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Le rinnovabili italiane offrono 540mila nuovi posti di lavoro, ma la formazione arranca
Ad oggi in Italia si contano circa 3,1 milioni di green job o posti di lavoro “verdi”, un dato che è destinato a registrare una robusta crescita nel corso dei prossimi anni: solo nel comparto elettrico al 2030 si attendono 540mila nuovi posti di lavoro nell’ambito delle rinnovabili, come ricordato da Elettricità futura – la principale associazione confindustriale di settore – a Firenze nel corso di Didacta, la più importante Fiera sull’innovazione del mondo della scuola.
«Il Piano 2030 del settore elettrico prevede di creare 540.000 nuovi posti di lavoro in Italia, opportunità di occupazione che permetteranno alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi di realizzarsi contribuendo a rendere il nostro Paese più indipendente, sicuro e sostenibile dal punto di vista energetico», spiega il presidente di Elettricità futura, Agostino Re Rebaudengo.
Un’evoluzione nel mondo del lavoro che richiama all’esigenza di un’analoga transizione nel mondo della formazione. Alcuni esempi d’eccellenza sono già in campo, come messo in evidenza proprio a Didacta dal workshop Green jobs nel settore elettrico: insegnare la transizione energetica, orientarsi verso nuove opportunità di lavoro, dove Alda Paola Baldi – Head of procurement Italy di Enel – ha parlato di #EnergiePerLaScuola, il programma lanciato da Enel per rispondere alla richiesta del settore energetico di nuove professionalità altamente specializzate.
La prima edizione del programma (nel 2021/2022) ha interessato 11 scuole, 8 aziende dell’indotto e coinvolto circa 100 studenti. Attualmente è in corso la seconda edizione, con oltre 60 scuole e più di 500 studenti coinvolti sul territorio nazionale. Si tratta di un progetto formativo che si aggiunge ad altre iniziative già avviate da Enel, come “Energie per crescere”, lanciato nel 2022 in collaborazione con Elis per formare 5.500 nuovi operatori delle reti smart e che ha recentemente bissato per formare entro il 2025 altri 2mila nuovi professionisti della transizione energetica.
«Il mondo della formazione – aggiunge Re Rebaudengo – ha un ruolo fondamentale per orientare gli studenti verso i green jobs. Oggi tra le imprese che assumono e gli studenti che escono dalla scuola, dalle università, dagli istituti tecnici c’è un gap di competenze e capacità, e non solo. Manca quell’infrastruttura di collegamento che dalla formazione assicuri un passaggio rapido e mirato al mondo del lavoro, un ponte da costruire quando ancora i ragazzi stanno studiando. Invito i decisori del mondo dell’istruzione, i responsabili dei piani didattici, le case editrici, gli autori dei libri di testo a lavorare in sinergia con Elettricità futura, nel comune intento di sviluppare una visione integrata dell’istruzione e del lavoro e creare un ponte efficace tra l’offerta e la domanda di green jobs».
Un approccio formativo di questo stampo permetterebbe anche di superare più agevolmente alcuni limiti culturali che ancora frenano il Paese nella corsa alle fonti rinnovabili: «Molti dei pregiudizi sull’impatto delle rinnovabili – argomentano nel merito dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, guidata dall’ex ministro dell’Ambiente Edo Ronchi – nascono spesso da una interpretazione errata della tutela ambientale, che viene intesa principalmente come salvaguardia integrale del paesaggio. Pensando agli impatti sull’ambiente delle fonti rinnovabili, tuttavia, bisognerebbe soprattutto ricordare che la crisi climatica oggi rappresenta la più grave minaccia ambientale e che le rinnovabili sono le nostre più preziose alleate per combatterla».
Per chiarire questo approccio, basti un esempio su tutti: «Prendiamo la peggiore delle ipotesi possibili, ossia – continuano dalla Fondazione – di produrre tutta l’elettricità che ci servirà da qui ai prossimi 20 o 30 anni, quando a causa dell’elettrificazione degli usi finali ne consumeremo molto più di adesso, unicamente con pannelli fotovoltaici e pale eoliche. A questi impianti dovremmo dedicare circa 200 mila ettari di superficie, ossia lo 0,7% del territorio nazionale. Non si tratta certamente di un valore trascurabile, ma non sembra neanche essere una superficie tale da compromettere in maniera irreversibile il paesaggio, se ben gestita. Analogamente, non sembra neanche essere una superficie tale da incidere negativamente, come affermano alcuni, sulla produzione alimentare: per avere un paragone, i terreni agricoli sono pari a oltre 16 milioni di ettari, circa la metà della superficie nazionale, di cui quasi 4 oggi attualmente inutilizzati».
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Il Congresso Usa boccia il ritiro delle truppe dalla Siria. Respinta la richiesta del repubblicano Matt Gaetz
La Camera dei rappresentanti statunitense ha bocciato un disegno di legge presentato dal repubblicano Matt Gaetz che chiedeva di ritirare tutte le truppe americane dalla Siria, optando per continuare un intervento militare che dura da anni contro il governo di Damasco, che ha sempre respinto la presenza armata Usa sul suo territorio come illegale. Una spedizione che si è progressivamente trasformata da coalizione anti siriana-russa in anti Stato Islamico/Daesh (ISIS) con l’alleanza con le milizie kurde che poi non sono però state difese quando la Turchia ha invaso vaste aree dell Siria settentrionale sotto controllo kurdo.
Anche se 56 democratici si sono uniti a 47 repubblicani per sostenere il disegno di legge di Gaetz ufficialmente sostenuto dal partito Repubblicano, la risoluzione sui poteri di guerra in Siria e è stata bocciata da un altro fronte bipartisan ed è finita con 321 no e soli 103 sì.
Il disegno di legge presentato da Gaetz a gennaio avrebbe ordinato al presidente Joe Biden di ritirare entro 6 mesi i 900 soldati statunitensi ancora ufficialmente schierati in Siria, sostenendo che il Congresso non ha mai autorizzato qell’azione militare.
Gaetz non ha preso bene il risultato del voto e ha criticato sia i repubblicani che i democratici e ha dipinto un quadro della sir tuazione siriano con argomentazioni per le quali – e per molto meno . in Italia si potrebbe essere tacciati di propaganda comunista, ma Gaetz è un iperconservatore anticomunista della Florida.
Nel suo intervento al Congresso, il parlamengtare repubblicano haz ricordato che «Gran parte della discussione odierna ruota intorno al fatto che il ritiro dalla Siria possa o meno innescare un nuovo califfato dell'ISIS. Abbiamo sottolineato più e più volte i rapporti dell'Inspector General che affermano che ciò è improbabile, ma non sono del tutto sicuro che avere truppe in Siria scoraggi l'ISIS più di quanto non sia in realtà uno strumento di reclutamento per l'ISIS. Inoltre, il presidente Trump ha affermato che se la Russia volesse uccidere l'ISIS, dovremmo permetterglielo, e penso che ci sia saggezza in questo. Sia Assad che la Turchia sono oggi in posizioni più forti per esercitare una pressione sull'ISIS, e forse se non ci fossero date armi alle persone che sparano ad Assad, Assad avrebbe tutti gli incentivi per essere in grado di coinvolgere l'ISIS in modo da garantire che non torni». Insomma, Gaetz
Propone di fatto un tacito accordo tra regime siriano, Russia e Turchia per far fuori quel che resta dello Stato Islamico Daesh, liberando gli Usa da questa incombenza. Ma non basta, il deputato del GOP ha girato il coltello nella piaga delle disavventure diplomatiche e militari statunitensi in Medio Oriente: «Dobbiamo anche riconoscere che la Siria e l'Iraq sono i due Paesi del pianeta Terra in cui abbiamo fatto di più per finanziare l'ISIS. Diamo armi a questi cosiddetti ribelli moderati, che in realtà pensavo fosse un ossimoro, e si scopre che non sono così moderati. A volte i ribelli che finanziamo per andare a combattere Assad si rivoltano e alzano la bandiera dell'ISIS. E quindi è abbastanza sciocco dire che dobbiamo ritirarci per fermare l'ISIS quando è la nostra stessa presenza in Siria in alcuni casi che è stata il miglior regalo per l'ISIS. Ci sono gruppi come Al-Nusra e entità associate che sono come i nostri fans quando sono in Siria, e poi attraversano il confine con l'Iraq e diventano jihadisti a tutti gli effetti che si presentano come una cosiddetta minaccia per la patria. Ci sono 1.500 gruppi diversi in Siria. Quindi l'amico di oggi è l'ISIS di domani. Non c'è una vera definizione chiara di cosa significhi la "sconfitta duratura dell'ISIS". Ad esempio, dobbiamo tenere 900 americani in Siria fino a quando batterà il cuore dell'ultima persona che nutre simpatia per l'ISIS? Sicuramente spero di no. Significherebbe che dovremmo essere lì per sempre».
Poi, un po’ semplificando alla maniera di Trump, Gaetz ha fatto un quadro della situazione attuale: «Israele ha stretto un accordo con la Russia per essere protetto. I kurdi hanno fatto pace con Assad per essere protetti. Quello che vediamo in questo pantano è che in realtà in Siria non c'è un ruolo per gli Stati Uniti d'America. Non siamo una potenza mediorientale. Abbiamo cercato più e più volte di costruire una democrazia con la sabbia, il sangue e le milizie arabe, e più e più volte il lavoro che svolgiamo non riduce il caos. Spesso provoca il caos, lo stesso caos che successivamente porta al terrorismo. I miei colleghi, i componenti del mio staff che hanno prestato servizio in Siria, i miei elettori mi dicono che spesso questi raid anti-ISIS sono solo raid di teppisti locali e spacciatori di droga che hanno qualche cugino che è nell'ISIS, e non è giusto mettere a rischio gli americani. Spesso i nostri americani sorvegliano quei giacimenti petroliferi, dove gli iraniani inviano droni kamikaze. E sono scioccato dal fatto che non abbiamo avuto un'escalation di incidenti o anche più vittime tra i nostri militari statunitensi. E quindi se questo è tutto un grande esame di saggio della Georgetown School of Foreign Service sulla grande competizione per il potere in Siria, andate a dirlo ai genitori degli americani che stanotte devono dormire in Siria, che devono proteggere i giacimenti petroliferi con i droni iraniani in arrivo su di loro, che tutto questo è necessario per preservare l'equilibrio del potere. Questo non è vero. I kurdi hanno l'opportunità di spianare la strada. Pavimentiamogliela».
Il riferimento al furto di petrolio fa riecheggiare nell’aula del Congeresso Usa addirittura l’accusa di banditismo fatta Il 18 gennaio, durante una conferenza stampa, dal portavoce del ministero degli esteri di Pechino Wang Wenbin: «Siamo colpiti dalla sfacciataggine e dall'enormità del saccheggio della Siria da parte degli Stati Uniti... Tale banditismo sta aggravando la crisi energetica e il disastro umanitario in Siria». Poi, citando le statistiche del governo siriano di Bashir al-Assad, ha sottolineato che «Nella prima metà del 2022, oltre l'80% della produzione giornaliera di petrolio della Siria è stata contrabbandata fuori dal Paese dalle truppe di occupazione statunitensi. Sia che gli Stati Uniti diano o tolgano, fanno precipitare altri paesi nel tumulto e nel disastro, e gli Stati Uniti possono raccogliere i frutti della loro egemonia e di altri loro interessi. Questo è il risultato del cosiddetto “ordine basato sulle regole” degli Stati Uniti. Il diritto alla vita del popolo siriano viene spietatamente calpestato dagli Stati Uniti. Con poco petrolio e cibo a disposizione, il popolo siriano sta lottando ancora più duramente per superare il rigido inverno. Gli Stati Uniti devono rispondere del furto di petrolio». Va anche detto che i cinesi non si sono mostrati così attenti e scandalizzati quando il petrolio siriano se lo fregavano i turchi in combutta con lo Stato Islamico/Daesh.
Il problema per Goetz è che nel 2019 era stato proprio il suo idolo Donald Trump ad annunciat re che alcuni soldati statunitensi sarebbero rimasti in Siria «Per il petrolio» e per salvaguardare le risorse energetiche. Nel 2020 alcuni rapporti hanno rivelato che l'amministrazione Trump aveva approvato un accordo tra una società energetica statunitense e le autorità kurde che controllano la Siria nord-orientale per «Sviluppare ed esportare il greggio della regione», un contratto immediatamente condannato come illegale da Damasco. Tuttavia, mentre quell’accordo è stato annullato dopo l'insediamento del presidente Joe Biden, le autorità siriane hanno continuato ad accusare Washington di saccheggio delle sue risorse sotto il controllo dei soldati statunitensi.
La consonanza con quanto detto da Goetz con le accuse di cinesi e siriani al tempo di Trump avrebbe portato ad accusare di tradimento della patria un qualsiasi attivista pacifista che avesse denunciato le stesse cose. Ma Goetz si è subito fatto perdonare dai repubblicani con il cavallo di battaglia trumpiano che piace (piaceva?) tanto anche alla destra italiana: i migranti-terroristi. «E se siamo così preoccupati per le minacce alla patria, che ne dite di concentrarci sul nostro vero punto di vulnerabilità, che non è l'emergere di qualche califfato, è il fatto che i terroristi attraversano il nostro confine meridionale su base giornaliera, settimanale, base mensile. Sembriamo molto meno preoccupati di questo, e innegabilmente dovremmo esserlo».
Il non certo accomodante j’accuse di Goetz si è concluso con un appello a repubblicani e democratici a «Sostenere questa risoluzione per riaffermare il potere del Congresso di parlare su queste questioni di guerra e pace. Così spesso, veniamo in aula e discutiamo di frivolezze. Questa è una delle cose più importanti di cui possiamo parlare: come usiamo la credibilità dei nostri camerati americani, come spendiamo il tesoro dell'America, come versiamo il sangue dei nostri più coraggiosi patrioti. Abbiamo macchiato i deserti del Medio Oriente con abbastanza sangue americano. È tempo di riportare a casa i membri che sono al nostro servizio».
Ma la proposta, che varcava un po’ troppi non detto e linee rosse invisibili, è stata bocciata sia dai “moderati” repubblicani che da quelli democratici.
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Rivolta in Georgia per la legge “russa” contro gli agenti stranieri. La presidente si schiera con i manifestanti
Il Khalkhis Dzala (Potere popolare), un movimento populista/sovranista fondato nell’agosto 2022 da 3 deputati e al quale hanno poi aderito altri 6 parlamentari dell’ala destra del partito di governo "Sogno georgiano - Georgia democratica", Il 29 dicembre 2022 ha presentato un disegno di legge che prevede la creazione di un registro per gli «agenti di influenza straniera» e che , «sarà introdotta la definizione di agente di influenza straniera» e «sarà assicurato il coinvolgimento diretto dello Stato in una serie di processi che prevedono il privilegio di persone fisiche o giuridiche con finanziamenti esteri».
Il 14 febbraio, il Khalkhis Dzala, i cui voti sono ormai necessari per la sopravvivenza del governo del premier liberal-conservatore Irakli Garibashvili, ha ottenuto da Sogno georgiano l’avvio della discussione di un disegno di legge sulle attività delle organizzazioni finanziate dall'estero che è stato subito chiamato “la legge russa” perché, come quella fatta approvare da Vladimir Putin qualche anno fa metterebbe le organizzazioni della società civile e ambientaliste in una posizione di vulnerabilità. Però, di fronte alle proteste montanti, la maggioranza di governo ha presentato due versioni del disegno di legge sugli agenti stranieri: una "georgiana" e una "americana".
La versione "georgiana" prevede che alle organizzazioni senza scopo di lucro e ai media venga affibbiato lo status di agente di influenza straniera se più del 20% delle loro entrate proveengono dall'estero e che queste organizzazioni devono sottoporsi alla registrazione obbligatoria e, se si rifiutano di farlo, saranno multate. Inoltre, il ministero della giustizia avrà il diritto di avviare un'indagine contro di loro.
La presentazione della versione “americana” suona come una beffa verso i molti oppositori che sventolano la bandiera statunitense come simbolo di libertà e anti-russo: infatti è la traduzione letterale in georgiano del Foreign Agents Registration Act (FARA) Usa approvato nel 1938 in funzione anticomunista e poi anti-nazista e che stabilisce la condizione di agente straniero non solo per i media e le organizzazioni non governative , ma anche per altre persone fisiche e giuridiche e che prevede che le le violazioni (ritardo o rifiuto della registrazione) sono soggette a sanzioni non solo amministrative, ma anche penali, con pene detentive fino a 5 anni.
Insomma, la destra georgiana ha più o meno detto: se non volete la versione "georgiana" che dite che è come la legge russa
Sud Sudan: c’è l’impunità dietro la catena di crimini di guerra orribili
Presentando il loro rapporto all’United Nations Human Rights Council (UNHRC) Andrew Clapham e Barney Afako dell’UN Commission on Human Rights in South Sudan hanno denunciato che «L'impunità è una delle principali cause delle violazioni dei diritti umani e delle crisi umanitarie in Sud Sudan, che continuano a causare immensi traumi e sofferenze ai civili del Paese».
Clapham e Afako accusano direttamente chi governa il Paese più giovane del mondo: «Gli alti funzionari pubblici e gli ufficiali militari dovrebbero essere ritenuti responsabili di crimini gravi, o non vedremo mai la fine delle gravi violazioni dei diritti umani. Gli attacchi contro i civili persistono proprio perché gli autori sono fiduciosi di godere dell'impunità».
Sulla base delle indagini condotte nel Sud Sudan e nelle regioni limitrofe per tutto il 2022, il rapporto identifica «Attacchi diffusi contro civili, violenze sessuali sistematiche contro donne e ragazze, la continua presenza di bambini nelle forze combattenti e uccisioni extragiudiziali sponsorizzate dallo Stato». I risultati della Commissione descrivono «Molteplici situazioni in cui gli attori statali sono i principali autori di gravi crimini secondo le leggi del Sud Sudan, così come secondo il diritto internazionale. Anche i membri di gruppi armati non statali sono identificati come autori di crimini violenti compiuti in varie aree di conflitto».
Clapham sottolinea che «Abbiamo documentato le violazioni dei diritti umani nel Sud Sudan per molti anni e continuiamo a essere scioccati dalle violenze in corso, comprese orribili violenze sessuali, rivolte contro i civili e perpetrate da membri delle forze armate, diverse milizie e gruppi armati. Il mese scorso abbiamo nuovamente visitato il Paese, dove abbiamo incontrato a Juba e Malakal coraggiosi sopravvissuti che hanno condiviso le loro esperienze di traumi, perdite e fame. Di fronte a cicli persistenti di violenza e insicurezza, molti ci hanno detto di essere delusi e di aver perso la speranza”.
La Commissione ha documentato «Un'operazione devastante nella contea di Leer, dove i funzionari governativi hanno ordinato alle milizie di compiere uccisioni su vasta scala, stupri sistematici e spostamenti forzati di civili in un'area considerata fedele all'opposizione». Nella contea di Tonj North, la Commissione ha rilevato che «Le forze di sicurezza hanno lanciato una campagna di violenza contro i civili quando i capi dei tre principali organi di sicurezza del governo si sono schierati nell'area».
Il rapporto descrive anche le uccisioni extragiudiziali nella contea di Mayom, durante un'operazione militare supervisionata da alti funzionari governativi e militari. I video delle uccisioni sono stati ampiamente condivisi sui social media, provocando indignazione persino in un Paese che è abituato ad atti di brutale violenza.
Afako fa notare che «E’ difficile immaginare la pace mentre gli attori statali continuano a essere coinvolti in gravi violazioni dei diritti umani. Una vera dimostrazione degli impegni dichiarati dal governo per la pace e i diritti umani comporterebbe il licenziamento dei funzionari responsabili e l'avvio di azioni penali.
Il rapporto lancia l'allarme per l'escalation della violenza nello Stato dell'Upper Nile, dove il sito di protezione dei civili delle Nazioni Unite a Malakal è stato sopraffatto da decine di migliaia di nuovi arrivi. I sopravvissuti agli attacchi hanno raccontato di essere fuggiti di villaggio in villaggio, inseguiti da uomini armati che uccidevano, stupravano e distruggevano tutto. In due eventi distinti, i civili che si erano rifugiati in campi profughi improvvisati sono stati nuovamente attaccati e gli aiuti umanitari vitali sono stati saccheggiati. «Nessuna istituzione responsabile ha adottato tempestivamente le misure necessarie per proteggerli, nonostante i rischi di attacchi fossero ben noti» hanno detto Clapham e Afako.
Nonostante tutto, i due commissari sperano ancora che «Il Sud Sudan può essere diverso e l'accordo di pace rivitalizzato del 2018 rimane il quadro per affrontare il conflitto, la repressione e la corruzione che causano immense sofferenze e minano le prospettive di pace. L'accordo traccia anche un percorso per i sudsudanesi per creare una Costituzione permanente che dovrebbe rafforzare lo stato di diritto e il rispetto dei diritti umani, gettando così le basi per la stabilità del Paese». Un Paese che sarebbe ricco di risorse - a cominciare da petrolio - ma che proprio per il possesso di queste risorse sta massacrando il suo stesso popolo, volonerosamente assistito da chi sostiene governo o oppositori per mettere le mani su quelle stesse risorse e su terreni tra i più fertili del mondo dove ora c'è solo fame e distruzione.
Infatti ritorna il pessimismo della ragione: per Afako, «La sfida per promuovere la pace e i diritti umani nel Sud Sudan è molto pesante e l'attenzione e il sostegno internazionali non devono diminuire. Nei prossimi 18 mesi sono previste elezioni politiche e costituzionali a lungo ritardate, ma lo spazio civico necessario per renderle significative è praticamente scomparso. Attivisti e giornalisti operano sotto minaccia di morte e detenzione. Chiediamo che le autorità pongano immediatamente fine alle vessazioni della società civile e proteggano lo spazio politico».
Clapham ha concluso: «Sebbene il governo abbia annunciato commissioni speciali di indagine su diverse situazioni esaminate dalla Commissione, solo uno di tali organismi sembra aver svolto indagini, non sono stati pubblicati rapporti e non si sono svolti processi penali correlati. La Commissione ha continuato a conservare le prove per consentire future azioni penali e altre misure di responsabilità».
Nicholas Haysom, rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu per il Sud Sudan dal 2021 e a capo dell’United Natios mission in South Sudan dirige anche la missione delle Nazioni Unite nel paese (UNMISS) ha parlato di fronte al Consiglio di sicurezza dell’Onu confermando il quadro terribile descritto da Clapham e Afako e poi, in un’intervista a UN News ha spiegato: «Penso che stiamo arrivando al culmine, un bivio quasi in cui ciò che viene offerto è il completamento della transizione in Sud Sudan che culmina in un Sud Sudan stabile e democratico, in o più guerra se le ruotedella transizione dovessero staccarsi, o se [i sudsudanesi] non riuscissero a raggiungere i parametri critici stabiliti nell'accordo di pace. Quel che è realmente necessario è un cambiamento di mentalità per completare questa transizione, che sia consapevole dell'importanza della collaborazione e del compromesso tra i partiti politici nell'interesse della costruzione della nazione e del progresso verso l'accordo di pace, o, in alternativa, un approccio diverso secondo cui quasi ogni aspetto della transizione è guerra, con altri mezzi, che non privilegia la dimensione dell'impegno di costruzione della nazione».
Ma Haysom non si nasconde che le sfide che ha di fronte questo Paese mai nato – che dopo l’indipendenza e stato abbandonato dagli stessi Paesi che lo avevano aiutato ad ottenerla, a partire dagli Usa – sono enormi: «In primo luogo, dobbiamo renderci conto che la transizione dovrebbe concludersi effettivamente il prossimo anno. Ma, se si guardano i compiti che devono essere svolti affinché la transizione sia completata l'anno prossimo, la maggior parte di quei compiti per quest'anno - preparazione per le elezioni, luogo di contatto un mese prima delle elezioni – dovrebbero avuto aver luogo 18 mesi o due anni prima, sia che si tratti della registrazione obbligatoria degli elettori o della delimitazione del collegio elettorale. E se rimandano quelle decisioni al 2024, non saranno in grado di recuperare il terreno necessario per raggiungere alcuni obiettivi davvero importanti».
La macchia elettorale parte da zero in un paese che deve approvare una nuova Costituzione e un nuovo contratto sociale, che stabilisca le modalità con cui possono vivere insieme in pace e armonia etnie divise da due guerre civili in un decennio. Intanto, nonostante il trattato di pace imposta soprattutto grazie all’intervento di Papa Francesco, in Sud Sudan sono attivi 5 hotspot di guerra.
Haysom affronta questa situazione con la giusta dose di crudo realismo: «Penso che dobbiamo affrontare una situazione in cui le parti saranno irremovibili nell'assicurarsi vantaggi politici, sia per quanto riguarda i finanziamenti che per quanto riguarda la monopolizzazione dei media. Penso che sarà importante per le Nazioni Unite, ma non solo per l’Onu. Questo compito è molto più grande delle Nazioni Unite e per quel che possono offrire. La comunità internazionale e la società civile devono impegnarsi a stabilire le ragionevoli aspettative di un ambiente che consenta le elezioni e il dialogo necessari per concordare una nuova costituzione».
A gennaio nella capitale del Sud Sudan Juba si è tenuta la storica Conferenza internazionale sulla leadership trasformazionale delle donne che ha chiesto di agire in una serie di aree, inclusa la loro maggiore partecipazione delle donne alla costruzione della pace, e, in occasione della Giornata internazionale delle donne, Haysom ha dichiarato: «Penso che sarà importante per le Nazioni Unite inviare messaggi, in collaborazione con altri Stati membri e altre organizzazioni, sull'importanza della partecipazione delle donne alla vita pubblica della nazione. Penso che sarà fondamentale per noi coinvolgere gli stessi gruppi di donne, perché penso che la partecipazione delle donne non sia semplicemente correlata al numero di donne al tavolo. Sicuramente premieremo che sia con le elezioni, sia nella costruzione di altri enti pubblici, venga mantenuta e confermata una quota almeno del 35%, già concordata. E fonora i dati sono misti».
Haysom ha concluso: «Penso che sia importante condividere con i sud sudanesi che è ancora possibile realizzare i parametri di riferimento e l'accordo di pace nei tempi previsti. Vorremmo comunicare la necessità di un senso di urgenza e che i ritardi causati ora avranno un effetto domino e non potranno essere recuperati se il lavoro non viene svolto. Sappiamo che il Parlamento ha chiuso per la sospensione di dicembre e non si è ancora riunito. Questo non è in linea con la nostra comprensione del punto in cui si trova attualmente il Sud Sudan, che è più vicino a un'emergenza nazionale. Vorremmo che tutte le parti politiche interessate si avvicinassero ai compiti futuri, come se fosse un'emergenza nazionale e che fossero tenuti a fare la loro parte. Sulla questione di come possiamo promuovere lo spazio politico e civico, penso che in generale vorremmo condividere con i sudsudanesi che uno degli obiettivi di questa transizione è quello di stabilire uno Stato legittimo e credibile che sia riconosciuto come autonomo e che le elezioni svolgeranno un ruolo importante per raggiungere questo obiettivo. Ma se le elezioni non saranno libere, o non eque, o non credibili, allora non daranno alcun contributo alla futura legittimità di un governo in Sud Sudan. Quindi, vorremmo aiutare i sudsudanesi a riconoscere che è nel loro interesse creare l'ambiente politico in cui possano svolgersi elezioni libere, eque e credibili».
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Arrivati i primi treni Pop in Toscana, consumano il 30% in meno di energia
Sono stati consegnati ieri alla Regione Toscana i primi 4 dei 19 treni Pop di Trenitalia, tutti attesi entro l’anno: progettati e costruiti da Alstom, i treni di questo primo lotto inizieranno a circolare sulla linea di cintura Pistoia-Prato-Firenze-Montevarchi.
«È un altro passo avanti verso la mobilità sostenibile, ma soprattutto aumentando l’offerta di trasporto pubblico, in questo caso su treno, possiamo auspicare che la scelta del trasporto pubblico possa finalmente prevalere rispetto all’uso del mezzo privato», ha dichiarato il presidente Eugenio Giani, ribadendo al contempo «l’importanza dell’interscambio con la bicicletta».
Tecnologicamente avanzati ed ecologici, i nuovi Pop a 4 carrozze consentono di far viaggiare 500 persone con oltre 300 posti a sedere, ma i posti per le bici (con possibilità di ricarica per quelle elettriche) sono solo 12. In compenso, i treni Pop permettono di ridurre del 30% i consumi energetici rispetto ai treni precedi, oltre ad essere mezzi realizzati con materiali che per il 95% potranno essere riciclati.
Soddisfatto l’assessore ai trasporti Stefano Baccelli: «Cento nuovi treni, non solo Pop, ma anche Rock e Blues. Questo abbatterà non solo l’età media della flotta della Regione Toscana, ma darà un servizio più efficiente, confortevole , ambientalmente più sostenibile. Il treno Pop di nuova generazione consuma il 30% in meno di energia. E poi contribuisce a sviluppare l'intermodalità a cui teniamo molto. Un impegno che stiamo portando avanti con Rfi per valorizzare le stazioni ferroviarie nel senso dell’intermodalità bici, bus, auto private».
Nello specifico, il Contratto di servizio siglato con la Regione Toscana per il periodo 2019-2034 prevede l’arrivo in regione di nuovi 100 treni tra Rock, Pop e Blues.
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A Pantelleria installato Iswec: energia dal moto ondoso per fornire elettricità rinnovabile all’isola
L’energia da moto ondoso è una delle principali forme di energia rinnovabile attualmente meno valorizzate. Basti pensare che il 70% della superficie terrestre è ricoperta da acqua (di cui il 97% costituito da mare e oceani). In particolare, la potenza sviluppabile dalle onde del mare corrisponde a circa 2 terawatt a livello globale, corrispondenti a circa 18 mila terawattora all’anno, pari a quasi la domanda annuale di elettricità del pianeta. Inoltre, l’energia delle onde del mare è più prevedibile, continua e di maggiore densità energetica rispetto a quella del sole e del vento, essendo disponibile sia di giorno che di notte. In questo contesto di ricerca su come sfruttare l’energia del mare, Eni ha annunciato di aver completato, a circa 800 metri dalla costa dell’isola di Pantelleria, l’installazione del primo Inertial Sea Wave Energy Converter (ISWEC) al mondo collegato alla rete elettrica dell’isola che «Potrà raggiungere i 260 kW di picco di produzione di energia elettrica da moto ondoso. La campagna sperimentale, condotta in reali condizioni di esercizio, porterà a risultati utili per lo sviluppo dei dispositivi di seconda generazione già in fase di studio».
La tecnologia ISWEC, che è parte del piano di decarbonizzazione di Eni, è stata citata dalla Commissione europea nella sua strategia per le energie rinnovabili offshore come esempio chiave di convertitore di energia da onde. L’installazione di ISWEC a Pantelleria è il primo passo verso la decarbonizzazione dell’isola, in linea con l’agenda di transizione energetica.
Sviluppata da Eni in collaborazione con il Politecnico di Torino e Wave for Energy s.r.l. (spinoff dello stesso ateneo), ISWEC è una tecnologia innovativa nell’ambito delle soluzioni per la produzione di energia rinnovabile offshore capace di convertire il moto delle onde in elettricità. Al Politecnico di Torino spigano che «Si tratta di un dispositivo altamente tecnologico in grado di fornire energia a infrastrutture offshore, isole minori off-grid e comunità costiere. Il design di ISWEC è in grado di adattarsi alle condizioni meteomarine tipiche del sito di installazione, mediante un algoritmo genetico che sfrutta l'elevata potenza di calcolo disponibile presso l’Eni Green Data Center (GDC) di Ferrera Erbognone. La macchina consiste in uno scafo in acciaio, di dimensioni 8x15m che ospita Il sistema di conversione dell’energia, costituito da due unità giroscopiche dipiù di 2 m di diametro ciascuna. Il dispositivo è mantenuto in posizione, in un fondale di 35 m, da uno speciale ormeggio di tipo autoallineante in base alle condizioni meteo-marine, composto da tre linee di ormeggio e uno swivel (giunto rotante) mentre l’energia elettrica prodotta è portata a terra mediante un cavo elettrico sottomarino».
Un ulteriore vantaggio di questa tecnologia è la notevole riduzione dell'impatto paesaggistico: il dispositivo emerge solamente per circa 1 metro sopra il livello dell’acqua. Inoltre, ISWEC si può integrare perfettamente con altre soluzioni di produzione di energia rinnovabile in ambito offshore, come ad esempio l’eolico, in termini sia di valorizzazione dei sistemi di connessione alla rete elettrica sia di integrazione all’interno di un’area di mare, massimizzando la conversione di energia disponibile.
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Politica
Processo Ambiente svenduto bis, 21 a processo: c’è anche Nichi Vendola. Il gup dispone sequestro preventivo per 675mila euro
Il processo Ambiente svenduto riparte da Potenza. Il giudice per l’udienza preliminare Francesco Valente ha disposto il rinvio a giudizio di 21 imputati — 18 persone fisiche e tre società — nell’inchiesta sul ipotizzato disastro ambientale prodotto dall’ex Ilva di Taranto tra il 1995 e il 2012, durante la gestione della famiglia Riva. La prima […]
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Politica
“Le Olimpiadi sono un furto di risorse dal basso verso l’alto”. La contro-fiaccolata a San Siro poco prima della cerimonia d’apertura
“Le Olimpiadi sono un furto di risorse dal basso verso l’alto”. Lo dicono le centinaia di persone che sono scese in piazza nel quartiere di San Siro poco prima dell’inizio della cerimonia di apertura delle Olimpiadi Milano-Cortina. “Una cerimonia che è non per tutti, ma per pochi. Noi oggi non festeggiamo” dicono gli organizzatori che […]
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Politica
Fabrizio Corona riapre su X, profili social rimossi e maxi causa Mediaset: fissata la prima udienza
Fabrizio Corona torna sui social, questa volta su X, l’ex Twitter di Elon Musk, mentre prosegue il confronto giudiziario con Mediaset e si moltiplicano le iniziative legali nei suoi confronti. L’apertura del nuovo profilo è stata annunciata dallo stesso Corona prima su una chat Telegram e poi direttamente sulla piattaforma, con un messaggio in cui […]
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Politica
La storia di Hiba alle Olimpiadi Milano-Cortina, cresciuta al Punto Luce di Save The Children è tedofora per la pace – Video
Anche Save The Children ha partecipato al viaggio della fiamma olimpica verso la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026. L’Ong ha portato la fiaccola con una tedofora d’eccezione che incarna i valori di resilienza, inclusione e pace: Hibatallah Najid, detta Hiba. Arrivata in Italia all’età di nove anni, Hiba è cresciuta […]
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