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Dobbiamo cambiare il nostro modo di pensare, di vedere il mondo, di concepire il futuro. Tutto sarà diverso, si è vero sarà diverso, ma come sarà? Tutto tornerà come prima?

Sarà come quando finisce una guerra? Ci sarà una ricostruzione? Rimarrà solo un brutto ricordo? Oppure il futuro non sarà quello che tutti immaginavamo fino a due mesi fa? Ripartire, aprire le fabbriche, tornare alla normalità. Fase due e poi fase tre, sentiamo ogni giorno queste parole, ogni giorno aspettiamo il bollettino di “guerra”, nella speranza di veder abbassare quella curva, nella speranza che ogni giorno, ci siano meno contagiati, meno morti. Tutti parliamo di guerra, anche io affronto questo mostro pensando di combattere un nemico, ma questa non è una guerra convenzionale, quando sarà finita, non ci saranno case, strade ponti, ferrovie da ricostruire, le nostre case le nostre strade e tutto il resto è intatto, immacolato, nessuno lo ha distrutto. Dopo una guerra, l’economia si rimette in moto, ci sono nuove opportunità per tutti, c’è bisogno di manodopera, c’è bisogno di materiali, c’è bisogno di progettare.. Finita questa “guerra” non avremo bisogno di tutto questo…e allora ricostruire cosa? Riapriamo per prima le fabbriche, si ok, ma per produrre cosa? Auto che nessuno comprerà? Per produrre vestiti? Per farci cosa? Senza domanda, l’offerta non serve a nulla, servono clienti, consumatori, ma dove li troviamo se apriamo le fabbriche e nello stesso tempo siamo obbligati ancora al distanziamento sociale. Lottiamo ogni giorno per il contenimento, per non far propagare il virus, ma non abbiamo una cura e bene che vada, per averla, dobbiamo aspettare, se mai arriverà, un anno e nel frattempo? Come rimarrà in piedi il nostro sistema? Come vivremo, di cosa vivremo? Import, export, PIL, crescita, tutte parole connesse tra loro, importiamo se c’è consumo interno, esportiamo se c’è domanda estera, il PIL cresce se produciamo e consumiamo e se il PIL si alza, significa che ci sono maggiori consumi, sia interni che esterni, ma questo significa che uscirne da soli, mentre altri stati stanno ancora in emergenza, non basta, abbiamo bisogno che tutti ne escano. In un mondo dove basta un dazio, per mettere in difficoltà le nostre aziende, come pensiamo di tornare alla normalità, se tutti non tornano alla normalità? Uniti si vince, si vero, uniti si vince, ma uniti chi? Noi italiani? Basta per uscirne veramente? Oppure c’è la necessità che tutti ne escano? Siamo sempre stati gli uni contro gli altri, chi è contro gli immigrati, chi è contro gli americani perché sono capitalisti, chi è contro i russi, chi è contro i cinesi, chi contro gli arabi, chi contro gli ebrei, senza pensare però, che senza ognuno di loro, la nostra economia non sta in piedi e funziona così anche per gli altri. La Cina ad esempio, il paese dove si produce di tutto, il paese che esporta in tutto il mondo, ha bisogno del mondo, senza mondo, non sarebbe la potenza economica che è ora. Tutti interconnessi e tutti dipendenti gli uni dagli altri, questa emergenza deve necessariamente farci cambiare, cambiare il modo di pensare, di guardare agli altri, di relazionarci con gli altri. Questa emergenza deve cambiare le nostre priorità, le nostre convinzioni. Parliamo spesso di cambiamento, ora è arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti…cambiare significa ad esempio, pensare che nessuno si salva da solo e non parlo solo del virus, parlo anche di sopravvivenza economica, chi oggi ad esempio non si preoccupa del proprio futuro economico perché magari, il blocco non ha influito sul proprio reddito, quanto pensa che potrà andare avanti se la maggior parte degli altri non potrà più contribuire alla formazione di quel reddito?… Cambiare è l’unico modo per uscirne.

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