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Le tappe principali del percorso artistico di una delle voci femminili più sorprendenti del nuovo millennio. Dai cinque Grammy Awards ai fasti del dopo “Back To Black”, fino all’inarrestabile autodistruzione. La parabola drammatica dell’ultima star del soul.

Amy Winehouse nasce a Enfield, nel Middlesex, il 14 settembre del 1983, in una famiglia della working class inglese, figlia di un tassista e di una farmacista (triste premonizione), che le hanno trasmesso sin da piccola l’amore per la musica jazz. A seguito della separazione dei genitori e dopo essere stata espulsa da scuola all’età di quattordici anni, inizia a strimpellare la chitarra e a scrivere le prime composizioni autografe.

Dopo i primi incerti passi in misconosciute formazioni rap, iniziano a circolare alcune sue registrazioni che attirano l’attenzione dei grandi colossi discografici. Amy firma un contratto per la Island, e il 20 ottobre del 2003 esordisce direttamente su major con l’album Frank, disco elegante ma non imprescindibile, dal quale emerge la personalità ancora in parte acerba di un’artista che si muove su mood al crocevia fra r’n’b e atmosfere jazzy (basti ascoltare il breve vocalizzo che apre la tracklist oppure la più strutturata “Moody’s Mood For Love/Teo Licks”), senza tralasciare opportune contaminazioni con la bossa di “Cherry” e i ritmi in levare di “What Is It About Men” e “Amy Amy Amy”, anche se la ragazza ama plasmare le proprie corde vocali soprattutto su tappeti morbidi e avvolgenti (“You Sent Me Flying”, “There Is No Greater Love”).

Sono già presenti i semi che germoglieranno in maniera più definita e compiuta nei mesi successivi, gli arrangiamenti sono ora minimalisti (“I Heard Love Is Blind”) ora arrivano all’esaltazione dell’afro-funk più travolgente (“In My Bed”); e non lasciatevi sfuggire le due ghost-track “Brother” e “Mr. Magic”.

Amy Winehouse – Stronger Than Me

“Stronger Than Me”, il primo singolo estratto, è il pezzo giusto per iniziare a scardinare il mercato, forte di un videoclip che cerca di mettere in risalto quel briciolo di sensualità ancora ben presente nelle forme della Winehouse. Anche i successivi video (“Take The Box”, “In My Bed” e “Fuck Me Pumps”, gli altri tre singoli estratti dall’album d’esordio) contribuiscono a far apprezzare un’interprete con doti indiscutibili e lontanissima anni luce dall’impresentabile donna degli anni successivi.
Diffidate da chi cerchi di farlo passare per un capolavoro, ma Frank è senz’altro una splendida opera prima, diventata subito un buon successo in Inghilterra (raggiunse la tredicesima posizione nelle chart di vendita) e in grado di raccogliere un paio di nomination ai Brit Awards, migliorando ulteriormente le proprie vendite nel tempo.

Ma per raggiungere la notorietà a livello internazionale occorrerà attendere il successivo Back To Black, pubblicato esattamente tre anni più tardi, e capace di ricevere immediatamente ottime recensioni un po’ ovunque sulla stampa specializzata.

Amy Winehouse – Back To Black

Con questa seconda opera, la allora ventitreenne Winehouse lascia da parte le atmosfere jazz del lavoro precedente, immergendosi nelle a lei iper-congeniali soluzioni soul e r’n’b, senza trascurare ammiccamenti pop e qualche rasoiata funk.
Amy si impone in particolare per le caratteristiche della sua voce, una voce scorbutica, scapigliata, illividita da graffi e cicatrici, eppure nitida, luminosa, consolatrice come poche altre, una voce che rinnova e omaggia una tradizione gloriosa di eroine dell’età d’oro del jazz e del soul (Aretha Franklin, Dusty Springfield, Billie Holiday, Sarah Vaughan, Ella Fitzgerald, Dinah Washingon, Nina Simone) innestandola nella sensibilità di illustri contemporanee, quali Macy Gray, Lauryn Hill ed Erykah Badu.
Ma la Winehouse non è semplicemente una “voce”: come nel caso di Frank, è autrice o co-autrice di tutti i brani presenti nella tracklist, caratteristica che la innalza artisticamente al di sopra di tutte le troppe mere esecutrici presenti sul mercato a lei coevo.
Amy riesce nel miracolo di riesumare in maniera originale gli aromi soul del passato, ricontestualizzandoli nel presente. Prendete brani come “Wake Up Alone”, oppure come la struggente “Love Is A Losing Game”, canzoni assolutamente derivative, che ci rimandano ai più grandi nomi Stax/Motown degli anni 60, ma nelle quali Amy svolge il compito in maniera assolutamente personale, essendo soprattutto se stessa, senza mai correre il rischio di essere confusa con le immortali stelle del passato.
Impossibile non innamorarsi sin dal primo ascolto della morbida title track (che riuscì ad affermarla definitivamente presso il grande pubblico anche nel nostro paese) o dell’iniziale funky bianco rappresentato da “Rehab”, il suo pezzo più famoso su scala internazionale. Le derive simil-reggae di “Just Friends”, la perfezione sopraffina di “You Know I’m No Good” e la languida gioiosità di “Tears Dry On Their Own” ampliano lo spettro delle contaminazioni proposte.

Back To Black è prodotto da Mark Ronson e Salaam Remi, abili nel conferire alle canzoni una caratterizzazione fortemente classica, ma allo stesso tempo originale, con la presenza di una sezione fiati pronta a drappeggiare le melodie con azzeccati contrappunti swing.

Nel giro di pochi mesi piovono riconoscimenti da tutti i fronti: Amy si aggiudica premi di fine anno ovunque in giro per il mondo, incassando la bellezza di cinque Grammy Awards (su sei nomination): un successo mai riscosso in passato da un’interprete britannica. Ma la Winehouse non potrà ritirare personalmente i cinque Grammy, poiché i suoi problemi di dipendenza da alcol e droghe sono già di dominio pubblico e pertanto gli Stati Uniti non gradiscono la presenza della star inglese sul proprio territorio.
La sua fama si diffonde a macchia d’olio, l’etichetta discografica ci sguazza, estraendo una sfilza di singoli da Back To Black (alla fine saranno complessivamente sei, uno più bello dell’altro: “Rehab”, “You Know I’m No Good”, la title track, “Tears Dry On Their Own”, “Love Is A Losing Game”e “Just Friends”). Back To Black diventa rapidamente un instant classic, tanto che ad appena un anno dalla sua pubblicazione viene già immessa sul mercato una deluxe edition rimpolpata da ulteriori otto tracce, alcune delle quali (“Valerie”, “Cupid”) tutt’altro che riempitivi.

Amy Winehouse – Rehab (Live from Nelson Mandela 90th Birthday Celebrations)

Così, ancora prima dell’uscita del suo terzo album, il 23 luglio 2011 Amy Winehouse venne trovata morta nel proprio letto. L’autopsia non riuscì a chiarire le cause del suo decesso, ma l’ipotesi più probabile fu quella che portava a uno shock chiamato ‘stop and go’, ovvero dovuto all’assunzione di massicce dosi di alcol dopo un lungo periodo di astinenza.

Il corpo di Amy è stato cremato e per diverso tempo le sue ceneri sono rimasti in attesa di collocazione. Alla fine sono state unite a quelle della sua amata nonna Cynthia e disperse all’Edgwarebury Jewish Cemetery. Nel cimitero è stato eretto un sepolcro in marmo con scritte in rosa per ricordare la cantante e la nonna.

Mr.Wilson

Info:http://www.ondarock.it/

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