l’ostacolo. D’altra parte, Sinovac ha ottenuto 8,4 milioni di dollari in linee di credito agevolate e l’assegnazione di un lotto di terreno di 70mila metri quadrati nel distretto pechinese di Daxing per realizzare un impianto che produca 100 milioni di dosi all’anno (“C’è voluta una settimana per ottenerlo – ha detto un dirigente – prima due anni non sarebbero bastati a completare le negoziazioni”).

Nel 2009, la società fu la prima al mondo a ottenere il via libera, dalle autorità cinesi, alla commercializzazione di un vaccino contro l’H1N1, l’influenza suina. Nel frattempo, però, ha avuto una storia turbolenta. Un’indagine ha mostrato che tra il 2002 e il 2014 il suo fondatore, Yin Weidong, tutt’ora amministratore delegato, ha corrotto il regolatore farmaceutico perché desse il via libera ai farmaci della casa. La società è stata anche oggetto di un tentativo di acquisizione da parte di un gruppo di soci di minoranza, che ha scatenato una battaglia legal-finanziaria. Il Nasdaq ha prima minacciato di toglierla dal listino e poi deciso di sospenderla dalle contrattazioni, da oltre un anno il suo titolo è bloccato. Il risultato è che non ha potuto beneficiare delle notizie positive sul vaccino, a differenza delle concorrenti che hanno visto le loro azioni schizzare al rialzo.

A dispetto dell’ottimismo poi, al momento gli unici risultati pubblicati sono quelli sulle scimmie. Anche Sinovac ha ottenuto dal regolatore cinese l’autorizzazione a fondere le prime due fasi di sperimentazione sull’uomo, una corsia preferenziale che perfino molti scienziati cinesi hanno contestato, considerata la fedina penale piuttosto sporca dell’industria. “Capisco l’impazienza delle persone nell’anticipare un vaccino – ha detto al “Quotidiano del Popolo Ding Sheng”, direttore della scuola di Farmacia della prestigiosa Università Tsinghua di Pechino – ma da un punto di vista scientifico, non importa quanto ansiosi siamo, non possiamo abbassare i nostri standard”.

Finora insomma le evidenze più solide sulla via del vaccino sono quelle ottenute da Chen Wei e il suo consorzio, per quanto anch’esse molto preliminari. Lo studio di fase I su Ad5-nCoV, così si chiama il siero, condotto su 108 persone e pubblicato il 22 maggio sulla rivista Lancet, ha mostrato effetti collaterali nella maggior parte dei partecipanti, ma non gravi, e i primi segni della formazione di anticorpi immunizzanti. Anche in questo caso i media di regime come il “Global Times” hanno esaltato i risultati, sostenendo che sono “più precisi, trasparenti e autorevoli di quelli ottenuti dell’americana Moderna“.

La stessa Chen Wei però ha frenato gli entusiasmi nazionalistici, spiegando che la strada è ancora lunghissima. Qualche mese fa, all’inizio dell’epidemia di Covid-19, i giornali di Stato avevano strombazzato un’altra sua scoperta, uno spray nasale che avrebbe dovuto aiutare medici e infermieri a immunizzarsi dal virus, ma che è stata poi lasciata cadere nel silenzio generale. Sorprendentemente il progetto del maggiore generale Chen, nonostante sia sviluppato dall’esercito comunista, è anche quello che appare più aperto. Con la dottoressa infatti collabora una azienda di nome CanSino Biotech, fondata nella metropoli di Tianjin da scienziati cinesi con un passato in Astra e Sanofi, tra cui Xuefeng Yu, già capo dell’unità vaccini della multinazionale francese.

La tecnologia su cui si lavora è quella più avanzata a vettore virale, sulla cui base la stessa squadra ha già sviluppato un vaccino contro ebola, autorizzato dalla Cina per l’utilizzo d’emergenza. CanSino è sbarcata in Borsa a Hong Kong lo scorso anno, e da quando ha reso noto il suo coinvolgimento nella corsa al virus ha triplicato il proprio valore, diventando uno dei titoli più caldi del listino dell’ex colonia britannica. Nel capitale hanno investito anche Eli Lilly, colosso americano della farmaceutica, e la holding di Stato cinese Sdic.

Un piano A e un piano B per Xi
O del buon viso a cattivo gioco

Ora la sperimentazione è entrata nella fase II, per cui devono essere arruolate 508 persone, solo che al momento il protocollo risulta sospeso. Un altro problema della Cina infatti è che con il contenimento dell’epidemia di coronavirus, ridotta a una manciata di nuovi casi al giorno, è diventato molto difficile trovare volontari per i test. Anche per questo stringere collaborazioni con soggetti stranieri sta diventando una necessità.

E il tandem composto da Chen Wei e CanSino lo ha fatto con il Canada, nonostante i rapporti tra il Paese degli aceri e la Cina siano tesissimi dopo l’arresto di Meng Wanzhou, figlia del proprietario di Huawei, un segno di come le collaborazioni scientifiche possano resistere ai dissidi geopolitici. Il primo ministro canadese Trudeau, in persona, ha annunciato che il Consiglio nazionale delle ricerche collaborerà allo sviluppo e alla sperimentazione del vaccino cinese. I test sui volontari canadesi dovrebbero iniziare già nelle prossime settimane.

L’altro attore cinese che guarda all’estero è Fosun Pharma, l’enorme ramo farmaceutico di Fusun, il più grosso conglomerato privato di Cina, con investimenti che spaziano dall’immobiliare ai media, dal Club Med al Cirque du Soleil. A marzo la società, che è quotata alla Borsa di Hong Kong ed è azionista di minoranza dei laboratori di produzione di Sinopharm, quindi lavora a strettissimo contatto con il colosso di Stato, ha stretto un accordo con l’azienda tedesca BioNTech per lo sviluppo e l’eventuale commercializzazione in Cina del suo prototipo di vaccino a Rna.

L’intesa vale 135 milioni di dollari, di cui 85 per i diritti e 50 per acquisire una quota nel capitale dell’azienda tedesca, ed è stata salutata dai media di Stato come la testimonianza che nonostante la pressione di Trump per il “decoupling”, il divorzio dall’economia cinese, le imprese internazionali collaborano ancora con quelle del Dragone. Perfino sulla partita più strategica che il mondo sta giocando.

È un’operazione dietro a cui, ancora una volta, si legge la grande paura della Cina e della sua leadership in caso di sconfitta. Il “piano a” è arrivare per prima al vaccino, e per prima inocularlo al suo miliardo e 400 milioni di cittadini, quindi distribuirlo con generosità al resto del mondo, partendo ovviamente dalle nazioni amiche lungo la “Via della Seta sanitaria”. Un tripudio delle parole d’ordine di Xi: la Cina autarchica, che si prende cura del suo popolo e del futuro condiviso dell’umanità.

Nell’ipotesi “b” però è qualcun altro, magari addirittura gli Stati Uniti, che arriva prima al vaccino. In fondo finora è sempre successo così e il problema per il regime diventerebbe a quel punto non avere il siero con eccessivo ritardo, un colpo economico e di legittimità tremendo. Gli investimenti sugli impianti, che aziende di Stato e private stanno realizzando grazie ai generosi incentivi, servono ad aumentare la capacità produttiva. La promessa di condividere con il mondo le scoperte cinesi sul vaccino, ad assicurarsi che il mondo condivida con la Cina le sue.

ATTO IV
LA VECCHIA EUROPA

Quanto vale Oxford?
O dell’ottimismo della volontà

Lo abbiamo detto. Se c’è un indirizzo d’eccellenza in Europa (quella geografica almeno) in cui il continente è nel gruppo di testa di questa corsa al vaccino, è il “Jenner Institute” dell’università di Oxford, Gran Bretagna. Dove, per altro, lo vedremo, c’è anche un pezzetto di Italia.

“Lo avremo all’80 per cento entro settembre”, aveva promesso sull’onda dell’entusiasmo lo scorso aprile la professoressa Sarah Gilbert, luminare e immunologa di Oxford. Non senza controversie. “Pensino a lavorare”, ci dice da Philadelphia e senza cerimonie il professor Paul Offit, altro luminare dell’università della Pennsylvania e tra i creatori del vaccino contro il rotavirus che ha salvato la vita di migliaia di bambini. “Io non farei così tanti comunicati pubblici come Oxford prima di avere dei risultati piuttosto certi, anche perché siamo di fronte a un virus nuovo di cui conosciamo ancora poco. La scienza in genere è silenziosa, lenta”, osserva tagliente il professore.

Nulla da dire sul prestigioso e all’avanguardia “Jenner Institute” dell’Università di Oxford. Un curriculum che racconta di gloria e un nome che omaggia Edward Jenner, il padre dell’immunizzazione e del vaccino anti-vaiolo. E tuttavia, persino il responsabile scientifico del governo britannico, Chris Whitty, ha sin qui cercato di riportare tutti con i piedi per terra, parlando, non più tardi dello scorso 24 maggio, di “probabilità di successo calate dall’80% al 50% per il venir meno della fase acuta della pandemia”.

Parole che a Oxford non sembrano aver intaccato l’ottimismo. “Diciamo che ci siamo portati avanti con il lavoro. Siamo a buon punto. Si tratta di un vaccino simile a quelli che abbiamo già testato per Sars e Mers”, ci ha spiegato qualche settimana fa, prima di chiudersi nel silenzio stampa imposto dall’università, l’immunologo italiano Giacomo Gorini, 31 anni, di Rimini, allievo del virologo Roberto Burioni, che dopo aver studiato a Bologna, al S. Raffaele di Milano e a Cambridge, da due anni lavora proprio nel team dei 110 scienziati dello Jenner.

E’ stato battezzato “ChAdOx1 nCoV-19”. E’ un “cavallo di Troia” e viaggia con l’adenovirus, un virus blando tipico degli scimpanzé. E come tutti i “cavalli di Troia” ha un punto debole: è più esposto alle replicazioni del Covid-19. “Bisogna vedere come si replicherà questo virus davvero complicato da trattare”, avverte il Prof. Offit da Philadelphia, “Nessuno lo sa ancora. Perciò mi chiedo davvero come facciano gli scienziati di Oxford ad andare così spesso al microfono e con quella sicurezza”.

Nessuno lo sa, ma forse, qualche risposta alla domanda può essere trovata in Italia. A Pomezia, agro pontino, sede del Campus Irbm, dove la storia di Oxford ha avuto inizio.

Una mail dal Regno Unito
O di dove tutto è cominciato

Il pomeriggio del 28 gennaio, la biologa Stefania Di Marco è nel suo ufficio di Pomezia. E’ la direttrice scientifica della Advent, la società che all’interno del Campus Irbm gestisce un laboratorio specializzato nella produzione di vaccini sperimentali. E’ uno dei pochi, in Italia, ad aver avuto la certificazione dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco. Stefania sta parlando con i suoi tre collaboratori più stretti. Una riunione di routine, una di quelle “rilassate” in cui si discute dello stato di avanzamento dei progetti in corso ma c’è spazio anche per la chiacchiera. Alle 15.15, però, nella stanza cala il silenzio. I quattro si sono ammutoliti. Sul cellulare di Stefania, infatti, è arrivata una mail dell’Università di Oxford che cambierà le loro vite.

“ChAdOx1 nCov-19”, c’è scritto nell’oggetto. Una sigla che alla Advent conoscono fin troppo bene. La mittente della mail è la professoressa di Oxford Sarah Gilbert, famosa per aver condotto con successo nel 2011 lo sviluppo e i test del vaccino universale per l’influenza e per aver lavorato con un altro coronavirus, quello della Mers.

“In response to the novel coronavirus outbreak…”. Stefania ha un sussulto. Prima ancora di finire di leggere il testo, intuisce dove vuole andare a parare. La professoressa Gilbert, con la quale ha collaborato in passato e che ha incontrato a un convegno due mesi prima, le sta chiedendo una cosa precisa: sono in grado, lì a Pomezia, di produrre nel più breve tempo possibile un vaccino, appena ad Oxford avranno ultimato il “seed”, cioè la molecola portatrice dei geni del Covid-19?

“Dobbiamo essere pronti in poche settimane”, precisa la Gilbert, aggiungendo che l’Università ha già sottoscritto un accordo con l’ente regolatore inglese per un rapid release, un rilascio veloce delle autorizzazioni. Servono almeno mille dosi di vaccino entro la fine di maggio, per poi avviare la sperimentazione sull’uomo prima dell’estate. “Stefania, siete in grado di farlo?”

La biologa italiana fissa lo schermo del suo telefonino. Più che una corsa contro il tempo, appare una missione impossibile. Di solito, per la produzione ci vuole quasi un anno e loro hanno tre mesi. Bisognerà prendersi dei rischi, accelerare al massimo i vari passaggi senza però saltarne nessuno, perché questo è un vaccino profilattico, andrà inoculato in persone sane dunque deve essere sicuro al cento per cento. L’unico vantaggio sarà poter contare sull’adenovirus, su cui Advent ha un’esperienza decennale.

“Una sorta di virus del raffreddore – lo definisce Matteo Liguori, amministratore delegato di Irbm – riconosciuto dall’organismo come non nocivo e utilizzato come vettore dove inserire il dna del Covid-19”. Alla Advent lo chiamano “la nostra piattaforma”: l’adenovirus è ben conosciuto dagli enti di controllo di diversi paesi del mondo, compreso il Regno Unito, perché l’hanno sperimentato per altre malattie infettive con ottimi risultati.

La biologa italiana quasi non crede a ciò che sta leggendo sul suo cellulare. E’ una sfida professionale enorme, per lei e per i venti scienziati del laboratorio Advent. Non è la prima. Già un’altra volta la possibilità di essere coinvolta in un progetto di enorme portata per la salute pubblica ha bussato alla sua porta. Stefania si prende un giorno, prima di rispondere alla mail di Sarah Gilbert. Mentre guida verso casa, quella sera, la sua mente torna ai giorni di Ebola.

Cervello in fuga, e ritorno
O di chi torna sui propri passi

La biologa Stefania Di Marco è un cervello in fuga che, dopo sei anni in Svizzera, è tornato in Italia. Classe 1966, laurea in scienze biologiche alla Sapienza, dottorato di ricerca a Tor Vergata. Uscita dall’università romana, l’unico posto all’altezza delle sue aspettative lo trova a Basilea, nei laboratori di ricerca della multinazionale Novartis. Si occupa di cristallografia delle proteine. In pratica, ne studia la struttura atomica.

Nel 1997, rientra in Italia e va a lavorare presso il polo scientifico Irbm di Pomezia. Qui, nel 2010, mette su la Advent, che è metà del suo mentore, il professor Riccardo Cortese, e metà di Piero Di Lorenzo, presidente e amministratore delegato della Irbm. L’idea è ambiziosa: aprire in joint venture un laboratorio dedicato allo sviluppo dei vaccini basati sull’adenovirus. Stefania, all’età di 44 anni, deve riprendere i libri in mano: frequenta un master all’Università Cattolica per acquisire le competenze che le sono necessarie per poter ricoprire il ruolo principale del suo nuovo laboratorio Advent, ossia quello di direttore scientifico.

La prima prova sul campo è di fuoco. La Glaxo Smith and Kline, colosso farmaceutico britannico, in collaborazione con i National Institutes of Health statunitensi, commissionano alla Advent il vaccino per l’ebola, ancor prima che in Africa sia scoppiata l’epidemia. La richiesta non è insolita. Risponde all’esigenza degli apparati militari Usa di avere un’arma di difesa da usare nel caso di una guerra batteriologica scatenata da qualche nazione ostile o gruppo terroristico.

Stefania, e il suo team, fanno subito centro. Nel 2013 la Glaxo acquista il brevetto del vaccino italiano anti-ebola. La mattina del 29 gennaio, a mezzogiorno, Stefania Di Marco risponde alla mail di Sarah Gilbert. “Siamo entusiasti di partecipare a questo progetto. Credo sia meglio discutere al telefono di come procedere in modo aggressivo”.

Senza rete
O di un’indimenticabile festa della donna

Ridotta all’osso, la procedura di produzione di un vaccino nuovo si compone di tre fasi. La prima è la “crescita”: va presa la molecola infettata dell’adenovirus (il seed) e va replicata fino ad avere una massa cellulare di un centinaio di litri. La seconda è la “purificazione”: la soluzione deve essere epurata da tutti gli agenti contaminanti, così da rendere il vaccino del tutto sterile. La terza: la soluzione residua dopo la purificazione va versata nelle fiale ed etichettata.

E c’è solo un modo per comprimere in pochi mesi una procedura di norma molto più lunga, mantenendo il rischio del fallimento sotto un livello accettabile: restringere le fasi della preparazione e saltare i test preliminari. “Un modo di procedere aggressivo”, ha spiegato Stefania alla professoressa Gilbert.

C’è un solo ciak. Gli attori devono recitare la propria parte alla perfezione. Vietato sbagliare i tempi della battuta. E alla Advent, in attesa di cominciare, si sono riforniti del materiale necessario per quando si andrà in scena: cellule, plastiche, reagenti, tute per la vestizione, mascherine, guanti.

Il pacco dell’Università di Oxford viene consegnato a Pomezia da un corriere specializzato la domenica mattina dell’8 marzo, la festa della donna. Ad attenderlo c’è Stefania e una parte del team. Si tratta di un grosso scatolone di cartone riempito con chili di ghiaccio secco, al cui interno c’è una scatola più piccola, 30 centimetri per 30, che contiene una decina di fiale. Un data logger inserito nell’involucro ha tracciato la temperatura per tutto il viaggio: i campioni devono rimanere congelati a una temperatura di -60 gradi, altrimenti si rovinano.

Vengono messi subito nei freezer del laboratorio Advent, a meno 80 gradi. Le provette hanno dimensioni diverse: alcune contengono appena un millilitro di liquido, altre 5-10 millilitri. La produzione adesso può cominciare. Per dodici ore al giorno, sette giorni su sette, ci lavora su un gruppo di venti specialisti. Italiani, argentini, spagnoli, americani, inglesi e sudamericani. Il più anziano ha 47 anni.

Si chiama Francesco Calvaruso ed era già qui ai tempi del vaccino dell’Ebola. La pressione è enorme, l’esperienza aiuta ma, a volte, non basta. Calvaruso, infatti, ha somatizzato uno strano tic: si sveglia tutte le notti alle 4.27 in punto. “Non so cosa mi sia preso – spiegherà in un’intervista a Repubblica – ormai è così: mi alzo nel cuore della notte, e comincio a pensare a come arrivare al vaccino il più in fretta possibile”.

L’imprevisto
O di un filtro rotto che rischia di mandare tutto a monte

E’ fine aprile. Le due fasi iniziali, quella della crescita e quella della purificazione, sono andate bene. Ora manca l’ultima, la più critica: l’infialamento. Va fatto nella Clean Room, che, delle sette stanze del laboratorio Advent, è quella più asettica. Le particelle di polvere che volano nell’aria sono quasi inesistenti. Persino la carta per scrivere è speciale, impastata in modo tale da non rilasciare fibre.

Gli specialisti che accedono alla Clean Room devono obbligatoriamente indossare due tute, i calzari, guanti doppi, la cuffia, la mascherina protettiva e gli occhiali: un’operazione di vestizione che porta via un’ora. Anche per far entrare il materiale e gli attrezzi c’è una procedura da seguire: sono lavati, inseriti in tre buste di plastica e poi messi nella Pass Box, un contenitore incastrato nel muro in cui un flusso d’aria pressurizzato elimina ogni particella di polvere.

Il filling, ossia l’infialamento del vaccino nelle provette da rispedire ad Oxford per la sperimentazione clinica sull’uomo, è fissato per il 4 maggio. Prima, però, devono fare una prova generale. Questa non si può proprio saltare. Stefania, in qualità di direttrice scientifica, finora ha compresso tutto il comprimibile, ma se non fanno neanche la prova di filling prima di entrare nella Clean Room teme di dover buttare tutto e ricominciare da capo. Una molecola o una minuscola bolla d’aria che entra nelle provette, ed è la fine. Quindi domenica 26 aprile si fa il “mock test”, cioè la prova di riempimento dei flaconi.

A poche ore dall’inizio, ecco l’intoppo: uno dei filtri dell’aerazione della Clean Room non funziona bene, deve essere sostituito. Alla Advent non ne trovano uno di ricambio. Quando hanno fatto l’inventario di ciò che sarebbe servito per il progetto hanno segnato e comprato molte cose, ma si sono dimenticati del filtro di scorta. Se saranno costretti a rinviare il“mock test”, slitterà la consegna prevista a fine maggio e salterà l’intero piano di test clinici già organizzato in Inghilterra. Sarebbe un disastro. Il mondo alle prese con il Covid-19 perderebbe giorni preziosi nella corsa al vaccino.

Si tenta il tutto per tutto. Viene richiamata d’urgenza la squadra degli ingegneri della Ibrm per provare ad aggiustare il filtro, ormai inutilizzabile. Va sostituito. Solo che siamo nel weekend, e in pieno lockdown, tutti i fornitori sono chiusi. Quando ormai il tempo sembra scaduto, gli ingegneri riescono a recuperarne uno da un altro impianto e a istallarlo nella Clean Room. La prova si fa. E va liscia.

Il 4 maggio è il grande giorno. Tutto il team di Stefania Di Marco è in laboratorio, per seguire le fasi del vero infialamento. L’operazione è iniziata di prima mattina, e sono ore interminabili trascorse col fiato sospeso. Se il filling fallisce, due mesi di lavoro verranno spazzati via. Alle 21.30 di quel lunedì, nel laboratorio di Pomezia, uno degli specialisti esce dalla Clean Room con la prima fiala di vaccino anti-Covid. Ce l’hanno fatta. Tre mesi dopo la mail della professoressa Sarah Gilbert, il team Advent e i dirigenti della Irbm possono allentare i nervi. Oxford a gennaio ha chiesto almeno mille dosi di vaccino, da Pomezia gliene arrivano 13.000 entro il mese maggio.

Resurrezione di una multinazionale
O delle fortune di AstraZeneca

Il racconto di Pomezia chiarisce perché molti puntino sul ChAdOx1 nCoV-19. Perché sia i padroni di casa del Regno Unito che gli Stati Uniti ne abbiano già prenotato 400 milioni di dosi a scatola chiusa, anche se non dovesse funzionare: 100 e 300 milioni di dosi rispettivamente, per un totale di 65 milioni di sterline da parte di Londra (su complessivi 750 milioni di linee di credito e di impegno per il vaccino, di cui 20 messi sull’Imperial College di Londra e altri anche sulla ricerca europea) e addirittura circa 1 miliardo di sterline da parte degli Stati Uniti.

E questo soltanto per la produzione e la priorità di acquisizione del vaccino. La cui sperimentazione e proprietà intellettuale, oggi, sono nelle mani AstraZeneca. Una multinazionale britannica – e un po’ olandese – che si è aggiudicata la ricerca di Oxford per una cifra che non è mai stata comunicata. È AstraZeneca che ha incassato i ricchi assegni britannico e statunitense. Ed è AstraZeneca a confermare a “Repubblica” che Regno Unito e Stati Uniti hanno acquisito una priorità.

Anche se, aggiunge un portavoce della multinazionale, “stiamo discutendo in parallelo accordi anche con molti altri Paesi europei per rendere il potenziale vaccino accessibile a livello globale, in maniera ampia ed equa. Senza alcun profitto per la nostra azienda. Vogliamo rifornire quanti più Paesi possibili e per questo aumenteremo la capacità produttiva anche con l’aiuto di partner in tempi record”.

AstraZeneca fino a qualche anno fa era sull’orlo del disastro. Nel mondo degli investitori e dei colossi farmaceutici, era definita “una mezza barzelletta”, dal declino assicurato e inesorabile. Per la scarsa capacità di rinnovarsi e per diversi brevetti in scadenza. Pfizersembrava pronta a mangiarsi tutto. Poi, nel 2012, è arrivato come amministratore delegato Pascal Soriot, direttamente dalla svizzera Roche, che ha rivoltato l’azienda come un calzino, staccandosi dal business dei farmaci più generici e puntando molto su quelli anti-tumorali (business ora giunto a 8,7 miliardi di dollari per l’azienda), come il Tagrisso, Imfinzi, Lynparza.

Non solo: la decisione di spostare il quartier generale di AstraZeneca dall’anonimo Cheshire a un hub della ricerca mondiale come Cambridge è stato a posteriori determinante nel settore della “ricerca e sviluppo”. L’accordo con Oxford sul possibile vaccino anti Covid-19 ha segnato poi la definitiva resurrezione.

AstraZeneca ha scavalcato il colosso del settore farmaceutico e dei vaccini britannico e mondiale GlaxoSmithKline, che non a caso ha dovuto puntare tutto su un altro gigante farmaceutico ma francese, Sanofi, con la quale sta lavorando su cui è un’altra delle fiches puntate da Donald Trump. Per avere un’idea, se nel 2012 AstraZeneca aveva un valore di mercato di 36 miliardi di dollari e Glaxo 70,9, oggi AstraZeneca capitalizza 118 miliardi di sterline (contro gli 83 della connazionale Glaxo), con un prezzo delle azioni schizzato a 90 sterline, in cima al FTSE 100, l’indice azionario delle 100 società più capitalizzate quotate al London Stock Exchange, la borsa di Londra.

Incapaci di produrre
O di un handicap difficile da colmare

Resta un problema per Londra. E che problema. Il Regno Unito, anche se all’avanguardia della ricerca scientifica, non ha mai sviluppato una capacità produttiva importante per vaccini e farmaci. Anche per colpa della scarsa reattività proprio di Glaxo e AstraZeneca. È un paradosso disarmante, soprattutto nei confronti degli Stati Uniti che invece, dopo l’11 settembre 2001, hanno lanciato la piattaforma governativa Barda (Biomedical Advanced Research and Development Authority). Ed è un paradosso figlio della protezione dell’Unione Europea per molti anni, almeno fino al referendum che ha sancito la Brexit nel 2016. Solo allora, il Regno Unito ha iniziato a muoversi.

Sul proprio suolo, il Regno Unito ha soltanto uno stabilimento per la produzione di vaccini, nel Merseyside, vicino a Liverpool. È il “National Biomanufacturing Centre”, costruito tra il 2003 e il 2005, dopo un report governativo che segnalava la profonda carenza del Paese nel settore della produzione medica. Ma è una cattedrale nel deserto. Oltre a Johnson & Johnson, persino Glaxo ha delocalizzato tutto e non ha più una fabbrica sul suolo britannico – la sua più grande al momento è in Belgio – a parte un piccolo sito in Scozia, a Montrose, dove però produce solo sostanze chimiche.

Anche AstraZeneca, a parte l’hub di Cambridge, non ha fabbriche in Regno Unito utili allo scopo. Mentre la francese Sanofi, per esempio, ha ben tre siti di produzione di vaccini in patria, parte importante del miliardo di dosi che produce attualmente ogni anno.
Insomma, se Oxford dovesse venire a capo del vaccino, non potrebbe essere prodotto su larga scala nel Regno Unito. Un clamoroso errore strategico dei vari governi britannici, figlio della globalizzazione, delocalizzazione delle aziende ma anche della superficialità dei suoi leader.

L’appartenenza all’Unione Europea, sin qui, aveva sempre garantito uno “scudo” e standard di approvvigionamento sufficienti. Ecco perché Boris Johnson gioca comunque su due tavoli: quello “nazionalista” per la priorità del vaccino di Oxford sostenendo però, allo stesso tempo, lo sforzo collettivo globale insieme all’Unione Europea. Ecco perché il summit globale del 4 giugno non è un caso.

The Indian job
La porta della produzione mondiale

Pune, India, è la casa del Serum Institute. Per diversi osservatori, la “porta dove passerà gran parte della produzione mondiale del vaccino anti Covid-19”. Il suo nome sarà sconosciuto a molti, ma Serum è l’azienda che produce la quantità maggiore di vaccini al mondo: 1,3 miliardi all’anno, più di Glaxo (vaccini contro poliomielite, morbillo e altre malattie destinati al mercato interno, l’Asia e i Paesi in via di sviluppo). Per questo, AstraZeneca, che sta cercando di espandere la sua capacità produttiva ha un solo accordo da firmare. Quello con con Serum, che dovrebbe essere presto annunciato e che sarà fondamentale per assicurare un destino al vaccino di Oxford.

“È vero, ci siamo”, dice a “Repubblica” il ceo di SerumAdar Poonawalla, 39 anni, uno degli uomini di affari più giovani e importanti d’India. Figlio del magnate Cyrus Poonawalla, Adar è in stretto contatto con il presidente indiano Modi. “C’è tanta fiducia – dice orgoglioso  – perché siamo capaci di produrre centinaia di milioni di dosi all’anno, anche di vaccini diversi, fino a un miliardo complessivo di dosi. Ma dobbiamo prenderci dei rischi. Non posso scendere nei dettagli in questo momento, ma solo per AstraZeneca produrremo entro la fine dell’anno almeno 200 milioni di dosi del vaccino di Oxford. Ci ha contattato anche il governo italiano tramite un intermediario. Ma per il momento non siamo giunti a un accordo”.

Ma perché Serum è diventata così importante nella corsa al vaccino? “Perché noi ci siamo preparati da tempo a uno scenario simile, anche a livello tecnologico, e abbiamo una produzione massiccia e flessibile per diversi tipi di vaccini – sottolinea Poonawalla – Già ora potremmo generarne 4-500 milioni all’anno, e nel 2022 avremo un’ulteriore fabbrica per arrivare alla produzione di 1 miliardo di dosi di vaccino anti-coronavirus ogni 12 mesi. Abbiamo già il 70-80 per cento delle tecnologie necessarie per produrre un vaccino anti Covid-19. Ecco perché tutto il mondo si rivolge a noi”.

Un vaccino prodotto per tutti, dunque. Ma non destinato necessariamente agli indiani per primi. “Prima gli indiani? Vedremo. Ci sarà un mix – spiega Poonawalla – Innanzitutto io devo rispettare legalmente i contratti in essere con le altre aziende, come per esempio con AstraZeneca, quando sarà. A meno che il governo indiano del premier Modi non mi obblighi, con una legge, a distribuire le dosi di vaccino agli indiani prima e poi agli altri. Il che non è da escludere”.

“Tuttavia – conclude – l’idea di fondo resta sempre quella di distribuire il vaccino a tutti, negli anni successivi, tramite la piattaforma Gavi. Gran parte della nostra produzione, alla lunga, sarà destinata a Asia, Sudamerica e Africa. Perché, alla fine, credo che avremo un vaccino. E se non sarà alla fine di quest’anno, sarà per l’anno prossimo”.

Deutschland über alles
O di un’azienda dal curioso indirizzo

Ci sono un nome, Ugur Sahin, e una città, Magonza, che raccontano la corsa tedesca al vaccino. Anche questa, cominciata quando il mondo guarda ancora altrove. Buttando alle ortiche una carriera accademica da oncologo sperimentale, Sahin, 54 anni, scienziato di origine turca cresciuto in Germania, nel 2008, con la moglie Özlem Türeci e il suo ex professore, Christopher Huber, ha fondato l’azienda di biotecnologia di BioNTech a Magonza, il cui indirizzo, peraltro, è tutto un programma: “An der Goldgrube”, “Alla miniera d’oro”.

Negli anni, i laboratori BioNtech sono diventati una punta di diamante nella tecnologia che sfrutta il RNA per creare vaccini. E, in gennaio, Sahin li dirotta su quello che nessuno in quel momento riesce a immaginare. Ha letto infatti un articolo su “Lancet” che gli toglie il fiato. E’ la storia di una famiglia che si è spostata da Shenzhen a Wuhan, dove si è ammalata di un nuovo virus che si è appena manifestato. Sahin si precipita a scaricare la sequenza genetica del virus che la Cina ha messo già a disposizione della comunità scientifica mondiale. E comprende al volo. Scrive una mail allarmata ai colleghi della sua BioNTech e li convince, tra molte resistenze, a dirottare tutto il lavoro e i 400 ricercatori su una peste di cui non si sa ancora nulla e sul vaccino che dovrà neutralizzarla.

Lui per primo si butta a capofitto nella sfida. E così, mentre quella parte della Germania affacciata sul Reno si prepara all’amatissimo carnevale, nei laboratori dell’azienda la luce comincia a rimanere accesa notte e giorno. E lo sarà per i successivi tre mesi. Sahin, l’unico ad avere un ufficio nel quartier generale BioNtech, rinuncia anche al Ramadan: “Le mie capacità mentali ne sarebbero risultate limitate. Sono più utile se non digiuno”, spiegherà in quei giorni in un’intervista alla “Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung”.

Arriva in laboratorio sulla sua mountain bike, comincia la sua interminabile giornata in teleconferenza con la Cina e la conclude con i colleghi di Pfizer. Gli americani sono infatti già a bordo da due anni (ad agosto del 2018 è stato il colosso americano dei farmaci Pfizer a intuire il potenziale di BioNTech e a firmare una collaborazione), i cinesi di Fosum Pharma arrivano con una dote di 135 milioni a metà marzo.

“Non prendiamo finanziamenti pubblici”, ci tiene a sottolineare Sean Marett, direttore generale di BioNtech, aggiungendo che “ad oggi non abbiamo preso soldi dei contribuenti, né finanziamenti pubblici. Né dalla Germania, né dalla Ue. Finanziamo ricerca e sviluppo con i nostri mezzi propri e con quelli di Pfizer e Fosun Pharma”. Ed è “ovvio”, aggiunge, che “sul nostro bilancio attuale questa cosa pesi. Perché per sviluppare un nuovo vaccino ci vuole di solito oltre mezzo miliardo di euro”.

Una montagna di soldi. Lo sforzo intrapreso da Sahin e i suoi ricercatori, intanto, ha pagato. Il 29 aprile un comunicato ufficiale ha annunciato il via libera dal Paul-Ehrlich-Institut, l’autorità regolatoria tedesca, per i primi test del vaccino BNT162 prodotti da BioNTech sugli esseri umani. Il 23 aprile BioNTech ha inoculato i vaccini a 12 volontari. Quindi, ad altri 200 pazienti sani tra i 18 e i 55 anni.

Una settimana dopo, il 5 maggio, è arrivato anche il comunicato Pfizer sull’ok dell’autorità regolatoria Usa ai test sugli esseri umani. Il piano è quello di vaccinare 360 soggetti sani in due coorti, da 18-55enni e da 65-85enni. Soddisfatto l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla: “Il periodo breve, meno di 4 mesi, in cui ci siamo mossi dagli studi preclinici ai test sugli esseri umani è straordinario”, fa sapere. I primi risultati, promette Marett, “dovrebbero essere resi noti alla fine di giugno o a luglio”.

Il ratto di Trump
O di una tecnica nata da un errore

In Germania, c’è un altro campione della tecnica del “cavallo di Troia”. Uno scienziato che, ventuno anni fa, dottorando all’Istituto di immunologia di Tubinga, si convinse di aver commesso un errore che tale non era. Si chiama Ingmar Hoerr e alla fine degli anni ’90, lavorava a inoculare proteine nei topi. Nel 2000, Hoerr fonda CureVac, un’azienda che per vent’anni avrebbe sviluppato la sua tecnologia all’avanguardia per produrre vaccini in modo più semplice ed economico di quelli tradizionali.

All’inizio, sono in pochi a scommettere su Hoerr. Ma, nel 2005, il fondatore di SAP, Dietmar Hopp investe 23 milioni per entrare nel gruppo. Nel 2015, arrivano anche Bill e Melinda Gates con 50 milioni di euro. E, all’inizio del 2019, è l’alleanza internazionale Cepi a iniettare altri 34 milioni di liquidità in CureVac.

CureVac, insieme a BioNTech, è oggi uno dei tre candidati tedeschi in pole position per il via libera alla sperimentazione sull’uomo di un vaccino contro il coronavirus. Questione di giorni, a sentire l’azienda. “A giugno vogliamo cominciare con la fase clinica”, racconta a “Repubblica” il portavoce del gruppo, Thorsten Schüller. Che parla di “ottimi risultati” raggiunti durante la sperimentazione sui topi, anche “per il dosaggio molto basso che abbiamo usato”. Un dosaggio più basso, puntualizza, che significa “minor rischio di effetti collaterali” e, in prospettiva, un costo minore per la produzione su larga scala.

Schüller parla già di una capacità di produzione “da diverse centinaia di milioni di dosi all’anno”. Ed “entro due anni”, anche grazie a un finanziamento lampo arrivato dalla Ue, CureVac conta di poter garantire “qualche miliardo di dosi”. Su CureVac sono piovuti anche gli 80 milioni di euro garantiti dalla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. A valle di una crisi diplomatica scoppiata in un fine settimana di metà marzo tra Washington e Berlino.

Dopo che la Welt am Sonntag aveva dato notizia che Donald Trump, negli stessi giorni in cui la pandemia infuriava in Europa, aveva cercato di accaparrarsi il vaccino allo studio di CureVac per un miliardo di euro. Uno dei principali azionisti di Curevac, Dietmar Hopp, peraltro, sembra confermare le indiscrezioni. “Per me l’impegno è quello di tutelare tutti gli esseri umani. Se riusciremo a sviluppare presto un vaccino contro il coronavirus, non dovrà essere diffuso non solo al livello regionale, ma dovrà proteggere e raggiungere il mondo intero”.

Hopp è una delle figure più interessanti e controverse in Germania. Grande benefattore nella ricerca medica, cui ha devoluto una fetta importante del suo immenso patrimonio personale, si è guadagnato una pessima quanto immeritata fama nel mondo del calcio per la sua tendenza a entrare troppo prepotentemente nella gestione della sua squadra, l’Hoffenheim. Nelle curve degli stadi, dove hanno ribattezzato la squadra “Hoppenheim” sono persino comparsi striscioni con la faccia del patron in un mirino e la scritta “Hasta la vista”.

Vero o meno che sia stato il tentativo di ratto del vaccino da parte di Trump, sono scesi in campo tre pesi massimi del governo Merkel. Il ministro dell’Economia Peter Altmaier per avvisare che “la Germania non è in vendita”; il suo collega della Sanità, Jens Spahn, per chiarire che “il governo è molto interessato a sviluppare farmaci e vaccini contro il coronavirus anche in Germania e in Europa”. E Angela Merkel per annunciare, lapidaria, che la vicenda Curevac-Usa era “questione risolta”.

Il governo tedesco è comunque corso ai ripari. Il 20 maggio, il responsabile dell’Economia Altmaier ha annunciato una legge a tutela delle aziende farmaceutiche a rischio di shopping straniero, per la quale le imprese extraeuropee che vorranno comprare una quota superiore del 10 per cento dovranno passare per il governo. Ma l’intervento pubblico è robusto anche dal lato finanziario. La proverbiale capacità della Germania di investire in ricerca e sviluppo si è espressa nel 2019 con 2,7 miliardi di euro investiti soltanto nel settore sanitario.

E come il portavoce del Ministero della Ricerca, Stephan Kuegele, dichiara a “Repubblica”, la Germania ha contribuito allo sviluppo del vaccino per il coronavirus con 230 milioni di euro garantiti all’iniziativa internazionale CEPI, e 750 milioni “che sono stati stanziati dal governo l’11 maggio per accelerare lo sviluppo del vaccino anti-Covid19 in Germania”. Un “programma straordinario”, battezzato per “rendere disponibile il prima possibile un vaccino”, dunque per “sostenere la sperimentazione clinica, aiutare l’ampliamento degli studi e potenziare la capacità di produzione dei vaccini più promettenti”.

Un perno dello sviluppo del vaccino in Germania è il Paul-Ehrlich-Institut (PEI), un istituto polifunzionale che può essere paragonato “a una via di mezzo tra gli italiani Istituto superiore di sanità e l’agenzia Aifa”, come spiega a “Repubblica” il suo presidente, Klaus Cichutek. E’ l’agenzia regolatoria che approva i farmaci e dunque le varie fasi di sviluppo dei vaccini, ma è anche un importante istituto pubblico di ricerca. Il quartier generale è a Langen, in Assia. E’ stato il PEI a concedere il via libera alla sperimentazione clinica del vaccino di BioNTech. E ci conferma che CureVac è in procinto di compiere lo stesso passo”.

Anche un terzo candidato, il consorzio accademico Deutsches Zentrum fuer Infektionsforschung (DZIF), “sta preparando” la fase di sperimentazione sull’uomo, aggiunge Cichutek. Ma un quarto ramo della ricerca sul vaccino da Covid19 è partito proprio dall’istituto, precisa il presidente. Avendo compiti regolatori, per ovvi motivi di conflitti di interesse il PEI non può ricevere finanziamenti privati, né può collaborare con aziende. Ha un bilancio di circa 73 milioni di euro all’anno e svolge ricerca in molti campi sanitari.

È, per dirla con Cichutek, “il player più grande nell’Agenzia europea del farmaco” e consiglia anche molte aziende non tedesche. “Penso che entro 15-18 mesi ci saranno i primi vaccini autorizzati”. “Qui siamo alla fase 1/2 della sperimentazione clinica. Nel caso di risultati positivi, penso che in autunno partirà la fase 2/3, inclusi gli studi sull’efficacia. I risultati ci saranno poi nell’inverno o all’inizio del prossimo anno. E poi bisognerà capire se ci sarà bisogno di altri studi o se saremo pronti per il via libera”.

Il “vaccine veteran”
O della via francese al “rischio garantito”

Jean Lang si definisce all’americana come un “vaccin veteran”. Nei suoi oltre venticinque anni di carriera, il vice presidente di Sanofi Pasteur, la filiale del gruppo francese che detiene il 25 per cento del mercato mondiale dei vaccini, ha combattuto molte battaglie. E non ha sempre vinto. “Bisogna attraversare tre Valli della Morte”, riassume citando il percorso che va dagli studi preclinici, alle diverse fasi di sperimentazione, alla licenza di produzione. Un enorme investimento di mezzi e risorse che può durare anni, senza alcuna garanzia di arrivare al traguardo. Il precedente che a Lang fa ancora male è quello della Sars.

Nel 2002, quando il mondo temeva una pandemia provocata dall’allora nuovo coronavirus Sars-Cov-1, il gruppo farmaceutico francese aveva cominciato a sviluppare un vaccino a Marcy L’Étoile, vicino Lione, nei laboratori creati nel lontano 1917, da Marcel Mérieux, allievo di Louis Pasteur. Per due anni, un’ottantina di ricercatori di Sanofi si erano concentrati solo sulla Sars. “Alla fine, l’epidemia è stata contenuta con le misure di isolamento, il virus è scomparso, e abbiamo dovuto abbandonare il nostro progetto di vaccino perché non interessava più”.

In Europa erano stati investiti quasi 100 milioni, ma i rubinetti erano stati chiusi non appena finita l’emergenza. Un errore, secondo molti esperti per cui se la ricerca sui coronavirus fosse andata avanti allora oggi saremmo stati più pronti per curare e forse vaccinare. Il dirigente di Sanofi ricorda quell’episodio come uno shock. La storia si è ripetuta nella ricerca del vaccino contro Ebola, contro la Zika. Ogni volta la maratona si è interrotta perché l’epidemia è scomparsa prima, l’interesse scientifico ed economico è svanito. In questi anni non sono mancati anche gli incidenti di percorso. Nella prevenzione della dengue, Sanofi Pasteur ha dovuto ritirare le dosi dopo alcuni casi di mortalità sospetta.

Con la sua immensa capacità di produzione, Sanofi Pasteur è nel gruppo di testa della Corsa all’Oro. Di cui vuole dettare le condizioni. “Alla luce delle esperienze passate, e data la necessità di comprimere al massimo i tempi di sviluppo, crediamo sia necessario condividere il rischio d’impresa” spiega Lang. È così che per il vaccino contro il Covid-19, il gruppo farmaceutico ha siglato un accordo con uno dei suoi diretti concorrenti, il britannico Gsk. I due rivali di Big Pharma si sono uniti per trovare un vaccino entro 18 mesi basato, guarda caso, proprio sulle precedenti ricerche contro il Sars-Cov-1, parente stretto del Sars-Cov-2. Sanofi ha comprato tre anni fa la società americana di biotecnologia Protein Sciences, che aveva sviluppato un vaccino contro la Sars.

L’alleato britannico Gsk porta invece le sue ingenti capacità di produzione di adiuvanti necessari nelle future dosi.
Sempre in nome della filosofia di un rischio garantito, quasi un ossimoro, Sanofi ha siglato un accordo con il Barda (Biomedical advanced research and development authority) statunitense, che ha già versato 30 milioni di dollari a Sanofi e che rappresentano un anticipo rispetto a somme molto più importanti, probabilmente simili a quelle versate per il progetto concorrente di Moderna.
Sanofi e Barda stanno trattando i dettagli finanziari del nuovo accordo che servirà a garantire “America First” nella distribuzione dell’eventuale vaccino.

Ed è quello, del resto, che ha ammesso candidamente il Ceo del gruppo, Paul Hudson, scatenando l’ira del Presidente francese Emmanuel Macron. “Gli americani avranno la priorità sul vaccino contro il nuovo coronavirus” ha detto Hudson tre settimane fa. Anche se le sue dichiarazioni sono state un boomerang in termini di immagine, Hudson si è limitato a fotografare la realtà. “L’accordo con il Barda riguarda gli Stati Uniti e non influisce sugli altri Paesi” precisa ora Lang, garantendo che il vaccino sarà accessibile a tutti, Francia compresa. Già, ma chi produrrà milioni di dosi?

Sanofi Pasteur ha un immenso stabilimento a Val-de-Reuil, in Normandia, da cui partono ogni anno 200 milioni di dosi del vaccino contro l’influenza verso 150 paesi. “Quello stabilimento funziona già al massimo delle sue capacità” spiega Lang, per cui sarà necessario progettare nuovi siti per il vaccino Covid. E quindi investire altri soldi in infrastrutture. E’ il punto su cui Sanofi vuole trattare.

Con gli Usa ha già chiuso accordi, ottenendo investimenti per la costruzione di fabbriche pronte a produrre l’elisir di immunità quando scatterà l’ora X. In Europa, invece, i negoziati languono. “Stiamo dialogando con le autorità europee, e con i governi, anche francesi e italiani” racconta Lang. “L’ideale sarebbe un organismo come il Barda al livello nazionale o europeo che sia in grado di partecipare al rischio d’impresa” aggiunge il dirigente di Sanofi.

In gergo, si chiama advanced procurement agreeement. “Serve a dare visibilità sui volumi di dosi che saranno necessari, e quindi a organizzare le capacità produttive”. In concreto, si tratta di stanziare montagne di denaro pubblico – l’americano Barda è capace di elargire fino a 1 miliardo a progetto – sapendo che una parte potrebbe andare a fondo perduto. Perché il candidato vaccino non è quello giusto, o perché l’epidemia scomparirà.

La scarpa e il vaccino
O di un modello importato dagli Usa

Lo scontro tra Sanofi e Macron per moltiè sintomatico di come la legge di mercato confligga spesso con la difesa della salute pubblica. “Penso che quello del manager di Sanofi sia un errore di comunicazione rivelatore, ammesso che sia un errore perché forse era un modo di scuotere le autorità francesi”, osserva Nathalie Coutinet, ricercatrice in economia della salute ed esperta delle strategie delle aziende farmaceutiche. “I gruppi privati non si lanciano più da soli”.

“La corsa ai vaccini rappresenta un rischio finanziario troppo grande. Gli americani hanno versato un anticipo a Sanofi, quindi si aspettano di essere serviti per primi. È una competizione tra Stati, proprio come è successo con le mascherine o l’idrossiclorochina all’inizio. Ogni governo vuole mostrare ai suoi cittadini di avere delle risposte, quindi molti leader si agitano, mostrano i muscoli”. Macron ha tuonato: “Il futuro vaccino dovrà essere un bene pubblico”.

“Il Presidente ci prende in giro, a meno che la Francia non sia pronta a smontare gli accordi internazionali del Wto, cosa che sarebbe anche auspicabile” commenta l’economista. “Quello che vediamo – prosegue Coutinet – è che le regole mondiali sulla proprietà dei farmaci vanno nel senso opposto. Dagli anni Ottanta si è imposta la visione americana per cui la salute è un bene privato, produrre un farmaco o una scarpa è la stessa cosa”.

Non è sempre stato così, ricorda Coutinet nel suo saggio “L’Économie du Médicament”. Fino agli anni Sessanta i brevetti sui farmaci erano provvisori, gli Stati potevano annullarli in caso di abusi dei produttori sui prezzi o nell’accesso ai malati. Coutinet è convinta che sul nuovo vaccino si vedrà una replica della guerra mondiale avvenuta tra Big Pharma e gli Stati negli anni Novanta per garantire gli antiretrovirali ai malati di Aids. In questo caso, viste le proporzioni della pandemia, non sono soltanto gli Stati più poveri a dover lottare per assicurarsi il vaccino ma anche grandi potenze occidentali come la Francia o l’Italia.

Quando è stata fondata nel 1973, Sanofi era solo una start-up con dieci dipendenti nel gruppo petrolifero Elf Aquitaine. A colpi di acquisizioni negli anni Ottanta, tra cui Aventis nel 2004, è diventata una multinazionale con 36 miliardi di euro di fatturato e 100 mila dipendenti. Tra gli azionisti, oggi ci sono il gruppo francese L’Oréal, di proprietà della famiglia più ricca di Francia, i Bettencourt, ma anche il potente fondo americano BlackRock.

Sanofi, che tanti francesi conoscono perché commercializza il Doliprane, l’equivalente della nostra Tachipirina, è già stata al centro del dibattito durante l’emergenza sanitaria. E’ infatti suo il Plaquenil, farmaco a base di idrossiclorochina amato da Trump e su cui la comunità scientifica si è divisa. Quando Macron ha convocato solennemente i vertici del gruppo farmaceutico all’Eliseo, l’incontro si è concluso con un no comment da entrambe le parti.

“Non bisogna farsi illusioni, è un mondo in cui si parla solo il linguaggio del denaro” dice Thierry Bodin, sindacalista da Sanofi, sorta di grillo parlante all’interno del gigante farmaceutico. Statistico di formazione, è abituato a spulciare i bilanci e le comunicazioni interne. E’ anche tra i fondatori dell’associazione “Médicament bien commun”, che promuove una petizione per annullare il brevetto del futuro vaccino contro il Covid-19.

“Quello che è successo con Macron non mi stupisce. Queste multinazionali pensano di essere superiori ai governi”. Le cifre ufficiali dell’assegno staccato dalla Francia per la corsa al vaccino non sono note. A precisa domanda, Marie-Paule Kieny, virologa già dirigente dell’Oms e consigliera presso il ministero francese della Ricerca, glissa: “Gli investimenti pubblici e privati sono ingenti e ammontano a diversi milioni di euro”. Macron ha insediato un comitato scientifico per lavorare sulla ricerca di un vaccino e di terapie contro il nuovo coronavirus. Guidato dalla virologa Françoise Barré-Sinoussi, premio Nobel insieme a Luc Montagnier per la scoperta dell’Hiv, il gruppo di saggi è rimasto stranamente discreto, e finora non ha mai comunicato pareri pubblici.

La sensazione è che la nazione di Pasteur, lo scienziato che ha inventato il vaccino contro la rabbia nel lontano 1885, sia rimasta fuori dalla nuova corsa all’oro. Sanofi, che dal settembre scorso ha anche un Ceo non francese, l’ormai famoso britannico Hudson, guarda oltre l’Atlantico, mentre la fondazione dell’Institut Pasteur, con il quartier generale a Parigi dove è sepolto il grande luminare, conduce un progetto di vaccino con la società austriaca Thémis, filiale del gruppo americano Merck.

L’Institut Pasteur ha dismesso le sue unità produttive di vaccini negli anni Settanta, poi vendute a Sanofi che ne ha tenuto solo il nome. Il business dei vaccini in Francia si concentra tra pochi: la multinazionale Sanofi orientata verso gli Usa, mentre la potente famiglia Mérieux basata a Lione e l’Institut Pasteur collaborano entrambi con la Cina.

“Ormai siamo disarmati e isolati rispetto alla competizione globale”, commenta il sindacalista di Sanofi che, come rappresentante della Cgt, ha denunciato la scelta del gruppo di versare un dividendo di 3,95 miliardi di euro agli azionisti, nonostante l’emergenza sanitaria in corso. “Il governo francese ha detto qualcosa? Assolutamente nulla”.

Bodin è molto critico su un gruppo che, sottolinea, che negli ultimi anni ha ricevuto crediti dallo Stato tra i 110 e i 150 milioni di euro ma intanto ha disinvestito nella ricerca su antibiotici e antivirali. “E vedere che ora Sanofi mette la Francia davanti a un’asta tra governi è qualcosa di indecente”. Bodin è convinto che sia in atto un ricatto alla Francia e all’Europa in generale di Big Pharma con l’obiettivo di drenare il più possibile di fondi pubblici, abbassando gli standard normativi e di sicurezza. “Il tentativo è applicare anche da noi la visione americana. No, grazie. Spero davvero non finisca così”.

Eppur l’Italia s’è desta
O di come, in silenzio, siamo in gara

Tra i quattro Paesi europei alla caccia dei ricercatori che hanno le migliori carte in mano nella partita per il nuovo vaccino c’è anche l’Italia. Si sta muovendo con Germania, Francia e Olanda per avere in tempi rapidi, quando ci saranno le approvazioni, le dosi per i suoi cittadini. Il ministro alla Salute Roberto Speranza è in ottimi rapporti con il collega tedesco, Jens Spahn, con il quale ha frequentazioni telefoniche quasi quotidiane.

Anche grazie a quella relazione stretta, il nostro Paese sta partecipando a una delle sfide centrali in Europa per non rimanere indietro quando si tratterà di avere a disposizione vaccini efficaci. Ad unirsi sono state realtà che hanno capacità produttiva. Sul nostro territorio ci sono un paio di aziende che possono “fabbricare” i vaccini e avere l’autonomia produttiva permette di aggirare il rischio che lo Stato dove si trova l’azienda farmaceutica che arriva al vaccino blocchi le esportazioni per tenere per sé tutti i lotti, come ha annunciato di voler fare Trump negli Usa.

In un caso del genere, infatti, chi ha trovato il medicinale e ha stretto un accordo con il nostro Paese, attraverso il trasferimento tecnologico ci metterebbe a disposizione le conoscenze necessarie per produrre sul nostro territorio. Roberto Speranza ha incaricato Walter Ricciardi, il suo consulente per i rapporti internazionali, di occuparsi di questa operazione. “Nel mondo ci sono una decina di gruppi di lavoro più avanti degli altri, un paio sono ancora più vicini alla media – spiega -. Questi hanno la necessità di accelerare la loro fase di ricerca e produzione.

A questo punto ci sono due strade: o proseguono da soli, ma sopportando costi altissimi e quindi rischiando di veder allungare i tempi, oppure collaborano con i governi, dai quali ottengono fondi che gli permettono di portare avanti il lavoro”. In cambio, sulla base di un contratto, chi lavora sui vaccini assicura appunto il trasferimento tecnologico.

I quattro Stati si muovono parallelamente all’Unione Europea, che ha un suo progetto continentale per mettere le mani sul vaccino. Alla partita potrebbero aggiungersi più avanti altri Paesi, che dovrebbero sottoscrivere lo schema di contratto di Italia, Germania, Francia e Olanda e versare la loro quota economica. “Stiamo facendo tutti gli sforzi possibili per far sì che l’Italia, che ha capacità di ricerca e di produzione del vaccino, anche grazie ad aziende private – dice sempre Ricciadi – partecipi fin dall’inizio, per essere tra i Paesi che sono in grado di garantire il vaccino alla propria popolazione appena questo sarà pronto”.

I prescelti del vaccino
O di chi un giorno avrà la precedenza

Quando arriverà, a chi toccherà per primo? Riguardo al primo punto, al ministero si ipotizza di “mettere tutti a vaccinare”, che rende bene l’idea. Si intende che dovrebbero essere arruolati medici di famiglia, pediatri, professionisti dei dipartimenti di prevenzione delle aziende sanitarie locali ma anche servizi ospedalieri per iniettare il vaccino al numero più alto possibile di cittadini. Per avere un termine di paragone, la campagna di vaccinazione influenzale coinvolge ogni anno circa il 15 per cento degli italiani (prevalentemente ultrasessantacinquenni) e cioè più o meno 9 milioni di persone. Ebbene, ci vogliono un paio di mesi ai medici di famiglia per fare questi vaccini, a partire più o meno da metà ottobre.

Per questo motivo sarà necessario mettere più forze in campo, e comunque accrescere l’impegno degli stessi medici di medicina generale. Pensare a 40 o 50 milioni di italiani da vaccinare fa tremare i polsi a più di un esperto di organizzazione sanitaria. La campagna sarebbe di portata epocale, con risvolti importanti anche dal punto di vista della pressione dei cittadini sul servizio sanitario. Potrebbe essere molto alta, se la pandemia dovesse ripresentarsi.

Il numero dei vaccinati ogni anno contro l’influenza sarebbe dunque limitato se paragonato a quanti dovrebbero essere coperti contro il coronavirus. E così si passa al secondo punto. A chi spetta per primo il vaccino? Di certo saranno gli appartenenti alle categorie maggiormente a rischio a doverlo fare per primi, quindi gli anziani e chi soffre di determinate patologie che con i problemi provocati all’organismo dal Covid potrebbe peggiorare con conseguenze fatali.

Del resto le caratteristiche della malattia e le persone maggiormente colpite si sono capite chiaramente, così si sa chi va protetto. Ma bisognerebbe coprire velocemente anche il personale sanitario e chi fa altri lavori particolari. Sui bambini si aspettano evidenze riguardo alla loro capacità di essere portatori del virus, che ancora non è del tutto chiara. Per ora si è chiarito che non si ammalano molto facilmente e comunque di solito sviluppano una patologia non particolarmente violenta.

In fila per 33
O del ruolo dell’Agenzia regolatrice europea

La Corsa all’Oro in Europa, quale che ne sarà l’esito, dovrà comunque passare attraverso l’EMA, l’Agenzia del farmaco dell’Unione. Lì dove cioè dovranno trovare un punto di equilibrio l’urgenza e la sicurezza di ciò che verrà iniettato nell’organismo di milioni di europei prima che venga messo in commercio nei singoli Stati membri. A guidare Ema è un italiano, il professor Guido Rasi, ordinario di microbiologia a Tor Vergata.

Un passato all’Aifa, Rasi ha gestito il trasferimento dell’agenzia da Londra ad Amsterdam, nella partita che ha visto Milano perdere per un soffio la sfida per ospitare la sede dell’istituzione continentale. Adesso, a pochi mesi dalla fine del suo mandato, il Covid ha rimescolato ancora le carte. In queste settimane l’85 per cento dei dipendenti di Ema, che arrivano ovviamente da svariati Paesi, hanno lavorato da casa e “le cose hanno funzionato bene”, spiega.

Ema è impegnata per tagliare i tempi. “In media – spiega Rasi – per autorizzare un nuovo farmaco o un vaccino ci vogliono 210 giorni più altri mesi per fare domande e chiedere approfondimenti alle aziende. In tutto passa quindi circa un anno. Con l’emergenza Covid però dobbiamo sbrigarci e ci siamo organizzati perché trascorra pochissimo tempo dalla presentazione del dossier all’autorizzazione”.

Per tagliare “cerchiamo di mandare in parallelo, anziché in sequenza, determinate operazioni. Incoraggiamo i produttori e i centri di ricerca perché vengano prima possibile a parlare con noi, formalmente ma non in maniera vincolante, dei piani di sviluppo per vedere se ci sono già elementi che potrebbero essere di ostacolo, così da indirizzarli ed evitare che sorgano problemi successivamente”. Si tratta di una sorta di assistenza continua e precedente alla presentazione ufficiale del nuovo vaccino all’agenzia.

Quando i gruppi privati o pubblici vogliono indicazioni dall’Ema su come proseguire nelle ricerche, contattano Marco Cavaleri, un altro italiano, che è a capo della divisione vaccini dell’agenzia. “Fino ad ora si sono fatti avanti 33 gruppi che stanno lavorando su un vaccino – spiega – Sono di ogni parte del mondo, visto che quello europeo è un mercato appetibile. Ovviamente non tutti si trovano allo stesso livello. Qualcuno è più avanti, altri sono ancora indietro, magari agli studi preclinici di tossicità sugli animali. Il nostro sforzo è di revisionare i dati prima possibile e per questo abbiamo avviato la cosiddetta “rolling review”.

Di solito aspettiamo che un’azienda finisca i suoi studi e mandi il fascicolo per valutarlo tutto insieme. Adesso invece appena hanno un dato su una sperimentazione ce lo mandando e noi facciamo una pre analisi. Così quando arrivano in fondo la valutazione del dossier è praticamente già fatta”. Secondo Cavaleri “i vaccini che sono più avanti, all’inizio dell’anno prossimo potrebbero essere pronti per una decisione regolatoria da parte di Ema. Poi ovviamente ci sono tante variabili che potrebbero cambiare i tempi”.
Ema ha creato una task force per fare questa pre istruttoria che è, spiega di nuovo Rasi “praticamente attiva 24 ore su 24, visto che deve dialogare con realtà di tutto il mondo.

Il Chmp (il comitato per i medicinali per uso umano, che elabora i pareri dell’agenzia sui farmaci, ndr), che è sovrano, è messo in condizione di analizzare i dati nel modo più rapido possibile. Invece di riunirsi una volta al mese come avviene in periodi normali, si è messo a disposizione per essere convocato in qualunque momento. Se ci arrivano i dati possiamo così metterci qualche giorno o tre settimane a dare il via libera”.

Rasi invita le aziende a portare studi con un certo numero di partecipanti, “anche di 4 o 5mila pazienti ben stratificati e che abbiano seguito un protocollo già validato da noi in fase preliminare. A quel punto siamo in grado di dire rapidamente se il beneficio di un determinato vaccino è superiore ai rischi. Faccio notare che questo rapporto non è assoluto, va valutato a seconda della situazione. Se fossimo a marzo in Lombardia, l’approvazione di una vaccino sarebbe accettabile anche con pochi dati.

Se lo approviamo invece in fase di declino della pandemia sulla popolazione generale a basso rischio c’è bisogno di forti dati di sicurezza”. Come noto, potrebbero esserci difficoltà a reperire i malati per le sperimentazioni in questo periodo, visto che il numero delle persone colpite dal coronavirus è sempre più basso in tutto il mondo.

And the winner is?
O di una corsa senza un unico vincitore

Quella per il vaccino non sarà una gara con un solo vincitore. Rasi lo dice chiaramente: “Mi aspetto che vengano autorizzati più vaccini. Del resto, è possibile che a seconda della piattaforma sulla quale vengono sviluppati si rivelino adatti a situazioni diverse. Ad esempio, gli anziani potrebbero avere bisogno di più dosi e di più adiuvante. Quelli per persone sane di 40 anni possono essere ancora diversi. Piano piano si capirà quale vaccino si adatta meglio a quella determinata tipologia di persona”. E comunque, se vengono dimostrate efficacia e sicurezza, l’approvazione arriva.

E’ quindi ipotizzabile veder arrivare sul mercato prodotti in tempi diversi. Non è detto che chi ci metta più tempo a studiarlo e produrlo abbia a disposizione un vaccino superiore come efficacia e sicurezza. “Possono esserci miglioramenti o l’utilizzo di nuove tecnologie, ma ad oggi è difficile dire che i primi vaccini che saranno approvati non siano così buoni come i secondi. Lo dirà il tempo”, spiega Cavaleri. Secondo Rasi è necessario che venga poi creato un modello mondiale di accesso al vaccino.

Lui parla di ondate successive. “E’ cioè inutile che si vaccini tutta l’Austria, ad esempio. Bisognerebbe partire tutti insieme con determinate categorie: prima gli operatori sanitari, poi gli anziani, poi i malati, poi chi fa determinati lavori, ad esempio nei trasporti”.
La questione, in fondo, è sempre la stessa. Che si tratti di afferrare il Sacro Graal e di distribuirne gli effetti. Andare da soli o muoversi in una cornice di cooperazione internazionale.

Legge della giungla o spirito olistico. Pesce grande mangia pesce piccolo, o tutti insieme a nuotare nella stessa acqua. Si ritorna sempre lì. Al fondo dell’animo umano. Alla nostra dannazione di dilettanti che devono decidere se andare o meno allo sbaraglio.

FONTE: La Repubblica.it

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