VITERBO – In Italia c’è chi, nonostante gravi condizioni di salute, resta intrappolato per anni nelle graduatorie dell’edilizia popolare. È il caso di Alessandro Noferini, che vive in una roulotte nelle campagne di Tarquinia, in provincia di Viterbo, da circa tre anni.
La sua vicenda inizia durante la pandemia da Covid-19.
“Nel 2020 sono stato vicino alla morte – racconta -. Sono sopravvissuto, ma con conseguenze pesantissime: oggi ho solo mezzo polmone funzionante e vivo attaccato all’ossigeno 24 ore su 24”.

Da allora, oltre alla malattia, è arrivata anche l’emergenza abitativa. Senza una casa, Noferini ha trovato riparo grazie all’aiuto di un amico, che gli ha messo a disposizione una roulotte.
Una soluzione temporanea diventata, però, una condizione stabile.
L’inverno si affronta tra freddo e precarietà, con una doccia improvvisata all’esterno e servizi igienici difficilmente accessibili.
“Per lavarmi, nei mesi più freddi, devo andare in un convento. Il bagno interno è troppo piccolo per le mie condizioni”.
Il quadro clinico è estremamente delicato: fibrillazione permanente, cardiopatia dilatativa al terzo stadio, diabete e frequenti crisi respiratorie che spesso richiedono interventi d’urgenza.

“Prendo circa 20 farmaci al giorno e capita che debba andare in ospedale anche una notte sì e una no”.
Nonostante la gravità della situazione, Alessandro è ancora in attesa di una casa popolare. Attualmente è quinto in graduatoria, penalizzato da criteri che privilegiano nuclei familiari più numerosi rispetto a persone sole, anche se gravemente malate.
Il suo caso mette in luce una criticità più ampia: l’inadeguatezza dei sistemi di assegnazione rispetto alle fragilità individuali, soprattutto quando entrano in gioco condizioni sanitarie complesse e necessità abitative specifiche.
La richiesta resta semplice ma urgente: un alloggio dignitoso, accessibile e vicino ai servizi sanitari.
Nel frattempo, la sua vita continua in una roulotte, tra emergenza sanitaria e isolamento sociale.


