È finalmente arrivato nelle sale italiane “Jojo Rabbit”. Vincitore del People’s Choice Award al Festival di Toronto, sei candidature ai prossimi premi Oscar, il film è una commedia irriverente e poetica che parla con linguaggio moderno di una tragedia antica.

 

In Italia qualcuno lo aveva già visto a novembre, quando era stato presentato in anteprima, al Torino Film Festival. Applausi a non finire e la critica che si era subito divisa tra entusiastiche recensioni e feroci stroncature.
Questa differenza così netta di giudizi non sorprende, perché il film, per le atmosfere tra l’ovattato e il fiabesco, ricorda tanto lo stile di Wes Anderson, uno dei registi che da anni divide pubblico e critica.

Jojo Rabbit è un film leggero, colorato a tinte pastello, che racconta l’olocausto senza violenza, senza la crudezza di scene realistiche, lasciando l’orrore sullo sfondo, accennandolo in qualche pennellata più cupa, più amara.  
Liberamente tratto dal romanzo “Il cielo in gabbia” di Christine Leunens, la trama è stata riadattata in chiave comica dal regista neozelandese Taika Waititi, che da anni sognava di portare il libro sul grande schermo, finché è arrivata l’illuminazione: cambiare l’età del protagonista e aggiungere un amico immaginario. E non un amico qualsiasi, ma il Führer in persona.
Nel film, Hitler è interpretato dallo stesso Waititi ed è rappresentato con accenti caricaturali, fino a diventare un personaggio grottesco, surreale, capace di giocare con un bambino e di suscitare un’iniziale simpatia nello spettatore.
In una recente intervista il regista ha spiegato perché ha scelto un registro leggero per il riadattamento cinematografico: «La commedia è uno strumento molto più potente del semplice dramma. La commedia è un modo per trasmettere messaggi più profondi, disarmando il pubblico e predisponendolo a ricevere quei messaggi».

La storia ruota intorno a un bambino di dieci anni, che abita con la mamma in un grazioso paesino della provincia tedesca, durante l’ultimo anno del nazismo.
È un bambino pauroso, che ancora vive l’innocenza e l’incanto dell’infanzia, consapevole di essere molto lontano dall’immagine idealizzata di coraggiosa razza ariana che gli è stata inculcata, proprio per questa ragione cerca disperatamente di far parte della Gioventù hitleriana. Durante l’addestramento, il piccolo rifiuta di uccidere un coniglio e gli viene affibbiato il nomignolo dispregiativo di «Jojo Rabbit».
Le cose si complicano quando scopre che sua madre cela un terribile segreto, in casa dietro una parete nasconde una ragazzina ebrea.
Jojo odia a morte gli ebrei, il regime gli ha insegnato che sono esseri viscidi, deformi, dotati di pericolosi poteri mentali, responsabili delle peggiori nefandezze, ma non potendo denunciare sua madre, decide di studiare scientificamente l’intrusa.
I pregiudizi del bambino sono messi duramente alla prova dal confronto con Elsa.
Intanto la guerra sta per finire, le truppe alleate sono alle porte e il regime si nutre di soldati sempre più giovani.

Un film da vedere, perché il messaggio disarmante di Waititi funziona e riesce ad arrivare forte e chiaro, mettere alla berlina il nazismo spogliandolo dei suoi contenuti più pericolosi, mostra senza filtri la stupidità ottusa del razzismo. Il film è rivolto soprattutto ai giovani, sono loro che come Jojo devono capire, ricordare e comprendere l’importanza del dialogo e del confronto.
Il film è da vedere anche perché è candidato a sei premi Oscar e soprattutto per le straordinarie interpretazioni degli attori, tra cui spiccano Scarlett Johansson che interpreta la madre del protagonista, e Roman Griffin Davis, il piccolo Jojo, al suo debutto come attore, ma talmente bravo che avrebbe meritato un’altra nomination.

 

Per chi volesse approfondire, non è la prima volta che il grande cinema porta in scena la tragedia dell’Olocausto declinato in chiave ironica, Jojo Rabbit ha precedenti illustri, di seguito tutti i film che veicolano lo stesso messaggio: “Il grande dittatore” di Charlie Chaplin; “Vogliamo Vivere!” di Ernst Lubitsch; “La vita è bella” di Roberto Benigni; “Train de Vie” di Radu Mihaileanu; “Essere o non essere” di Mel Brooks; “Lui è tornato” di David Wnendt; “Mein Führer. La veramente vera verità su Adolf Hitler” di Dani Lev.

 

 

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