Per i consumatori si tratta di una truffa dai danni immediati e concreti. Le analisi chimiche, effettuate direttamente sul posto grazie a un laboratorio mobile d’avanguardia, hanno rivelato che il gasolio presentava un punto di infiammabilità (“flash point”) di molto inferiore al limite di legge di 55°C. Un’anomalia tecnica che si traduce in un pericolo reale per le vetture: la presenza di sostanze estranee altera la combustione e la viscosità del carburante, provocando un’usura precoce degli iniettori, cali di rendimento del motore e, non ultimo, un netto aumento delle emissioni inquinanti nell’ambiente.
Ma cosa c’era davvero nel serbatoio? Il basso punto di infiammabilità è il segnale che il gasolio è stato “tagliato” intenzionalmente con solventi, benzina o idrocarburi leggeri riciclati. Si tratta di sostanze chimiche volatili ed economiche utilizzate dai distributori infedeli per aumentare illegalmente i volumi da vendere, eludendo così le accise e gonfiando i profitti a spese dei cittadini e della sicurezza pubblica.
La movimentazione di un prodotto così instabile comporta infatti seri rischi di sicurezza anche per gli stessi impianti. I controlli proseguiranno per garantire la trasparenza dei prezzi e tutelare la salute dei motori.

