• 19 Giugno 2022
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Stefano Mancuso: «Le piante sotto stress stanno diventando più piccole»

Stefano Mancuso: «Le piante sotto stress stanno diventando più piccole»
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di Roberta Scorranese

Il botanico direttore del Laboratorio di neurobiologia vegetale: «È un fenomeno diffuso, diventano come bonsai o si spostano più in alto. È la loro difesa»

La premessa di Stefano Mancuso è confortante: «Voglio essere ottimista. Non credo che apparteniamo a una specie umana così stupida». Ma il botanico, ordinario all’Università di Firenze e direttore del Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale, precisa che quella del riscaldamento globale è «una cosa molto seria, non riguarda il futuro ma il presente, è ora di prenderne coscienza». Tanto è vero che a ottobre a Lucca lui firmerà un festival dedicato al tema («Pianeta Terra», promosso da Laterza).

Professore, lei ha investito un’intera carriera nella ricerca di una sensibilità intelligente del mondo vegetale. La siccità sta distruggendo i raccolti e lo vediamo ogni giorno. Che cosa pensa?

«Penso che, appunto, l’attenzione sia focalizzata soprattutto sull’agricoltura e questo è sacrosanto, ci mancherebbe. Ma il fatto che pochi si interessino al mondo vegetale naturale è la prova di una miopia generalizzata. Non prestiamo attenzione alle piante come esseri che si nutrono, che sopravvivono o che muoiono, ma solo come strumenti di produzione al nostro servizio».

Eppure, dovremmo cominciare proprio dal guardarle come elementi dotati di vita sensibile?

«Se per noi il “verde” resterà una questione di arredo urbano o solo di agricoltura, come faremo a cambiare davvero le cose?».

E invece lei ha dimostrato che le piante possono anche soffrire. Quanto e come stanno soffrendo in questo periodo?

«Moltissimo. Ma ricordiamoci che gli esseri fragili siamo noi, le piante hanno una inaspettata capacità di resistenza. Sanno come fare insomma».

Un esempio?

«Una delle cose più eclatanti, ma di cui nessuno parla, è la progressiva nanizzazione delle piante. Cioè diventano sempre più piccole. È un fenomeno che non riguarda questa o quella specie particolare, ma sta investendo tutto il mondo vegetale. Ovviamente rimpiccioliscono perché devono conservare acqua e di conseguenza anche il nutrimento, ma ha presente i bonsai?».

Certo.

«Bene, il meccanismo è proprio quello. Se osserviamo attentamente le piante che abbiamo in casa, notiamo i segnali di stress. Che sono evidenti nelle ricerche scientifiche nel lungo periodo, ma vediamo che soffrono anche quelle cosiddette domestiche. Perché devono trattenere non solo i liquidi, ma anche gli elementi essenziali. Dunque bisogna prima di tutto capire di che cosa hanno bisogno. Un altro spazio? Più acqua? Più nutrimento?».

Ascoltarle, quindi.

«Esattamente, la missione delle piante sotto stress consiste nel cambiare metabolismo, modo di nutrirsi e persino fisionomia. Poi c’è il fenomeno della migrazione. È ovvio che a spostarsi non sarà una pianta ma — seguendo una dinamica lunga e intergenerazionale — alcune specie si sposteranno verso l’alto».

Un esempio?

«Lo studio più completo e recente riguarda i lecci della Catalogna, regione molto secca e per certi aspetti simile all’Italia. Questi alberi si sono spostati verso l’alto salendo di 300 metri. Mi creda, è parecchio. E non si creda che sia solo una questione di altitudine. Le piante si spostano anche in latitudine. Devono difendersi».

Cambiano abitudini, insomma, cosa che lei ha studiato a lungo nella sua vita accademica.

«Sì e anche qui voglio fare un esempio concreto: lo sa che l’olivo toscano ha anticipato la fioritura di circa un mese? Dico queste cose perché penso che se c’è qualcosa che tutti noi possiamo fare, come primo passo, è quella di osservare gli alberi e i fiori che abbiamo sotto gli occhi. C’è una scienza precisa, la fenologia, che studia le varie fasi della vita vegetale, ma ognuno di noi può prendere nota del colore del fiore diverso, della fioritura anticipata o ritardata, della consistenza delle foglie».

Un modo per prendere coscienza del riscaldamento globale?

«Sì perché il problema è che questo è un fenomeno esponenziale. Non funziona come il nostro invecchiamento, che avviene un poco alla volta. O come il nostro prendere peso. Purtroppo la progressione porta con sé un peggioramento molto sensibile e dunque potrà succedere che un bel giorno ci guarderemo intorno e ci chiederemo: ma com’è stato possibile arrivare fin qui senza fare nulla?»

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