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Le vespe cinipedi cambiano la chimica delle piante per produrre galle acide

Lo studio “Extreme acidity in a cynipid gall: a potential new defensive strategy against natural enemies”, pubblicato su Biology Letters da un team di entomologi e chimici della Pennsylvania State University e della Michigan State University ha scopetto che le larve della minuscola vespa cinipide Amphibolips nubilipennis inducono la crescita di galle traslucide che contengono livelli di acidità simili a quella dei limoni sulle foglie di quercia rossa (Quercus rubra) e di altre specie di querce nordamericane. Secondo l’autore principale dello studio, l’entomologo Antoine Guiguet, «Questo è eccitante perché rappresenta un nuovo sistema di difesa che non abbiamo mai visto prima». Da decenni è noto che la maggior parte delle specie delle vespe cinipedi inietta sostanze chimiche nelle foglie per indurre le querce a produrre galle protettive attorno alle loro larve per garantire la sicurezza della loro prole durante lo sviluppo. Le galle ospitano e nutrono gli insetti durante il loro sviluppo larvale e svolgono una funzione difensiva per allontanare i nemici naturali. Alla fine, le galle alla fine cadono dall'albero e la larva della vespa si fa strada divorando la sua protezione e lasciando dietro di sé le palline a decomporsi sul suolo del bosco. Alla Penn State fanno notare che «Tutto questo lavoro richiede della chimica e, fino a poco tempo fa, i principali composti difensivi identificati nelle galle erano i tannini che si accumulano sulla superficie della galla, prevenendo i danni causati dagli erbivori che potrebbero nutrirsi della galla. In effetti, i livelli di tannino sono così alti nelle galle di quercia che, quando vengono frantumate e immerse in acqua, creano un liquido marrone scuro che forma la base di un inchiostro di lunga durata, un inchiostro che un tempo è stato usato per scrivere la Dichiarazione di Indipendenza, la Costituzione e la carta dei diritti degli Stati Uniti». John Tooker, professore di entomologia alla Penn State e coautore dello studio, aggiunge: «E’ così affascinante perché questo è un animale che usa la chimica per costringere una pianta a eseguire i suoi ordini. E’ davvero una manipolazione parassitaria. L'insetto fa in modo che la pianta produca esattamente il cibo di cui ha bisogno, il che spiega l'ipotesi nutrizionale per cui si sono evolute le galle, ma indubbiamente deve essere combinata con un aspetto di difesa, perché se hai una buona fonte di cibo, finirà che altre cose andranno a mangiarla». Nel loro studio, i ricercatori hanno rivelato una manipolazione potenzialmente nuova della chimica della pianta ospite nella galla traslucida della quercia, nella quale il cinipedi abbassano il livello di pH dell'interno delle loro galle fino a raggiungere i livelli di acidità utilizzati dalle piante carnivore. Tooker  sottolinea: «Sappiamo che un pH così basso è raro nelle piante in generale. E il pH che abbiamo misurato era vicino alla natura acida di quel che si trova all'interno di una pianta carnivora, che è più o meno la stessa di un limone. Stiamo ipotizzando che il ruolo di questo sia la difesa. Tutto ciò che volesse scavare lì dentro sarebbe scoraggiato da quell'ambiente acido». I ricercatori hanno esaminato il contenuto di acido organico della galla di quercia traslucida e lo hanno confrontato con frutti e altre galle utilizzando la spettrometria di massa, una tecnica analitica utilizzata per lo studio delle sostanze chimiche, hanno così scoperto che «L'acido malico, un acido particolarmente abbondante nelle mele, rappresenta il 66% dell'acido organico rilevato nelle galle. La concentrazione di acido malico era due volte superiore a quella delle altre galle e due volte superiore a quella delle mele». Inoltre, «Il pH della galla era compreso tra 2 e 3, rendendolo tra i livelli di pH più bassi trovati nei tessuti vegetali». Guiguet. Spiega ancora_ «L'acido malico è un componente fondamentale del metabolismo delle cellule, quindi è presente all'interno della quercia, all'interno di tutte le cellule vegetali e animali, ma solo a bassa concentrazione. La cosa sorprendente è che questa vespa è in grado di indurre il suo accumulo nel compartimento di stoccaggio delle cellule vegetali, chiamato vacuolo. Con un livello di pH inferiore a 3, la galla traslucida dellq quercia è tra i tessuti vegetali più acidi misurati fino ad oggi. Fino a questa scoperta, solo i tessuti degli agrumi erano noti per essere capaci di questa estrema acidità». I ricercatori ipotizzano che la vespa possa aver sviluppato galle acide come strategia alternativa all'accumulo di tannino osservato nella maggior parte delle altre galle di quercia: «Come i tannini, il pH basso potrebbe diminuire l'efficienza della digestione delle proteine ​​negli insetti perché le budella posteriori dei bruchi sono altamente alcaline. Ma a differenza dei tannini, gli ambienti acidi potrebbero rivelarsi efficaci anche contro le vespe parassitoidi, i principali nemici delle vespe cinipidi, in quanto potrebbero degradare il tessuto dell'organo aghiforme che le specie di vespe parassitoidi femmine utilizzano per inserire le uova nella galla». Guiguet conclude: «Il meccanismo molecolare con cui le vespe cinipedi inducono le galle a diventare acide rimane un mistero. Ora, a questo mistero abbiamo aggiunto qualcosa, dimostrando che si sono evolute con la capacità di alterare il pH». L'articolo Le vespe cinipedi cambiano la chimica delle piante per produrre galle acide sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Trattato sulla protezione internazionale del mare, gli ambientalisti: bene ora ratificarlo rapidamente

Dopo quasi vent'anni di negoziati, è stato approvato lo storico UN Ocean Treaty  che ora passerà alla revisione tecnica e alla traduzione, prima di essere adottato ufficialmente in un'altra sessione. Per Greenpeace international. «Questo trattato è una vittoria monumentale per la protezione degli oceani e un segnale importante che il multilateralismo funziona ancora in un mondo sempre più diviso. L'accordo di questo Trattato mantiene vivo l'obiettivo 30×30 – proteggere il 30% degli oceani del mondo entro il 2030 –. Fornisce un percorso per la creazione di aree completamente o altamente protette negli oceani del mondo. Ci sono ancora difetti nel testo e i governi devono garantire che il Trattato sia messo in pratica in modo efficace ed equo affinché possa essere considerato un Trattato veramente ambizioso». Rebecca Hubbard, direttrice dell’High Seas Alliance, ha commentato: «Dopo due settimane di trattative e sforzi da supereroi nelle ultime 48 ore, i governi hanno raggiunto un accordo su questioni chiave che promuoveranno la protezione e una migliore gestione della biodiversità marina in alto mare». High Seas Alliance ricorda che «L'alto mare, l'area dell'oceano che si trova oltre le acque nazionali dei Paesi, è il più grande habitat sulla Terra e ospita milioni di specie. Con attualmente poco più dell'1% delle acque d'alto mare protette, il nuovo trattato fornirà un percorso per istituire aree marine protette in queste acque. E’ anche uno strumento chiave per aiutare a raggiungere il target di Kunming-Montreal di almeno il 30% di protezione degli oceani del mondo entro il 2030 appena concordato a dicembre: il livello minimo di protezione che gli scienziati avvertono che è necessario per garantire un oceano sano. Ma il tempo è essenziale. Il nuovo Trattato porterà la governance degli oceani nel XXI secolo, stabilendo anche requisiti moderni per valutare e gestire le attività umane pianificate che avrebbero un impatto sulla vita marina in alto mare, oltre a garantire una maggiore trasparenza. Questo  rafforzerà notevolmente un'efficace gestione territoriale della pesca, del trasporto marittimo e di altre attività che hanno contribuito al declino generale della salute degli oceani. La questione dei finanziamenti sufficienti per finanziare l'attuazione del Trattato, così come le questioni di equità relative alla condivisione dei benefici derivanti dalle risorse genetiche marine, è stato uno dei principali punti di scontro tra Nord e Sud durante il meeting. Tuttavia, fino alle ultime ore del summit, i governi sono stati in grado di concludere un accordo che prevede un'equa condivisione di questi benefici derivanti dal mare profondo e dall'alto mare». Per quanto riguarda l'Italia, Antonio Nicoletti, responsabile nazionale Aree protette e biodiversità di Legambiente, ha detto che «Il sistema di protezione delle acque internazionali che abbiamo fin qui utilizzato anche nel nostro Paese, ad esempio, ha prodotto poca tutela e molta confusione. Come nel caso del Santuario dei Mammiferi marini definito sulla base dell’Accordo Pelagos nel 1999 che interessa Francia, Italia e principato di Monaco che aveva l’ambizione di tutelare una vastissima area dell’alto Tirreno (87.500 kmq e 2.022 km di costa) in un mare, quello Mediterraneo, tra i più esposti alle pressioni antropiche ma anche uno dei 25 hot spot di biodiversità riconosciuti a livello globale. Il Santuario, creato sulla base di un accordo tra Stati e non sulla base di un trattato internazionale, è stato fin qui un clamoroso flop: facciamo fatica a individuare uno solo dei rischi conosciuti per i mammiferi marini presenti nell’area (traffici marittimi, trasporti di idrocarburi, etc…) che è stato mitigato dall’azione di tutela imposta dalla presenza dal Santuario. Perciò ben venga questo nuovo trattato attraverso il quale l’Onu istituirà una conferenza delle parti (Cop) ad hoc che si riunirà periodicamente e consentirà agli Stati membri di essere chiamati a rispondere di questioni quali la governance e la biodiversità. Uno strumento come questo serve per istituire nuove aree marine protette e proteggere il bacino del Mediterraneo. Ma il Trattato serve principalmente al nostro Paese per affrontare con la dovuta diligenza la tutela di aree particolarmente esposte come l’alto Adriatico, dove serve un’azione congiunta con i Paesi balcanici per tutelare i siti importanti per la presenza dei mammiferi marini e per ridurre i rischi di utilizzo dei fondali per la ricerca e lo sfruttamento degli idrocarburi. Serve per i banchi di coralligeno a sud di capo d’Otranto, d’intesa con i paesi costieri dell’Adriatico meridionale (Albania, Grecia, Cipro) e la biodiversità presente nel Canale di Sicilia d’intesa con i Paesi del Nord d’Africa. Oggi, dopo una lunga attesa, abbiamo uno strumento in più a disposizione per raggiungere l’obiettivo globale di proteggere la biodiversità e frenare i cambiamenti climatici. Serve, come sempre, una decisa azione di Governo per procedere nella direzione giusta. Ma questa la deve fornire la politica e poco possono fare i trattati». Secondo Gladys Martínez, direttrice esecutiva dell’Asociación Interamericana para la Defensa del Ambiente (AIDA), «I governi hanno compiuto un passo importante che rafforza la protezione legale di due terzi dell'oceano e con essa la biodiversità marina, i mezzi di sussistenza delle comunità costiere e sovranità alimentare. L'accordo traccia un percorso per la creazione di aree di elevata e integrale protezione in alto mare, nonché per la valutazione ambientale di progetti e attività che possono danneggiare questa vasta area». Laura Meller, oceans campaigner di Greenpeace Nordic,  che ha partecipato all”Intergovernmental Conference on an international legally binding instrument under the United Nations Convention on the Law of the Sea on the conservation and sustainable use of marine biological diversity of areas beyond national jurisdiction (General Assembly resolution 72/249)”  tenutasi all’Onu a New York, subito dopo la sofferta approvazione, ha sottolineato che «Questo è un giorno storico per la conservazione e un segno che in un mondo diviso, la protezione della natura e delle persone può trionfare sulla geopolitica. Aver messo da parte le differenze e aver approvato un trattato, ci consentirà di proteggere gli oceani, costruire la nostra resilienza ai cambiamenti climatici e salvaguardare le vite e i mezzi di sussistenza di miliardi di persone. Lodiamo i Paesi per aver cercato compromessi, messo da parte le differenze e consegnato un Trattato che ci consentirà di proteggere gli oceani, costruire la nostra resilienza ai cambiamenti climatici e salvaguardare le vite e i mezzi di sussistenza di miliardi di persone. Ora possiamo finalmente passare dalle chiacchiere al vero cambiamento in mare. I Paesi devono adottare formalmente il Trattato e ratificarlo il più rapidamente possibile per farlo entrare in vigore e quindi fornire i santuari oceanici completamente protetti di cui il nostro pianeta ha bisogno. Il tempo stringe ancora per arrivare al 30×30. Abbiamo ancora mezzo decennio e non possiamo essere compiacenti». La Meller ha ricordato che «La High Ambition Coalition, che comprende Unione europea (Italia compresa, ndr), Stati Uniti e Regno Unito, e la Cina sono stati attori chiave nella mediazione dell'accordo. Entrambi hanno mostrato la volontà di scendere a compromessi negli ultimi giorni di colloqui e hanno costruito coalizioni invece di seminare divisioni. I piccoli Stati insulari hanno mostrato leadership durante tutto il processo e il gruppo G77 ha aperto la strada per garantire che il Trattato possa essere messo in pratica in modo giusto ed equo. L'equa ripartizione dei benefici monetari derivanti dalle risorse genetiche marine è stato un punto critico. Questo è stato risolto solo l'ultimo giorno di colloqui. La sezione del Trattato sulle aree marine protette elimina il processo decisionale basato sul consenso che non è riuscito a proteggere gli oceani attraverso organismi regionali esistenti come lAntarctic Ocean Commission. Sebbene nel testo vi siano ancora questioni importanti da risolvere, si tratta di un trattato praticabile che rappresenta un punto di partenza per proteggere il 30% degli oceani del mondo. L'obiettivo 30×30, concordato alla COP15 sulla biodiversità, non sarebbe realizzabile senza questo storico Trattato. E’ fondamentale che i paesi ratifichino urgentemente questo trattato e inizino i lavori per creare vasti santuari oceanici completamente protetti che coprano il 30% degli oceani entro il 2030. Ora inizia il duro lavoro di ratifica e protezione degli oceani. Dobbiamo sfruttare questo slancio per respingere nuove minacce come l'estrazione mineraria in acque profonde e concentrarci sulla messa in atto della protezione. Oltre 5,5 milioni di persone hanno firmato una petizione di Greenpeace chiedendo un trattato forte. Questa è una vittoria per tutti loro». Matthew Collis, vicepresidente per le politiche dell’IFAW. «L'accordo per un  nuovo trattato per la conservazione dell'alto mare è un modo meraviglioso per celebrare la Giornata mondiale della fauna selvatica per gli animali oceanici e le loro case in alto mare. IFAW si congratula con i governi per questo passo significativo, che traccia un percorso per proteggere il 30% degli oceani entro il 2030. Per raggiungere il 30×30, i governi devono ora adottare, ratificare e attuare il nuovo Trattato senza indugio». Lance Morgan, presidente del Marine Conservation Institute, ha sottolineato che «Sulla scia del Global Biodiversity Framework, questo accordo storico è un enorme passo avanti verso la garanzia di aree marine protette in alto mare e il raggiungimento di 30×30"». Lisa Speer, direttrice International Ocean program del Natural Resources Defense Council (NRDC), ha sottolineato che «Questo testo fornisce le basi per proteggere i principali punti caldi della biodiversità in alto mare. Ora abbiamo un percorso per raggiungere l'obiettivo di proteggere in modo significativo almeno il 30% degli oceani entro il 2030, un obiettivo che secondo gli scienziati è fondamentale per mantenere la salute degli oceani di fronte al riscaldamento degli oceani, all'acidificazione e ad altri impatti del cambiamento climatico. Ora cominciamo». Fabienne McLellan, AD di OceanCare, è convinta che «Questo trattato sarà il punto di svolta di cui l'oceano ha urgente bisogno. Accogliamo con particolare favore gli elementi incentrati sulla conservazione, come le valutazioni di impatto ambientale. Le VIA sono uno dei meccanismi più efficaci e importanti per prevenire, mitigare e gestire le attività dannose nei casi in cui vi sia un grave danno alla vita marina dovuto, ad esempio, all'inquinamento acustico sottomarino. Sebbene abbiamo sostenuto una maggiore ambizione nelle disposizioni sulle VIA, questi requisiti rafforzeranno comunque la conservazione degli oceani». Anche Susanna Fuller, VP conservation and projects di Oceans North, è soddisfatta: «Facendo seguito all'accordo di Kunming-Montreal, che stabilisce un percorso globale per la protezione della biodiversità, questo trattato porterà un'ambizione simile in alto mare. Poiché le acque del Canada sono delimitate da tre bacini oceanici internazionali, ha un ruolo enorme nel garantire che il Trattato sia pienamente attuato, una volta adottato formalmente». Liz Karan, direttrice del ocean governance project  di Pew, sottolinea che «L'effettiva attuazione di questo storico trattato è l'unica strada per salvaguardare la biodiversità in alto mare per le generazioni a venire e fornisce un percorso alle nazioni per raggiungere l'obiettivo 30X30. I governi e la società civile devono ora garantire che l'accordo sia adottato ed entri rapidamente in vigore». Christopher Chin, direttore esecutivo del Center for Oceanic Awareness, Research, and Education (COARE), è d’accordo: «Con questo testo concluso,  il mondo ha fatto un grande passo avanti nell'abbracciare l'importanza dell'alto mare e nel raggiungere l’obiettivp 30X30 obiettivi. Una volta adottato, tuttavia, gli Stati membri devono ancora ratificare il Trattato e li invitiamo a farlo rapidamente». Andrew Deutz, direttore politica globale, istituzioni e finanza per la conservazione di The Nature Conservancy, fa notare che «Sebbene il Trattato abbia  margini di miglioramento, dovremmo nondimeno celebrare il fatto che, dopo più di un decennio di discussioni e tre tentativi concertati per superarlo, abbiamo finalmente un quadro globale per la conservazione e l'uso sostenibile dei biodiversità per quasi la metà della superficie del nostro pianeta. Se questo sarà arrivato in tempo per rallentare l'accelerazione della crisi ecologica in atto nel nostro oceano dipenderà dalla rapidità con cui i Paesi potranno ratificare il Trattato a livello nazionale e iniziare a integrare ambizioni come 30X30 sia nel proprio processo decisionale, sia in quello globale enti che gestiscono l'attività umana in alto mare. Vedremo se potranno farlo rapidamente, mettendo le persone e il pianeta al di sopra della politica», Per Farah Obaidullah, ocean advocate e  fondatrice di Women4Oceans, «Questo è un momento storico per l'umanità e per la protezione di tutti gli esseri viventi nel nostro oceano globale. Un raro e gradito momento di speranza per tutti noi giustamente preoccupati per lo stato del mondo. Quasi la metà del nostro pianeta avrà ora una possibilità di una sorta di protezione dai sempre crescenti attacchi all'oceano. Questo trattato non arriva un momento troppo presto. Con il peggioramento delle crisi climatiche e della fauna selvatica globale e una nuova e sconsiderata industria mineraria in acque profonde all'orizzonte, non possiamo permetterci alcun ritardo nell'entrata in vigore di questo trattato». L'articolo Trattato sulla protezione internazionale del mare, gli ambientalisti: bene ora ratificarlo rapidamente sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

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