13 Agosto 2026

Taranto – Migranti: 6.500 euro per visto da India e Bangladesh, 30 indagati

TARANTO - I carabinieri di Taranto hanno eseguito un provvedimento di custodia cautelare nei confronti di 30 persone con residenza nelle province di Taranto, Lecce, Foggia, Matera, Campobasso, Milano, Verona, Ragusa e Latina. Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere aggravata finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina…
30 Giugno 2026

TARANTO – I carabinieri di Taranto hanno eseguito un provvedimento di custodia cautelare nei confronti di 30 persone con residenza nelle province di Taranto, Lecce, Foggia, Matera, Campobasso, Milano, Verona, Ragusa e Latina. Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere aggravata finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina aggravato e continuato in concorso.

L’operazione rappresenta l’esito di un’indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce e dalla Procura di Taranto. Secondo gli investigatori, il gruppo avrebbe sfruttato il meccanismo del Decreto flussi per facilitare l’ingresso irregolare in Italia di centinaia di cittadini extracomunitari, in prevalenza provenienti da Pakistan, Bangladesh e India, tramite l’inoltro di false richieste di lavoro sul portale Ali del Ministero dell’Interno.

Le pratiche sarebbero state gestite da un centro di assistenza fiscale (CAF) di Taranto, con il contributo di intermediari e imprenditori compiacenti. Gli stranieri avrebbero pagato fino a 6.500 euro per ottenere il nulla osta e il visto d’ingresso.

Secondo gli inquirenti, l’organizzazione smantellata avrebbe consentito l’ingresso illegale in Italia di centinaia di persone provenienti da India, Pakistan e Bangladesh, mettendo in piedi un sistema illecito di favoreggiamento dell’immigrazione. L’inchiesta è partita da un episodio inizialmente ritenuto scollegato alle vicende di immigrazione irregolare e ha fatto emergere una struttura radicata a Taranto, ma operativa anche nelle province di Foggia, Matera, Campobasso, Latina e Ragusa.

L’associazione, secondo le contestazioni, si sarebbe avvalsa di promotori, intermediari stranieri — talvolta indicati dagli indagati come “sponsor” — e imprenditori collaborativi. Gli intermediari avrebbero reclutato persone nei Paesi d’origine, raccogliendo documenti e denaro; il centro operativo sarebbe stato individuato in un CAF di Taranto, dal quale venivano predisposte e trasmesse sul portale Ali le domande di nulla osta al visto per il rilascio del permesso di soggiorno o per l’ingresso in Italia. Le istanze apparivano formalmente motivate da esigenze occupazionali che, secondo le indagini, in realtà non esistevano.

Ottenuto il nulla osta, i richiedenti ottenevano il visto e completavano in Italia le procedure amministrative per il permesso di soggiorno. L’organizzazione avrebbe fatto leva su imprese attive nella ristorazione, negli stabilimenti balneari, nei negozi di telefonia, nell’edilizia, nel settore alberghiero, in agricoltura e nella manifattura, utilizzate esclusivamente per simulare rapporti di lavoro.

Le intercettazioni avrebbero mostrato che i lavoratori venivano assegnati alle aziende senza alcuna corrispondenza con le competenze professionali, ma in base alla disponibilità degli imprenditori e alle quote contrattuali disponibili, e poi smistati in diverse località. Giunti in Italia, in molti casi gli occupati sono stati impiegati in nero da aziende agricole terze, anziché presso i datori di lavoro indicati nelle richieste presentate alle prefetture; inoltre venivano versate somme agli stessi datori di lavoro per coprire presunte spese contributive.

I carabinieri spiegano che si era creato “un evidente capovolgimento in cui il dipendente pagava il titolare dell’impresa”. È risultato particolarmente significativo che fosse il lavoratore a versare denaro al datore e non il contrario. Gli stranieri avrebbero corrisposto fino a 6.500 euro per ottenere il nulla osta e il visto: circa 5.000 euro sarebbero stati destinati al datore di lavoro compiacente, 1.000 ai promotori e 500 agli intermediari. Ulteriori importi sarebbero stati richiesti per il rinnovo di alcuni permessi di soggiorno.

Le conversazioni intercettate avrebbero inoltre messo in luce una struttura gerarchica rigida: nessuna pratica veniva completata prima del pagamento; i vertici del gruppo impartivano disposizioni agli intermediari e coordinavano tutte le fasi dell’attività, servendosi prevalentemente di chat protette con crittografia end-to-end e adottando un linguaggio criptico in cui le somme versate venivano indicate con termini come “regali”, “caffè” o “mandarini”.

“Gli investigatori sottolineano che la speranza di una vita migliore si sarebbe trasformata in uno strumento di illecito profitto”. Dalle indagini è emerso che alcune delle vittime, per raccogliere i soldi richiesti dall’organizzazione e poter così raggiungere l’Europa tramite l’Italia, hanno venduto tutti i beni posseduti nei loro Paesi d’origine.