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I sabotaggi dei gasdotti Nord Stream hanno messo a rischio focene e merluzzi del Baltico

Le guerre, oltre ad avere gravi impatti sulle vite umane e sulle infrastrutture, hanno anche ripercussioni sull'ambiente, che devono essere valutate e documentate. Il 26 settembre 2022, autori sconosciuti – gli occidentali dicono un commando ucraino, i russi e un’inchiesta giornalistica del premio Pulitzeri  Seymour Hersh un’azione militare organizzata da statunitensi e norvegesi che hanno piazzato bombe a tempo con la copertura di manovre navali NATO -  hanno deliberatamente fatto saltare i due gasdotti Nord Stream 1 e 2 con quattro esplosioni coordinate vicino a un importante deposito di munizioni chimiche –la discarica CWA - al largo all'isola danese di Bornholm nel Mar Baltico. Mentre il massiccio rilascio di gas naturale nell'atmosfera ha sollevato serie preoccupazioni per il clima, le esplosioni hanno sollevato, e lasciato in  sospensione per oltre un mese, 250.000 tonnellate di sedimenti fortemente contaminati  da tossine a lungo sepolte che potrebbero minacciare la vita marina. L’area interessata dagli attentati è una discarica storica per agenti della guerra chimica della seconda guerra mondiale. I contaminanti, tra cui il piombo e un interferente endocrino utilizzato per proteggere gli scafi delle navi, sono rimasti al di sopra della soglia di sicurezza per più di un mese. L’impatto  sugli animali che vivono nella zona, come il merluzzo e  la rara focena comune, non è ancora noto. Lo studio “Environmental impact of sabotage of the Nord Stream pipelines”, pubblicato su Research Square (no peer reviewed) da un team d internazionale di ricercatori danesi, tedeschi e polacchi guidato da Signe Sveegaard dell’Aarhus Universitet, valuta proprio l'impatto diretto trascurato di questo sabotaggio sull'ecosistema marino ed evidenzia che «Foche e focene entro un raggio di quattro km sarebbero state ad alto rischio di essere uccise dall'onda d'urto, mentre ci si aspetterebbe un impatto temporaneo sul loro udito fino a 50 km di distanza. Poiché la popolazione di focene del Mar Baltico (Phocoena phocoena) è in grave pericolo di estinzione, la perdita o il ferimento grave anche di un solo individuo è considerato un impatto significativo sulla popolazione». I ricercatori confermano che «La rottura [dei gasdotti] ha provocato la risospensione di 250.000 tonnellate di sedimenti fortemente contaminati dal bacino sedimentario di acque profonde per oltre una settimana, con conseguenti rischi inaccettabili per i pesci e altri biota in 11 km3 di acqua per più di un mese». A preoccupare è in particolare  la sorte della popolazione di focene del Baltico che è ridotta a circa 500 individui. I ricercatori evidenziano che «Durante la stagione riproduttiva (maggio-ottobre), questa popolazione si raduna intorno ai banchi Hoburgs e Midsjö nelle acque territoriali svedesi, situate a circa 40 km a est delle esplosioni più settentrionali. E’ quindi probabile che individui di questa popolazione fossero presenti nell'area alla fine di settembre e quindi potrebbero essere stati colpiti. Sebbene la bassa densità di focene significhi che il numero di individui colpiti è stato probabilmente basso, la popolazione è così piccola che la perdita o il ferimento grave anche di un solo animale, specialmente se una femmina adulta, può avere un impatto sulla popolazione». Per quanto riguarda la popolazione di foche grigie (Halichoerus grypus) del Baltico e la popolazione locale di foche di Kalmarsund, sono sia più numerose che meno vulnerabili delle focene. Gli scienziati nord-europei spiegano che «L'acqua di Bornholm Deep è caratterizzata da stratificazione e basso rimescolamento verticale. I siti sono inoltre caratterizzati da bassi livelli di ossigeno e quindi attività biologica relativamente bassa. Questo significa che, mentre si trovavano nei sedimenti imperturbati, questi contaminanti sono stati "bloccati" lontano da esposizioni biologiche significative, causando rischi ambientali limitati». E pensare che la risospensione di sedimenti contaminati era stata una delle principali preoccupazioni ambientali dei Paesi che si affacciano sul Mar Baltico durante l'installazione dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 e  che sono state anche il motivo per il quale i gasdotti che collegavano la Russia alla Germania non sono stati realizzati lungo il percorso più breve attraverso la discarica CWA. I ricercatori ricordano che, grazie a queste osservazioni, il progetto Nord Stram è stato realizzato con l’intento di ottenere «Una risospensione minima dei sedimenti e probabilmente non ha causato rischi per la comunità ittica a causa del rilascio di residui della CWA».  Ma lo studio fa notare che «La rottura delle pipeline e il conseguente getto di gas hanno però provocato una risospensione di 2,5 - 10 tonnellate di sedimenti. L'evento ha rilasciato inquinanti introdotti storicamente nel sito più profondo del bacino di Bornholm e ha smosso grandi volumi di acqua che hanno superato la soglia tossica ambientale per un massimo di 34 giorni, che non hanno raggiunto la superficie del mare né le coste circostanti. La causa del rischio per l'ambiente marino era principalmente la risospensione di TBT e Pb che rappresentano i tre quarti dei contributi totali di tossicità della miscela». Il bacino di Bornholm è il tradizionale luogo di deposizione delle uova e nursery della popolazione di merluzzo del Baltico orientale (Gadus morhua) e il dsabotaggio è avvenuto  alla fine della normale stagione riproduttiva del merluzzo che va da marzo a settembre. Lo studio fa notare che «La risospensione dei sedimenti tossici potrebbe inoltre aver raggiunto per più di un mese i pesci così come i giovani merluzzi e le uova nell'area. L'impatto a lungo termine più probabile sui pesci sarebbe l'interruzione del sistema endocrino dovuta all'esposizione al TBT. L'esposizione al piombo (Pb) nei pesci può indurre stress ossidativo, influenzare le funzioni biochimiche e fisiologiche tra cui interrompere i neurotrasmettitori causando neurotossicità e interruzioni del sistema immunitario. Il carico contaminante derivante dalla risospensione dei sedimenti da parte di questo evento probabilmente aggiunge ulteriore pressione su quelli già esistenti, sottoponendo, ad esempio, lo stock di merluzzo del Baltico a ulteriore stress». 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La Commissione Ue avvia la caccia alle materie prime critiche e strategiche

Con il suo Net-zero industry act, presentato oggi, la Commissione Ue punta a produrre sul territorio europeo almeno il 40% delle tecnologie verdi che usa annualmente: per questo però serve (anche) un approvvigionamento adeguato di materie prime, motivo per cui da Bruxelles è arrivata una nuova proposta legislativa denominata Critical raw materials act. Le cosiddette “materie prime critiche” sono così definite in ragione del rischio circa la loro effettiva disponibilità e per la loro rilevanza sulle attività economiche, non solo green; dal loro impiego passa infatti il 32% del Pil italiano, come recentemente documentato dall’Enea. Dall’antimonio al vanadio, sono 34 le materie prime definite come critiche nella proposta europea, cui per la prima volta si affianca anche una più compatta lista di 16 materie prime ribattezzate strategiche in virtù della loro rilevanza per le filiere industriali essenziali come quelle di energie rinnovabili, economia digitale, operazioni spaziali e comparto della difesa. L’intera iniziativa parte da una consapevolezza di fondo: «L'Ue non sarà mai autosufficiente nell'approvvigionamento di tali materie prime e continuerà a dipendere dalle importazioni per la maggior parte del suo consumo». Per evitare di ricadere in una trappola geopolitica simile a quella dei combustibili fossili, che hanno legato a doppio filo l’economia europea con fornitori poco affidabili e per niente sostenibili – basti guardare alla Russia – occorre dunque diversificare le forniture, riciclare e aprire nuove miniere su suolo europeo. Ad oggi invece l’Ue spesso si approvvigiona di materie prime critiche per oltre il 90% da un unico fornitore, in genere la Cina. Ad esempio arriva dal Paese asiatico il 97% del magnesio consumato in Europa o il 100% delle terre rare usate per i magneti permanenti; il 63% del cobalto globale è estratto in Congo e raffinato per il 60% in Cina, mentre arriva dal Sudafrica il 71% del platino e dalla Turchia il 98% del borato. Livelli comprensibilmente ritenuti non sostenibili. Per questo la proposta legislativa prevede che non più del 65% di qualsivoglia materia prima strategica possa arrivare da un Paese terzo rispetto all’Ue; in compenso, entro il 2030 dovrà essere interno all’Unione europea almeno il 10% dell’estrazione mineraria, il 15% del riciclo e il 40% della trasformazione di tali materie prime. «Questa legge – spiega la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen – ci avvicinerà alle nostre ambizioni climatiche. Migliorerà in modo significativo la raffinazione, la lavorazione e il riciclaggio delle materie prime critiche qui in Europa.  E stiamo rafforzando la nostra cooperazione con partner commerciali affidabili a livello globale, per ridurre le attuali dipendenze dell'Ue solo da uno o pochi Paesi». Per raggiungere questi obiettivi, oltre a sviluppare partenariati commerciali strategici, Bruxelles propone di ridurre gli oneri amministrativi e semplificare le procedure autorizzativi dei progetti industriali che nasceranno su suolo europeo: quelli che verranno individuati come strategici dovranno concludersi entro 24 mesi (nel caso di nuove miniere) o 12 mesi (per raffinazione e riciclo), mentre tutti gli Stati membri saranno chiamati a sviluppare programmi nazionali per l’esplorazione delle proprie risorse minerarie. Al contempo, gli Stati membri dovranno adottare e attuare anche misure nazionali per migliorare la raccolta dei rifiuti ricchi di materie prime critiche e garantirne il riciclo, ma anche esaminare il potenziale di recupero dai rifiuti di estrazione delle attuali o passate attività minerarie. Il tutto mantenendo elevati standard di tutela ambientale e sociale. «Il miglioramento della sicurezza e dell'accessibilità delle forniture di materie prime critiche deve andare di pari passo – sottolineano dalla Commissione – con maggiori sforzi per mitigare eventuali impatti negativi, sia all'interno dell'Ue che nei Paesi terzi, per quanto riguarda i diritti dei lavoratori, diritti umani e tutela dell'ambiente». L'articolo La Commissione Ue avvia la caccia alle materie prime critiche e strategiche sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

L’Arabia Saudita minaccia l’embargo petrolifero in caso di prezzo massimo alle esportazioni di petrolio

Rispondendo a una domanda di Energy Intelligence sulla reintroduzione del disegno di legge Nopec da parte del Congresso Usa e sul tetto massimo del prezzo del petrolio russo imposto dal G7 e sulle potenziali implicazioni per il mercato petrolifero, il ministro dell'energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, ha detto che «La legislazione Nopec e l'estensione del tetto massimo sono molto diverse, ma i loro potenziali impatti sul mercato petrolifero sono simili. Tali politiche aggiungono nuovi livelli di rischio e incertezza in un momento in cui sono più necessarie chiarezza e stabilità. Devo ribadire il punto di vista che ho reso noto ad agosto e settembre su come tali politiche aggraverebbero inevitabilmente l'instabilità e la volatilità del mercato e avrebbero un impatto negativo sull'industria petrolifera. Al contrario, Opec+ ha compiuto ogni sforzo ed è riuscita a portare stabilità e trasparenza significative al mercato petrolifero, soprattutto rispetto a tutti gli altri mercati delle materie prime. Il disegno di legge Nopec non riconosce l'importanza di detenere capacità inutilizzata e le conseguenze del mancato mantenimento di capacità inutilizzata sulla stabilità del mercato. Il Nopec minerebbe anche gli investimenti nella capacità petrolifera e causerebbe un calo dell'offerta globale molto inferiore alla domanda futura. Gli impatti si faranno sentire in tutto il mondo sia sui produttori che sui consumatori, così come sull'industria petrolifera». Dopo l’accordo con l’Iran mediato dalla Cina, l’Arabia saudita ha cambiato idea anche sulle sanzioni e bin Salman avverte che, «Lo stesso vale per i massimali di prezzo, siano essi imposti a un Paese o a un gruppo di Paesi, al petrolio o a qualsiasi altra merce. Ciò porterà a contro-risposte singole o collettive con conseguenze intollerabili sotto forma di massiccia volatilità e instabilità. Quindi, se venisse imposto un prezzo massimo alle esportazioni di petrolio saudita, non venderemo petrolio a nessun Paese che impone un prezzo massimo alla nostra offerta e ridurremo la produzione di petrolio, e non sarei sorpreso se altri facessero lo stesso». Non a caso l’intervista di bin Salman a  Energy Intelligence è stata rilanciata con grande rilievo dai media russi e iraniani. Lo scenario è quello di una nuova crisi petrolifera in stile austerity anni ’70 e il ministro dell’energia saudita manda a dire a statunitensi ed europei che «La capacità inutilizzata e le scorte di emergenza globali sono la rete di sicurezza definitiva per il mercato petrolifero di fronte a potenziali shock. Ho ripetutamente avvertito che la crescita della domanda globale supererà l'attuale capacità di riserva globale, mentre le riserve di emergenza sono ai minimi storici. Ecco perché è fondamentale che vengano messe in atto politiche per sostenere gli investimenti necessari per aumentare la capacità inutilizzata in modo tempestivo e che le scorte di emergenza globali siano mantenute a un livello adeguato e confortevole. In Arabia Saudita, abbiamo avviato in modo proattivo l'espansione della nostra capacità a 13,3 milioni di barili al giorno entro il 2027. L'espansione è già in corso nella fase di ingegneria e il primo incremento dovrebbe entrare in funzione nel 2025». Intanto prosegue il riavvicinamento tra l’Iran e le monarchie petrolifere assolute sunnite del Golfo: domani il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale della Repubblica islamica dell’Iran, Ali Shamkhani, sarà negli Emirati Arabi Uniti per ricambiare la visita in Iran dello sceicco Tahnoun bin Zayed Al Nahyan, consigliere per la sicurezza nazionale degli Emirati. Pars Today spiega che dd accompagnare Shamkhani ci saranno  alti funzionari economici, bancari e della sicurezza che discuteranno le questioni di intresse comune, regionali e internazionali. Commentando l'accordo tra Iran e Arabia Saudita per riprendere le relazioni diplomatiche Il portavoce del governo iraniano, Ali Bahadori Jahromi, ha detto che «La soluzione alle questioni regionali e globali non viene dall'Occidente. Questo evento e il rilancio delle relazioni tra i due Paesi hanno dimostrato che la soluzione delle questioni regionali e globali non passa per la rotta occidentale. La politica estera del 13esimo governo iraniano è stata quella di sviluppare relazioni di vicinato e dare priorità alla politica di diplomazia regionale, e questo recente evento è stato nella stessa direzione, e anche i Paesi della regione hanno accolto con favore il rilancio delle relazioni tra Iran e Arabia Saudita». L'articolo L’Arabia Saudita minaccia l’embargo petrolifero in caso di prezzo massimo alle esportazioni di petrolio sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Post terremoto in Siria e Turchia, Unhcr: livelli di privazione e disperazione mai visti

Il terremoto che ha devastato il sud della Turchia e il nord della Siria è già scomparso dai telegiornali, ma nei due Paesi, il terremoto ha causato la morte di 54.000 persone e provocato distruzioni enormi in un’area abitata da oltre 23 milioni di persone, molte delle quali, durante 12 anni di guerra civile/internazionale, erano già state costrette a fuggire, sia all’interno della Siria sia oltre confine entrando in Turchia come rifugiati. Sono gli stessi che cercano di attraversare l’Egeo e lo Ionio in tempesta e che vanno a schiantarsi e a morire in spiagge come quella di Cutro. A cercare di riportare il dramma turco-siriano sotto i riflettori dell’attenzione mediatica ci ha provato l’Alto Commissario Onu per i Rifugiati, Filippo Grandi, che ha appena concluso una visita di 5 giorni nelle aree devastate dal terremoto, incontrando sopravvissuti, persone che hanno subito danni e operatori umanitari impegnati sul campo per garantire sostegno immediato alla popolazione colpita. Grandi ha commentato: «Il livello di distruzione e devastazione è scioccante e, in molte aree, lo scenario è apocalittico. A causa di quest’evento tragico e terribile, milioni di persone hanno subito perdite, ferite e traumi, e molte altre sono state costrette a fuggire». Il capo dell’UNHCR ha sottolineato che «Le esigenze rilevate sul campo in entrambi i Paesi sono di elevata criticità ed è pertanto necessario assicurare maggiori risorse alle attività di risposta. Pur essendo di fondamentale importanza concepire e supportare misure a più lungo termine, è necessario garantire sempre più  aiuti umanitari e risorse utili ad avviare una prima fase di ripresa, affinché le persone possano iniziare a ricostruire la propria vita e a sostentarsi. In Turchia, l’Alto Commissario ha incontrato famiglie turche e siriane che hanno perduto tutto a causa del terremoto e che, ora, insieme ad altre migliaia di persone, sono accolte in un campo di alloggi container. In Siria, Grandi ha incontrato famiglie accolte all’interno di alloggi collettivi e che erano già state costrette a fuggire in più occasioni, prima dal conflitto che ha dilaniato il Paese e ora a causa del terremoto. L’UNHCR sottolinea che «La tragica condizione di queste persone chiarisce le enormi difficoltà causate da dodici anni di conflitto ai danni del popolo siriano e le distruzioni arrecate alle infrastrutture del Paese, quali servizi essenziali come l’approvvigionamento idrico e l’erogazione di corrente elettrica. Oltre il 90 per cento delle persone in Siria oggi vive al di sotto della soglia di povertà». Grandi aggiunge: «Torno in Siria regolarmente da quasi 20 anni e, ovunque io sia stato, non ho mai assistito prima d’ora a questi livelli di privazione e disperazione. È inconcepibile che così tante persone siano state lasciate con così poco per così tanto tempo. E’ necessario assicurare loro tutto il sostegno a cui hanno diritto. Per noi, oggi, costituisce un imperativo umanitario intensificare le attività di assistenza e avviare la prima fase di ripresa in tutto il Paese. E’ di fondamentale importanza arrivare a tutti coloro che necessitano assistenza, ovunque si trovino». L’Onu ha chiesto 1 miliardo di dollari per finanziare le attività di risposta umanitaria agli effetti del terremoto in Turchia e quasi 400 milioni di dollari per la Siria. Nell’ambito dei piani di risposta, la parte dell’UNHCR è pari a 201 milioni. L’appello dell’Onu è attualmente finanziato solamente al 12% per la Turchia e al 59% per la Siria. Passata l’emozione, spentisi i riflettori delle televisioni, ci stiamo scordando di milioni di persone che rischiano di andare a ingrossare le folle dei profughi che cerrcano s di scappare in Europa o quelle di chi, di fronte alla disperazione, va a rimpinguare le fila delle milizie jihadiste. Intanto, la Commissione internazionale indipendente d'inchiesta dell’Onu sulla Siria ha denunciato la lentezza degli aiuti umanitari dopo il terremoto e ha chiesto l'apertura di un'inchiesta. Secondo i tre inquirenti Onu, «La risposta ai recenti massicci terremoti è stata caratterizzata da ulteriori fallimenti che hanno ostacolato la consegna di aiuti urgenti e salvavita alla Siria nordoccidentale. Questi fallimenti hanno coinvolto il governo e le altre parti in conflitto, così come la comunità internazionale e le Nazioni Unite». La Commissione rimprovera ai vari attori di «Non essere riusciti a garantire un cessate il fuoco che avrebbe facilitato l'erogazione degli aiuti durante la prima settimana successiva al disastro. I siriani si sono sentiti abbandonati e trascurati da coloro che avrebbero dovuto proteggerli, nei loro momenti più disperati». Il presidente della Commissione, Paulo Pinheiro, ha ricordato che «Molte voci si sono giustamente alzate per chiedere che si svolga un'indagine e che i responsabili siano ritenuti responsabili. I siriani hanno ora bisogno di un cessate il fuoco completo e pienamente rispettato, in modo che i civili, inclusi gli operatori umanitari, siano al sicuro», Intere comunità sono state distrutte e l’Onu stima che nella parte siriana dell'area colpita dal terremoto «Circa 5 milioni di persone abbiano bisogno di un riparo di base e di assistenza non alimentare. Anche prima dei terremoti del 6 febbraio, più di 15 milioni di siriani - più che mai dall'inizio del conflitto - avevano bisogno di aiuti umanitari». Pinheiro denuncia che «Incomprensibilmente, a causa della crudeltà e del cinismo delle parti in conflitto, stiamo ora indagando su nuovi attacchi, anche in aree devastate dai terremoti. Questi includono l'attacco israeliano segnalato la scorsa settimana all'aeroporto internazionale di Aleppo, un punto di passaggio per gli aiuti umanitari». Inoltre, gli investigatori Onu hanno denunciato che «Subito dopo il terremoto, il governo siriano ha impiegato un'intera settimana per consentire l'accesso transfrontaliero di aiuti vitali. Sia il governo che la Syrian National Army (SNA, milizie antigiovernative jihadiste filoturche, ndr) hanno bloccato gli aiuti transfrontalieri alle comunità colpite, mentre Hayat Tahrir al Sham (HTS - al-Qaeda in Siria, ndr) nella Siria nordoccidentale ha rifiutato gli aiuti transfrontalieri provenientida Damasco». Una dei commissari, Hanny Megally, ha detto che «Attualmente stiamo indagando su diverse accuse secondo cui le parti in conflitto avrebbero deliberatamente ostacolato l'assistenza umanitaria alle comunità colpite». Il rapporto della Commissione, preparato prima dei devastanti terremoti, fornisce una sintesi delle violazioni e degli abusi commessi contro i civili in Siria e sottolinea che «In generale, le parti in conflitto in Siria hanno commesso diffuse violazioni e abusi dei diritti umani nei mesi che hanno preceduto i terremoti più devastanti della regione in più di un secolo, continuando un modello decennale di fallimenti nella protezione dei civili siriani». Nelle aree controllate dal governo sirialo, la Commissione ha riscontrato «Una crescente insicurezza a Dara'a, Suwayda' e Hama, oltre a continui arresti arbitrari, torture, maltrattamenti e sparizioni forzate.  Nel nord-ovest del Paese, i civili che vivono nelle zone colpite dal terremoto sono stati particolarmente esposti ad attacchi mortali nei mesi scorsi. A novembre, in un unico attacco indiscriminato, le forze governative hanno usato munizioni a grappolo per colpire campi di sfollati densamente popolati nel governatorato di Idlib, uccidendo 7 civili e ferendone almeno altri 60.  Ad agosto, un altro attacco indiscriminato ha ucciso 16 civili e ne ha feriti 29 all'interno e nei dintorni di un affollato mercato di Al-Bab, a nord-est di Aleppo. Queste atrocità fanno parte di un modello consolidato di attacchi indiscriminati, che possono costituire crimini di Guerra». Per I 3 commissari, nel nord-est della Siria, le Sirian Democratic Forces (SDF) a guida curda «Continuano a detenere illegalmente 56.000 persone, per lo più donne e bambini, sospettate di avere legami familiari con i combattenti di Daesh (Stato Islamico, ndr), nei campi di Al-Hawl e Roj, dove le condizioni continuano a peggiorare. La Commissione ha ragionevoli motivi per ritenere che le sofferenze inflitte a queste persone possano essere assimilate al crimine di guerra di lesione della dignità della persona, e chiede che vengano accelerati i rimpatri». La Commissione presenterà la sua relazione al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite il 21 marzo a Ginevra. L'articolo Post terremoto in Siria e Turchia, Unhcr: livelli di privazione e disperazione mai visti sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

La Russia esporta diesel in Arabia Saudita. Profitti record per Aramco

Secondo la Reuters, l'Arabia Saudita ha aumentato le importazioni di diesel russo sia tramite trasferimenti diretti che da nave a nave (STS). La monarchia assoluta del Golfo ha ricevuto a febbraio le prime 190.000 tonnellate di carburante russo nei porti di Ras Tanura e Jeddah e la Russia ha iniziato a esportare gasolio verso il suo alleato dell’OPEC+ dopo che il 5 febbraio è entrato in vigore l'embargo dell'Unione europea e del G7 sulle importazioni via mare di prodotti raffinati russi. Peccato che l’Arabia saudita sia (era?) anche un alleato di ferro degli americani e degli europei. Oggi i giornali russi, a cominciare dalla putiniana RT, confermano che, come mostrano i dati di spedizione di Refinitiv «Due carichi con un totale di 99.000 tonnellate di gasolio sono stati caricati nel porto di Primorsk sul Mar Baltico in Russia e sono stati trasferiti nave a nave su un'altra nave cisterna diretta al porto di Ras Tanura in Arabia Saudita».  E, sempre secondo Refinitiv, un altro carico che trasportava 30.000 tonnellate di gasolio è salpato dal porto russo di Tuapse sul Mar Nero e anche questa spedizione ha utilizzato la tecnica del trasbordo da nave a nave vicino al porto greco di Kalamata per trasferire il gasolio a un'altra petroliera che aveva già scaricato il carburante nel porto di Jizan in Arabia Saudita. Refinitiv spiega che «I trasferimenti STS aiutano ad accorciare le rotte costose per le petroliere dirette in Africa, Asia e altre destinazioni». Mentre l?Unione europea ha introdotto limiti di prezzo e restrizioni sulle importazioni di carburante russo, Mosca ha diversificato con successo le sue spedizioni, con Cina, India, Türchia e altri Paesi che hanno aumentato gli acquisti del suo petrolio e dei suoi prodotti petroliferi. Insomma, il gasolio russo che abbiamo bloccato alla porta potrebbe rientrarci dalla finestra e l’Arabia saudita e altri Paesi “amici” dell’Occidente riesporteranno il diesel russo facendocelo pagare di più. Il tutto mentre nel 2022 il gigante petrolifero saudita Saudi Aramco ha registrato guadagni record grazie all'aumento dei prezzi del greggio provocato dalla guerra in Ucraina. La compagnia petrolifera saudita ha rivelato che i suoi profitti sono saliti a 161 miliardi di dollari, con un aumento del 46% rispetto ai 110 miliardi di dollari realizzati nel 2021 e che sono i più alti mai registrati: «I guadagni record sono stati sostenuti da prezzi del petrolio greggio più elevati, maggiori volumi venduti e margini migliorati per i prodotti raffinati». Fra questi c’è probabilmente anche il gasolio russo comprato a basso prezzo e ri-esportato. E, fregandosene del cambiamento climatico e dei tagli alle emissioni, Aramco ha annunciato che la sua produzione di greggio nel 2022 è stata di circa 11,5 milioni di barili al giorno e che intende raggiungere gradualmente i 13 milioni di barili al giorno entro il 2027. Per farlo prevede di investire circa 55 miliardi di dollari quest'anno, Il CEO di Aramco, Amin H. Nasser, ha dichiarato: «Dato che prevediamo che petrolio e gas rimarranno essenziali per il prossimo futuro, i rischi di investimenti insufficienti nel nostro settore sono reali, incluso il contributo all'aumento dei prezzi dell'energia. Per sfruttare i nostri vantaggi unici su larga scala ed essere parte della soluzione globale, Aramco ha intrapreso il più grande programma di spesa in conto capitale della sua storia». Intanto ieri Bloomberg ha scritto che l'India ha annunciato che aderirà alle sanzioni occidentali introdotte contro Mosca e che sosterrà il limite dei prezzi del petrolio russo fissati a 60 dollari al barile da Ue, G7 e Australia, Il governo di destra induista di New Dehli avrebbe esortato banche e commercianti a rispettare questo regolamento. Ma finora l’India non ha annunciato  pubblicamente che aderirà alle sanzioni anti-russe. Finora, la realtà è che le raffinerie cinesi sono in competizione con quelle indiane per comprare i volumi di aprile di petrolio ESPO russo a basso contenuto di zolfo trasportato via mare e la Cina e l'India sono diventate i principali acquirenti di greggio russo. La Cina, che acquista l'intero volume del greggio ESPO spedito dal porto di Kozmino nel Pacifico, a marzo dovrebbe importare volumi record di petrolio russo. Per aprile, le raffinerie di Reliance Industries e Nayara Energy dovrebbero comprare almeno 5 dei circa 33 carichi carichi di greggio ESPO approfittando dei loro prezzi bassi. A marzi gli indiani avevano comprato un solo carico, il primo del 2023 dopo i tre carichi acquistati nel novembre 2022. I prezzi per il greggio ESPO russo per aprile in India erano di circa 5 dollari al barile al di sotto delle quotazioni di Dubai. L'aumento della domanda ha addirittura spinto i prezzi dell’ESPO russo acquistata dalle raffinerie indiane al di sopra del tetto massimo di 60 dollari al barile fissato dal G7 per il greggio navale russo. Anche la Cina ha anche acquistato ESPO al di sopra del livello del prezzo massimo. Per ridurre l'esposizione al rischio, gli importatori di petrolio russo stanno utilizzando valute diverse dal dollaro per liquidare alcuni carichi di geggio russo e stanno anche chiedendo ai venditori di gestire la spedizione e la copertura assicurativa. La concorrenza dell’India con la Cina ha ridotto gli sconti per le spedizioni ESPO di aprile a circa 6,80 dolari al barile rispetto alla base ICE Brent DES di giugno per la Cina settentrionale, rispeeto agli 8,50  dollari al barile dei carichi di marzo. Il greggio di Murban di qualità simile all’ESPO russo e proveniente da Abu Dhabi è stato scambiato con un premio di circa 3,30 dollari al barile rispetto alle quotazioni di Dubai su base franco bordo, mentre il greggio di Murban caricato ad aprile è di circa 9 dollari al barile più costoso dell’ESPO consegnato dai russi alla Cina e all’India . A marzo, le spedizioni di petrolio russo in Cina dovrebbero raggiungere il massimo storico di quasi 43 milioni di barili, inclusi almeno 20 milioni di barili di ESPO. Secondo quanto riportato da The Hindu, a febbraio, le esportazioni di petrolio russo verso l'India, il terzo importatore di greggio al mondo dopo Cina e Stati Uniti, erano salite a un record di 1,62 milioni di barili al giorno (bpd) e Vortexa, che traccia le rotte delle petroliere, dice che le cifre suggeriscono che per il quinto mese consecutivo la Russia è stata il  più grande fornitore di greggio dell'India, con un più 28% su base mensile, superando le consegne combinate dall'Iraq e dall'Arabia Saudita, i principali fornitori dell'India per decenni. Le importazioni dall'Arabia Saudita sono diminuite del 16% su base mensile a 647.800 barili al giorno, mentre le consegne dall'Iraq sono ammontate a circa 939.900 barili al giorno. La Russia ora fornisce il 35% di tutte le importazioni di petrolio dell'India, un aumento significativo rispetto alla sua quota di meno dell'1% del mercato energetico indiano nel 2021. detto Serena Huang,  capo analisi Asia-Pacifico di Vortexa conferma: «Le raffinerie indiane stanno beneficiando di un aumento dei margini di raffinazione grazie alla lavorazione del greggio russo scontato... È probabile che l'appetito delle raffinerie per le importazioni di barili russi rimanga robusto fintanto che l'economia sarà favorevole e saranno disponibili servizi finanziari e logistici a supporto del commercio». L'articolo La Russia esporta diesel in Arabia Saudita. Profitti record per Aramco sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

A 12 anni dal disastro nucleare di Fukusmina Daiichi la dismissione della centrale è al palo

A 12 anni dal disastro nucleare di Fukushima Daiichi, la situazione dello smantellamento della centrale procede in maniera molto più lenta di quanto promesso dai vari governi giapponesi succedutisi dopo la tragedia dell’11 marzo 2011. Nel 2020 la Tokyo Electric Power Company (Tepco) aveva stimato in 1,37 trilioni di yen (12,6 miliardi di dollari) il costo spalmato tra il 2020 e il 2031 per rimuovere il combustibile nucleare fuso dai reattori della centrale nucleare numero 1 di Fukushima. Una cifra che copriva solo due dei tre esplosi. L'utility aveva già diffuso il suo piano per la disattivazione dei tre reattori, che prevedeva l'inizio della rimozione del combustibile nucleare fuso dal reattore n. 2 entro la fine del 2021, mentre la rimozione del reattore n. 3 sarebbe iniziata entro il 2031. Ma si sono rivelate previsioni molto ottimistiche: i lavori a Fukushima Daiichi procedono a rilento  e con continui rinvii. «Nei reattori nucleari n. 1, 2 e 3 dell'impianto rimangono circa 880 tonnellate di detriti di combustibile – scrive l’Asahi Shimbun - Per rimuovere i detriti di combustibile devono essere utilizzate operazioni a controllo remoto perché i livelli di radiazione negli edifici del reattore potrebbero uccidere una persona entro un'ora». Un altro fattore preoccupante della centrale nucleare di Fukushima è che le fondamenta, o il “piedistallo”, che sostengono il container a pressione del reattore n. 1 si sono talmente deteriorate che ora le barre di rinforzo sono esposte. Asahi Shimbun ricorda che «Sono state espresse preoccupazioni circa la resistenza ai terremoti del piedistallo». Tepco aveva inizialmente pianificato di iniziare a rimuovere entro la fine del 2022 i detriti di combustibile dal reattore n. 2, dove il livello di radiazioni è relativamente basso, ma nell'agosto 2022 aveva annunciato di averci rinunciato, citando ritardi nello sviluppo di un braccio robotico che potrebbe essere utilizzato per rimuovere i detriti. La compagnia elettrica, ormai fallita e tenuta in piedi dal governo, ha fissato un nuovo obiettivo per iniziare i lavori di rimozione nella seconda metà dell'anno fiscale 2023. Il governo giapponese e la Tepco mirano a completare la dismissione della centrale nucleare tra il 2041 e il 2051. Inizialmente avevano detto che sarebbe stata completata entro una decina di anni, cioè nel 2021. Come fa notare Asahi Shimbun, «Tuttavia, il primo obiettivo dell'azienda è testare il recupero di pochi grammi di detriti di carburante. Non ha ancora deciso come condurre la rimozione su larga scala. Inoltre, Tepco non ha spiegato quando inizierà a rimuovere i detriti di combustibile dai reattori n. 1 e n. 3. Un "metodo di immersione" è allo studio per rimuovere i detriti di combustibile dal reattore nucleare n. 3, ma non è ancora chiaro se verrà implementato. Con il metodo dell'immersione, i lavoratori coprirebbero l'edificio che ospita il reattore n. 3 con una struttura metallica, riempirebbero l'interno della struttura con acqua per sommergere il reattore, quindi rimuoverebbero i detriti di combustibile dalla parte superiore dell'edificio». Creando però così un’ulteriore e ingestibile quantità di acqua molto più radioattiva di quella che si vuole scaricare in mare facendo arrabbiare cinesi e sudcoreani. E il ministero degli esteri cinese ha denunciato nuovamente il piano giapponese per scaricare nell'oceano pacifico le acque reflue radioattive del cadavere della centrale nucleare. Mentre la Tepco insiste sul fatto che il rilascio è sicuro, Pechino – come Seoul -  vuole che Tokyo chieda il permesso ai Paesi circostanti prima di procedere. Il 10 marzo, alla vigilia dell’anniversario della tragedia nucleare di Fukushima Daiichi, la portavoce del ministero degli esteri cinese Mao Ning, ha detto che «Il piano giapponese è estremamente irresponsabile. Lo smaltimento dell'acqua contaminata dal nucleare di Fukushima ha un impatto sull'ambiente marino globale e sulla salute pubblica. Questo non è un affare interno del Giappone. Il Giappone non deve iniziare a scaricare l'acqua contaminata dal nucleare nell'oceano prima di raggiungere un consenso attraverso la piena consultazione con i paesi vicini e altre parti interessate, nonché le agenzie internazionali competenti». La centrale nucleare di Fukushima Daiichi è stata distrutta dall’esplosione di tre dei suoi reattori dopo il terremoto/tsunami dell'11 marzo 201, negli anni successivi, pur investendo enormi quantità di denaro, la Tepco non è riuscita a rispettare il cronoprogramma di bonifica e ha pompato acqua nei detriti del combustibile radioattivo per impedirne il surriscaldamento. Un processo che genera ogni giorno circa 100 tonnellate di acque reflue, che la Tepco ha stoccato e trattato in più di 1.000 vasche di cemento realizzate intorno alla centrale. Tepco sostiene che il processo di trattamento rimuove dall'acqua quasi tutte le sostanze radioattive e, visto che lo spazio nei serbatoi si sta esaurendo, a gennaio il governo giapponese ha confermato che avrebbe iniziato a svuotare i serbatoi in mare in primavera o in estate. Il disastro di Fukushima aveva spinto il governo giapponese a iniziare a eliminare gradualmente l'energia nucleare a favore delle rinnovabili e del gas. Circa il 10% delle importazioni di gas provenivano dalla Russia ma, con adesione di Tokyo alle sanzioni contro Mosca, il primo ministro liberaldemocratico giapponese Fumio Kishida nel 2022 ha che il Giappone avrebbe riavviato i reattori chiusi e costruito nuove centrali nucleari. L'articolo A 12 anni dal disastro nucleare di Fukusmina Daiichi la dismissione della centrale è al palo sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

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