E pensare che non se n’era nemmeno reso conto. Tornato a servire, quando invece era già campione. Dagli spalti non poteva partir l’ovazione, perché Flushing Meadows spirava tutta Ben Shelton. Ma alla fine, consacrazione. L’anno d’oro di Zverev, che dopo tanta sfortuna e tanti traguardi soltanto accarezzati, finalmente vince. Vince bene e vince tanto. Vince quel che conta, parliamo del suo secondo Slam dell’anno, dopo Roland Garros.
Dopo Parigi, il tedesco s’è preso pure US Open. Ha calibrato tutto ed ha fatto la voce grossa nel momento più determinante. Battendo un beniamino di casa che veniva con tutta l’energia dei 23 anni ma forse senza bagaglio d’esperienza per gestir momenti del genere: sale eccome Shelton nel ranking, s’è preso copertine dopo aver piegato Alcaraz e lo stesso connazionale Tiafoe nell’attesissima semifinale a stelle e strisce, ma alla fine US Open a Zverev.
Che sblocca la Germania a New York ben 37 anni dopo Becker. Ha amministrato e gestito Shelton, ha respinto il suo ritorno di fiamma, ha dominato il set finale con cui l’ha chiuso 3-1. Una finale ed un successo strameritato. Ha acquisito consapevolezza. Tra i due litiganti, sfruttando l’estate senza Alcaraz, adesso gode lui. Il numero 2, sempre più N2 al mondo. Che minaccia il Numero Uno. Quel Sinner che adesso, col fiato sul scollo, deve sbrigarsi a rientrar per lo swing asiatico. 11500 punti ATP contro i 9600 acquisiti dal tedesco, che adesso sogna in grande. Consacrazione sportivamente meritata.

