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Dall’Ue nuove limiti all’arsenico negli alimenti per ridurre il rischio di cancro
L'arsenico è un elemento chimico presente in natura a basse concentrazioni nelle rocce, nel suolo e nelle acque sotterranee: gli alimenti e l'acqua potabile sono le principali vie di esposizione umana a questo inquinante, in grado di aumentare il rischio cancerogeno.
Per questo la Commissione europea ha adottato nuove norme per ridurre la presenza di arsenico nei prodotti alimentari, considerando che le emissioni industriali dovute all'estrazione e alla combustione di combustibili fossili, come anche l'uso di fertilizzanti, preservanti del legno, insetticidi o erbicidi che contengono il contaminante, possono contribuire a livelli più elevati di arsenico nell'ambiente.
«Adottiamo nuove misure per ridurre ulteriormente il rischio di esposizione a un contaminante cancerogeno nella filiera alimentare. I cittadini vogliono sapere che gli alimenti che consumano sono sicuri e queste nuove norme sono un'ulteriore prova del fatto che le regole di sicurezza alimentare dell'Ue rimangono le più rigorose al mondo», commenta la commissaria per la Salute e la sicurezza alimentare, Stella Kyriakides.
La decisione, basata su una relazione scientifica dell'Efsa del 2021, è stata adottata dopo che gli Stati membri erano stati invitati a monitorare la presenza di arsenico negli alimenti; finora i tenori massimi di arsenico nei prodotti alimentari erano stati stabiliti nel 2015 sulla base di un parere dell'Efsa, secondo cui l'arsenico inorganico può provocare il cancro della pelle, della vescica e dei polmoni.
In particolare, la nuova misura riduce la concentrazione di arsenico inorganico consentita nel riso bianco e fissa nuovi limiti per l'arsenico in molti alimenti a base di riso, formule per lattanti, alimenti per la prima infanzia, succhi di frutta e nel sale.
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Come si è evoluto il senso di equità. I macachi e l’ingiusta ricompensa
Nonostante a volte non sembri, gli esseri umani hanno un forte senso di equità. Se riteniamo che le risorse vengano distribuite in modo iniquo o errato, di solito protestiamo. Questo comportamento di controllo promuove una cooperazione di successo e spiega in parte perché la cooperazione sia stata una strategia vincente nell'evoluzione umana. Per molto tempo, il senso di equità è stato considerato un attributo esclusivamente umano, poi gli scienziati hanno scoperto che anche gli animali reagiscono con frustrazione se una prestazione viene ricompensata in modo diverso, senza una ragione apparente, come nel famoso video in cui delle scimmie buttano via il cetriolo offertole dal loro addestratore mentre un loro conspecifico riceve uva dolce come ricompensa per lo stesso compito. Ma i ricercatori hanno osservato reazioni altrettanto frustrate di fronte a ricompense ingiuste nei lupi, ratti e corvi. I modelli comportamentali caratteristici possono essere riprodotti in modo affidabile in esperimenti su varie specie di uccelli, roditori e scimmie. Però, gli scienziati continuano a discutere sulle ragioni di questo comportamento: la frustrazione deriva davvero da un'avversione per la disparità di trattamento o c'è un'altra spiegazione?
Il nuovo studio “Social disappointment and partner presence affect long-tailed macaque refusal behaviour in an “inequity aversion” experiment”, pubblicato su Royal Society Open Science da un team di ricercatori del Deutsches Primatenzentrum (DPZ), della Georg-August-Universität Göttingen e dell’Université Sorbonne Paris Nord, ha osservato il comportamento di macachi cinomolghi (Macaca fascicularis, chiamati anche macaco di Buffon, di Giava e dalla coda lunga) utilizzando un approccio esplicativo alternativo in un progetto collaborativo. Il team di Rowan Titchener, della Georg-August-Universität Göttingen ed etologo del DPZ, ha dimostrato che «I macachi cinomolghi rifiutano più frequentemente una ricompensa inferiore se viene selezionata e assegnata da una persona. Al contrario, se la ricompensa è fornita da un alimentatore automatico, l'accettano». I ricercatori concludono che «Le scimmie rifiutano la ricompensa per delusione sociale nei confronti dello sperimentatore, e non perché si sentano in svantaggio rispetto a un conspecifico».
Nel nuovo studio, i ricercatori hanno testato tre spiegazioni alternative per il comportamento di protesta a seguito di un trattamento ineguale. La prima ipotesi ipotizza "l'avversione all'ineguaglianza" e presuppone il confronto sociale con i conspecifici e un senso di equità e si basa sull'idea che il modello delle ricompense viene confrontato tra se stessi e gli altri in modo che possa essere percepito come ingiusto. La seconda ipotesi, "aspettativa di cibo", presuppone la visibilità del cibo attraente come fattore scatenante della frustrazione. Pertanto, se è visibile una ricompensa di alta qualità, l'animale si aspetta di riceverla. La terza ipotesi si basa sulla "delusione sociale" per la decisione del formatore di fornire una ricompensa inferiore.
I risultati del nuovo studio sui macachi cinomolghi sono in linea con un precedente studio sugli scimpanzé e la Titchener sottolinea che «I modelli di risposta degli animali sono spiegati meglio dalla frustrazione per le decisioni dell'addestratore umano. Pertanto, i risultati attuali parlano a favore della terza ipotesi, basata sulla delusione sociale». Un’interpretazione supportata in particolare dal fatto che i macachi accettavano più spesso una ricompensa inferiore da un alimentatore automatico che da un essere umano.
Nell'esperimento i ricercatori hanno confrontato le scimmie in 4 diversi scenari ma con la stessa procedura: all'azionamento di una leva seguiva la ricompensa di cibo di bassa qualità consegnato da un piccolo nastro trasportatore. Sono state mostrate ricompense di alta qualità, ma sono rimaste fuori portata dei macachi. Il progetto sperimentale è stato variato in due modi: nel primo la ricompensa veniva fornita da un essere umano o somministrata da un alimentatore automatico; nel secondo l'animale era solo o un conspecifico ha risolto lo stesso compito mentre poteva vederlo, ma ha ricevuto ricompense di qualità superiore.
Le scimmie non hanno quasi mai rifiutato la ricompensa quando veniva fornita dall'alimentatore automatico, ma lo hanno fatto in oltre il 20% degli esperimenti in cui un essere umano ha offerto loro il cibo di minore qualità. Al DPZ dicono che «Questo modello comportamentale è coerente con la delusione sociale nei confronti dell'umano che decide di dare loro la ricompensa inferiore». La Titchener aggiunge: «Le scimmie non hanno aspettative sociali nei confronti di un distributore automatico e quindi non restano deluse».
Stefanie Keupp, leader dello studio al DPZ conclude: «Una combinazione di delusione sociale nei confronti dello sperimentatore umano e un certo grado di competizione alimentare spiega meglio il comportamento dei macachi dalla coda lunga nel nostro studio».
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L’università di Pisa, i cinesi e l’intelligenza artificiale sostenibile
L’obiettivo dello studio “Echo state graph neural networks with analogue random resistive memory arrays”, era quello di contribuire a una intelligenza artificiale sostenibile e progettare reti neurali artificiali a basso impatto energetico.
Lo studio è stato pubblicato su Nature Machine Intelligence da un team di studiosi delle più importanti università cinesi e di Hong Kong e da un unico italiano: Claudio Gallicchio del Dipartimento di informatica dell’università di Pisa che spiega: «In questo studio abbiamo dimostrato come sia possibile progettare reti neurali artificiali che possano essere addestrate ed eseguite su sistemi hardware non-convenzionali, ottenendo risultati predittivi comparabili con quelli ottenibili con le unità di elaborazione grafica (GPU) e al tempo stesso riducendo il consumo energetico fino a oltre 40 volte».
La ricerca ha riguardato la progettazione congiunta hardware-software di reti neurali artificiali per grafi, una classe di metodologie informatiche all’avanguardia, utili a risolvere problemi in domini complessi come l’analisi delle reti sociali e la scoperta di nuovi farmaci.
Gallicchio evidenzia che «Da un punto di vista informatico gli algoritmi proposti sfruttano una tecnica basata sulla teoria dei sistemi dinamici neurali, nota come Reservoir Computing, per ridurre al minimo la richiesta di calcolo degli algoritmi di addestramento. Da un punto di vista fisico, le reti neurali vengono implementate in random resistive memory arrays, nanodispositivi neuromorfici caratterizzati da un’elevatissima efficienza energetica».
I risultati conseguiti sono stati possibili grazie ad una collaborazione interdisciplinare che ha mostrato i vantaggi della realizzazione di algoritmi di apprendimento automatico in hardware neuromorfico, indicando così una direzione promettente per i sistemi di Intelligenza Artificiale di prossima generazione.
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Cambiamento climatico e aggressività nelle società animali: una guerra per le risorse?
Lo studio “Animal conflicts escalate in a warmer world”, pubblicato su Science of the Total Environment” da Niccolò Fattorini, Sandro Lovari, Sara Franceschi Chiara Brunetti, Carolina Baruzzi e Francesco Ferrettidell’università di Siena e da Gianpasquale Chiatante del NBFC - National Biodiversity Future Center di Palermo, fornisce «Evidenze su come l’aumento di aggressività all’interno delle società animali possa configurarsi come una nuova risposta comportamentale al riscaldamento globale».
I ricercatori spiegano che «In molte specie animali gli individui competono per l’accesso alle risorse alimentari, e spesso questa competizione può verificarsi attraverso il comportamento aggressivo. Ci siamo chiesti se l’attuale cambiamento climatico, attraverso i suoi effetti sulla crescita della vegetazione, provocati dall’aumento di temperatura e alterazione della piovosità, possa indirettamente intensificare i conflitti per l’accesso alle risorse da parte di mammiferi erbivori. Abbiamo quindi preso in esame il camoscio appenninico, un erbivoro a rischio di estinzione che abita le alte quote, ambienti particolarmente sensibili al cambiamento climatico».
Lo studio, che ha indagato per la prima volta questi meccanismi nel Regno animale, dimostra come «L’aumento della temperatura e la diminuzione delle piogge durante il periodo estivo inneschino, nei giorni successivi, un aumento di frequenza e intensità delle interazioni aggressive tra le femmine di camoscio per l’accesso alle fonti di cibo».
Il team di ricercatori di Siena e del NBFC sottolinea che «Nel nostro caso, il meccanismo è indiretto: l’aumento di temperatura e la diminuzione della piovosità riducono la disponibilità e la qualità delle risorse alimentari per il camoscio, provocando di conseguenza interazioni aggressive più frequenti ed intense tra gli individui. I nostri risultati supportano quindi la teoria ecologica che prevede che l’aggressività aumenti nei casi in cui le risorse alimentari diventino meno abbondanti».
Alcuni a studi precedenti che hanno analizzato i conflitti umani nel corso della storia. avevano ipotizzato un meccanismo comparabile, suggerendo un aumento dei conflitti bellici per l’acquisizione delle risorse divenute più scarse a causa del cambiamento climatico.
All’UniSi sottolineano che «Le simulazioni sviluppate nello studio, coerenti con gli scenari di previsione del riscaldamento globale, prevedono per il camoscio un aumento dell’aggressività pari al 50% nei prossimi 60 anni. Tuttavia, al momento non siamo ancora in grado di affermare se risposte comportamentali di questo genere si diffonderanno con l’attuale cambiamento climatico o se resteranno piuttosto localizzate, poiché gli effetti potrebbero differire da specie a specie, e tra le diverse aree geografiche del pianeta».
I ricercatori concludono: «Negli ultimi decenni, gli studi in natura sulle risposte ecologiche e comportamentali degli animali selvatici ai cambiamenti climatici si sono moltiplicati, ma i possibili effetti sull’aggressività erano ancora ignoti. Questo studio apre nuove prospettive per indagare i meccanismi che influenzano le modalità e il grado di competizione nelle specie animali, con implicazioni per la ricerca etologica e per la conservazione della biodiversità».
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La superpropulsione della pipì delle cicaline dalle ali vitree (VIDEO)
Lo studio “Droplet superpropulsion in an energetically constrained insect”, pubblicato su Nature Communications da Elio Challita, Prateek Sehgal e M. Saad Bhamla del Georgia Institute of Technology e da Rodrigo Krugner dell’United States Department of Agriculture, nasce da un incontro fatto da Bhamla nel suo cortile quando ha visto qualcosa che non aveva mai visto prima: un insetto che faceva la pipì: «Sebbene quasi impossibile da vedere – spiega - l'insetto formò una gocciolina quasi perfettamente rotonda sulla coda e poi la lanciò via così velocemente che sembrò scomparire. Il minuscolo insetto si è liberato ripetutamente per ore».
Generalmente si dà per scontato che ciò che entra debba uscire, quindi quando si tratta di dinamica dei fluidi negli animali, la ricerca si concentra principalmente sull'alimentazione piuttosto che sull'escrezione. Ma Bhamla aveva la sensazione che qullo che aveva visto non fosse così banale: «Si sa poco della dinamica dei fluidi dell'escrezione, nonostante il suo impatto sulla morfologia, l'energia e il comportamento degli animali. "Volevamo vedere se questo minuscolo insetto avesse escogitato qualche innovazione ingegneristica o fisica intelligente per fare pipì in questo modo».
E’ così che Bhamla ed Elio Challita, un bioingegnere, hanno cominciato a studiare come e perché le cicaline dalle ali vitree (Homalodisca vitripennis), piccoli parassiti noti per diffondere malattie nelle piante (e che gli anglofoni chiamano glassy-winged sharpshooters e i francofoni mouche pisseuse) espellono urina e il modo in cui lo fanno. Utilizzando la fluidodinamica computazionale e gli esperimenti biofisici, i ricercatori hanno studiato i principi fluidici, energetici e biomeccanici dell'escrezione, rivelando come un insetto più piccolo della punta di un mignolo compia un'eccezionale impresa di fisica e bioingegneria: la superpropulsione. La loro ricerca rappresenta la prima osservazione e spiegazione di questo fenomeno in un sistema biologico.
Per osservare con precisione cosa stava accadendo sulla coda dell'insetto, i ricercatori hanno utilizzato video ad alta velocità e microscopia. Per prima cosa hanno identificato il ruolo svolto da uno strumento biofisico molto importante chiamato stilo anale o, come lo ha definito Bhamla, «Sfarfallio del sedere».
Challita e Bhamla hanno visto che «Quando la cicalina dalle ali vitree è pronta per urinare, lo stilo anale ruota da una posizione neutra all'indietro per fare spazio mentre l'insetto spreme il liquido. Una gocciolina si forma e cresce gradualmente man mano che lo stilo rimane alla stessa angolazione. Quando la gocciolina si avvicina al suo diametro ottimale, lo stilo ruota ulteriormente all'indietro di circa 15 gradi e quindi, come le “pinne” di un flipper, lancia la gocciolina a una velocità incredibile. Lo stilo può accelerare più di 40G, 10 volte superiore rispetto alle auto sportive più veloci».
Challita. Racconta che «Ci siamo resi conto che questo insetto aveva in realtà evoluto una molla e una leva come una catapulta e che poteva usare quegli strumenti per lanciare ripetutamente goccioline di pipì ad alte accelerazioni».
Quindi, i ricercatori hanno misurato la velocità del movimento dello stilo anale e li hanno confrontati con la velocità delle goccioline, scoprendo qualcosa di sconcertante: «La velocità delle goccioline nell'aria era più veloce dello stilo anale che le lanciava. Ci aspettavamo che le goccioline si muovessero alla stessa velocità dello stilo anale, ma le goccioline venivano lanciate a velocità 1,4 volte superiori rispetto allo stilo stesso. Il rapporto tra velocità suggeriva la presenza della superpropulsione, un principio precedentemente mostrato solo nei sistemi sintetici in cui un proiettile elastico riceve un aumento di energia quando la sua tempistica di lancio coincide con la tempistica del proiettile, come un tuffatore che cronometri il suo salto da un trampolino».
Dopo ulteriori osservazioni, i ricercatori hanno scoperto che «Lo stilo comprimeva le goccioline, immagazzinando energia grazie alla tensione superficiale appena prima del lancio». Per verificarlo, hanno posizionato le gocce d'acqua su un altoparlante audio, utilizzando le vibrazioni per comprimerle ad alta velocità e hanno scoperto che, «Su una scala minuscola, quando le gocce d'acqua vengono lanciate, immagazzinano energia a causa della tensione superficiale intrinseca. E, al momento giusto, le goccioline possono essere lanciate a velocità estremamente elevate».
Ma la domanda sul perché le cicaline dalle ali vitree lancino goccioline di urina con la superpropulsione rimaneva ancora senza risposta. La dieta quasi a zero calorie di una Homalodisca vitripennis consiste solo in linfa xilematica vegetale, un liquido carente di nutrienti che contiene solo acqua e una traccia di minerali. Al giorno, bevono fino a 300 volte il loro peso corporeo in linfa xilematica e devono quindi bere costantemente ed espellere in modo efficiente i loro rifiuti fluidi che sono per il 99% di acqua. Però, anche altri insetti si nutrono esclusivamente di linfa xilematica ma non la espellono con getti superveloci.
Il team ha inviato esemplari di cicaline dalle ali vitree a un laboratorio specializzato e le micro scansioni CT hanno permesso a Bhamla e Challita di studiare la morfologia d i questi minuscoli insetti e effettuare misurazioni dall'interno degli insetti stessi. Poi, hanno usato w queste informazioni per calcolare la pressione necessaria per spingere il fluido attraverso il suo piccolissimo canale anale, determinando quanta energia sia necessaria per una cocalina dalle ali vitree per urinare. Lo studio rivela che «L'espulsione di goccioline superpropulsive serve alle cicaline dalle ali vitree come strategia per risparmiare energia per ciclo di alimentazione-escrezione. Le cicaline dalle ali vitree affrontano importanti sfide fluidodinamiche a causa delle loro piccole dimensioni e dei vincoli energetici e per loro urinare nelle goccioline è il modo più efficiente dal punto di vista energetico di espellere».
A prima vista potrebbe sembrare uno studio “inutile”, ma al Georgia Institute of Technology fanno notare che «Studiare come la cicaline dalle ali vitree usano la superpropulsione può anche fornire spunti su come progettare sistemi che superino l'adesione e la viscosità con un'energia inferiore. Un esempio è l'elettronica indossabile con espulsione dell'acqua a bassa potenza, come un orologio intelligente che utilizza le vibrazioni degli altoparlanti per respingere l'acqua dal dispositivo».
Miriam Ashley-Ross, direttrice programma del Directorate for biological sciences della National Science Foundation Usa, che ha parzialmente finanziato lo studio, concorda: «L'oggetto di questo studio può sembrare stravagante ed esoterico, ma è da indagini come questa che otteniamo informazioni sui processi fisici su scale di dimensioni al di fuori della nostra normale esperienza umana. Quello con cui hanno a che fare le cicaline dalle ali vitree è come se noi cercassimo di lanciare via un globo di sciroppo d'acero delle dimensioni di un pallone da spiaggia che è attaccato alla nostra mano. Il metodo efficiente che questi minuscoli insetti hanno evoluto per risolvere il problema può portare a soluzioni bio-ispirate per rimuovere solventi in applicazioni di micro-produzione come l'elettronica o per eliminare rapidamente l'acqua da superfici strutturalmente complesse».
Il semplice fatto che gli insetti urinano è curioso di per sé, soprattutto perché le persone non ci pensano spesso. Ma applicando la lente della fisica a un processo biologico quotidiano in miniatura, il lavoro dei ricercatori rivela nuove dimensioni per apprezzare piccoli comportamenti al di là di ciò che vede il nostro occhio.
Challita conclude: «Questo lavoro rafforza l'idea che la scienza guidata dalla curiosità sia preziosa. E il fatto che abbiamo scoperto qualcosa di così interessante – la superpropulsione di goccioline in un sistema biologico e imprese eroiche della fisica che hanno applicazioni in altri campi – lo rende ancora più affascinante».
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Le vespe cinipedi cambiano la chimica delle piante per produrre galle acide
Lo studio “Extreme acidity in a cynipid gall: a potential new defensive strategy against natural enemies”, pubblicato su Biology Letters da un team di entomologi e chimici della Pennsylvania State University e della Michigan State University ha scopetto che le larve della minuscola vespa cinipide Amphibolips nubilipennis inducono la crescita di galle traslucide che contengono livelli di acidità simili a quella dei limoni sulle foglie di quercia rossa (Quercus rubra) e di altre specie di querce nordamericane.
Secondo l’autore principale dello studio, l’entomologo Antoine Guiguet, «Questo è eccitante perché rappresenta un nuovo sistema di difesa che non abbiamo mai visto prima».
Da decenni è noto che la maggior parte delle specie delle vespe cinipedi inietta sostanze chimiche nelle foglie per indurre le querce a produrre galle protettive attorno alle loro larve per garantire la sicurezza della loro prole durante lo sviluppo. Le galle ospitano e nutrono gli insetti durante il loro sviluppo larvale e svolgono una funzione difensiva per allontanare i nemici naturali. Alla fine, le galle alla fine cadono dall'albero e la larva della vespa si fa strada divorando la sua protezione e lasciando dietro di sé le palline a decomporsi sul suolo del bosco.
Alla Penn State fanno notare che «Tutto questo lavoro richiede della chimica e, fino a poco tempo fa, i principali composti difensivi identificati nelle galle erano i tannini che si accumulano sulla superficie della galla, prevenendo i danni causati dagli erbivori che potrebbero nutrirsi della galla. In effetti, i livelli di tannino sono così alti nelle galle di quercia che, quando vengono frantumate e immerse in acqua, creano un liquido marrone scuro che forma la base di un inchiostro di lunga durata, un inchiostro che un tempo è stato usato per scrivere la Dichiarazione di Indipendenza, la Costituzione e la carta dei diritti degli Stati Uniti».
John Tooker, professore di entomologia alla Penn State e coautore dello studio, aggiunge: «E’ così affascinante perché questo è un animale che usa la chimica per costringere una pianta a eseguire i suoi ordini. E’ davvero una manipolazione parassitaria. L'insetto fa in modo che la pianta produca esattamente il cibo di cui ha bisogno, il che spiega l'ipotesi nutrizionale per cui si sono evolute le galle, ma indubbiamente deve essere combinata con un aspetto di difesa, perché se hai una buona fonte di cibo, finirà che altre cose andranno a mangiarla».
Nel loro studio, i ricercatori hanno rivelato una manipolazione potenzialmente nuova della chimica della pianta ospite nella galla traslucida della quercia, nella quale il cinipedi abbassano il livello di pH dell'interno delle loro galle fino a raggiungere i livelli di acidità utilizzati dalle piante carnivore.
Tooker sottolinea: «Sappiamo che un pH così basso è raro nelle piante in generale. E il pH che abbiamo misurato era vicino alla natura acida di quel che si trova all'interno di una pianta carnivora, che è più o meno la stessa di un limone. Stiamo ipotizzando che il ruolo di questo sia la difesa. Tutto ciò che volesse scavare lì dentro sarebbe scoraggiato da quell'ambiente acido».
I ricercatori hanno esaminato il contenuto di acido organico della galla di quercia traslucida e lo hanno confrontato con frutti e altre galle utilizzando la spettrometria di massa, una tecnica analitica utilizzata per lo studio delle sostanze chimiche, hanno così scoperto che «L'acido malico, un acido particolarmente abbondante nelle mele, rappresenta il 66% dell'acido organico rilevato nelle galle. La concentrazione di acido malico era due volte superiore a quella delle altre galle e due volte superiore a quella delle mele». Inoltre, «Il pH della galla era compreso tra 2 e 3, rendendolo tra i livelli di pH più bassi trovati nei tessuti vegetali».
Guiguet. Spiega ancora_ «L'acido malico è un componente fondamentale del metabolismo delle cellule, quindi è presente all'interno della quercia, all'interno di tutte le cellule vegetali e animali, ma solo a bassa concentrazione. La cosa sorprendente è che questa vespa è in grado di indurre il suo accumulo nel compartimento di stoccaggio delle cellule vegetali, chiamato vacuolo. Con un livello di pH inferiore a 3, la galla traslucida dellq quercia è tra i tessuti vegetali più acidi misurati fino ad oggi. Fino a questa scoperta, solo i tessuti degli agrumi erano noti per essere capaci di questa estrema acidità».
I ricercatori ipotizzano che la vespa possa aver sviluppato galle acide come strategia alternativa all'accumulo di tannino osservato nella maggior parte delle altre galle di quercia: «Come i tannini, il pH basso potrebbe diminuire l'efficienza della digestione delle proteine negli insetti perché le budella posteriori dei bruchi sono altamente alcaline. Ma a differenza dei tannini, gli ambienti acidi potrebbero rivelarsi efficaci anche contro le vespe parassitoidi, i principali nemici delle vespe cinipidi, in quanto potrebbero degradare il tessuto dell'organo aghiforme che le specie di vespe parassitoidi femmine utilizzano per inserire le uova nella galla». Guiguet conclude: «Il meccanismo molecolare con cui le vespe cinipedi inducono le galle a diventare acide rimane un mistero. Ora, a questo mistero abbiamo aggiunto qualcosa, dimostrando che si sono evolute con la capacità di alterare il pH».
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