Dopo l’Amazzonia e la Siberia, nei due paesi africani del Congo e Angola va in fiamme la seconda  foresta pluviale più  grande del mondo.  Immagazzina 115 miliardi di tonnellate di CO2 – equivalenti alle emissioni di combustibili fossili prodotte dagli Stati Uniti in 12 anni – giocando un ruolo fondamentale per regolare il clima del pianeta

Della devastazione che sta distruggendo l’Amazzonia, sappiamo tutto, o quasi. Con migliaia di incendi e focolai ancora in atto, è cominciata la conta dei danni che, in materia ambientale, si preannuncia difficile anche soltanto da quantificare. Un pò meno conosciuto il dramma che, da settimane, sta mettendo in ginocchio diversi Paesi africani dove, incendi epocali che non venivano registrati da almeno 15 anni, continuano mandare in fumo milioni di ettari di vegetazione.

Dalla Repubblica Democratica del Congo, fino all’Angola, l’Africa continua a bruciare. E sono davvero impressionanti le immagini che, diffuse dalla Nasa, mettono a confronto i due continenti divisi dall’oceano e uniti dallo stesso, tragico destino. La foresta del bacino del Congo ospita milioni di indigeni che ne sono anche i principali custodi, nonché migliaia di specie animali e vegetali.

 La crescente domanda globale di risorse naturali come legname e petrolio, e di materie prime agricole, rappresenta una seria minaccia per la regione. Circa un quarto della superficie forestale totale del bacino del Congo (50 milioni di ettari) appartiene già a multinazionali che deforestano per fini industriali.

“Seguiamo con molta attenzione, ciò che sta avvenendo anche in Africa”, ha commentato il presidente Macron nel corso del G7 appena concluso, preannunciando interventi analoghi a quelli messi in campo per salvare l’Amazzonia.

 

 

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