Stefano Frignani: la parabola del “Lupo”. Dall’omicidio di Santa Marinella ai vertici del narcotraffico

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L’uomo è anche accusato di aver “prestato” la pistola usata per l’omicidio al Corviale di Cristiano Molè

ROMA – Se la storia criminale di una città si potesse riassumere nel curriculum di un solo uomo, Stefano Frignani ne sarebbe un capitolo fondamentale. La sua è una storia che attraversa tre decenni, partendo dal fragore di un colpo di pistola esploso davanti a una discoteca del litorale laziale, passando per i legami oscuri con la ‘Ndrangheta calabrese, fino ad arrivare a far parte di un’organizzazione capace di inondare Roma di cocaina, gestita paradossalmente proprio mentre si trovava dietro le sbarre.

Il delitto di Santa Marinella: l’ombra del “Lupo” sul litorale

L’omicidio di Massimo Pietroni e la sua vicenda giudiziaria è stata al centro anche della trasmissione Un Giorno in Pretura, in onda nella terza serata di Rai3.

La puntata in questione prende il titolo di “Delitto in discoteca” e fa riferimento proprio a quanto accaduto la notte tra il 18 e il 19 gennaio 2008 al “Sunshine Ranch”, discoteca di salsa e merengue a Santa Marinella, sul litorale a nord di Roma. Qui furono esplosi tre colpi di pistola a bruciapelo che colpirono ed uccisero Massimo Pietroni, bidello di una scuola elementare di Ladispoli e che nel fine settimana arrotondava facendo anche il buttafuori. Il delitto si sarebbe consumato dopo il tentativo della vittima di sedare una lite esplosa dopo che il suo killer aveva iniziato ad infastidire delle ragazze che ballavano. All’invito a lasciare il locale, però, l’uomo avrebbe reagito premendo per tre volte il grilletto.

Le prove contro Stefano Frignani sono sin da subito schiaccianti: oltre ai numerosi testimoni, ci sono anche le tracce di polvere da sparo rinvenute su alcuni indumenti abbandonati sul luogo del delitto di Massimo Pietroni.

Proprio le testimonianze furono fondamentali nel corso del processo che ci celebrò in Corte d’Assise a Roma, durante il quale intervenne anche un teste chiave, testimone oculare del delitto, che ammise: “Ho visto Frignani sparare a Pietroni”. Al termine del procedimento e di una camera di consiglio di due ore, giunse la sentenza che condannò Frignani a 25 anni di carcere e al pagamento di 100 mila euro per ognuna delle tre parti civili.

L’imputato avrebbe commentato a caldo: “Mi dispiace che questa sia la nostra giustizia e soprattutto mi dispiace che il vero assassino sia ancora in circolazione”. Parole che giustificano quanto avvenuto nel corso del processo, durante il quale l’uomo aveva indicato in un terzo uomo, alto e moro, come presunto omicida. E proprio su questo punto si è battuta anche la sua difesa nel corso delle arringhe difensive.

I difensori aveva fatto richiesta di assoluzione per non aver commesso reato o, in subordine, di riapertura dell’istruttoria dibattimentale, del riconoscimento dell’eccesso colposo di legittima difesa o della provocazione. La Corte, tuttavia, aveva accolto la richiesta della pubblica accusa, diminuendola però di 5 anni.

L’arma per l’omicidio Molè

Mentre sconta la sua pena o beneficia di permessi e regimi meno restrittivi, il nome di Frignani riemerge in un’inchiesta che scuote le fondamenta della criminalità organizzata. Non si tratta più di una rissa finita nel sangue, ma di alta strategia mafiosa.

L’omicidio di Cristiano Molè, il 33enne freddato il 15 gennaio 2024 a Corviale da 17 colpi di pistola esplosi in strada e di cui otto arrivati a bersaglio, non è stato un semplice agguato di periferia, ma una esecuzione organizzata nei minimi dettagli e, per gli inquirenti, eseguita col metodo mafioso.

omicidio mole

E qui spunta Frignani. Secondo gli inquirenti, è stato lui il “logista”: colui che ha fornito la pistola utilizzata dai sicari per eliminare Molè.

A raccontarlo, con una precisione che ha permesso alla Direzione distrettuale antimafia di Roma di chiudere il cerchio, sono cinque pentiti, tra cui due donne.

E’ grazie alle loro ammissioni e rivelazioni che, sabato scorso, si è arrivati a nuovi arresti, altri tasselli del mosaico: i fratelli Marco ed Emanuele Mattiacci, Manolo Bardeglinu e Stefano Frignani (già in carcere).

Il muro di omertà è crollato sotto i colpi dei verbali dei cinque collaboratori di giustizia, tra cui Marco Casamatta, uno dei sicari già in cella. È lui a descrivere l’ansia dei mandanti: Severa pressava: “Va fatto entro domani, sennò non pago più nessuno”.

Uccidere a Roma ha un costo preciso. Dalle indagini emerge che uno degli esecutori avrebbe avuto 4.0005.000 euro per l’agguato, mentre Casamatta che era interno al gruppo doveva eseguire e basta.

Una “banalità del male” che si scontrava con la realtà di una vittima, Molè, che sapeva di essere nel mirino: aveva notato gli “specchiettisti” (i pedinatori) e ne aveva parlato in giro, senza però riuscire a sfuggire ai 17 colpi di pistola che lo hanno travolto mentre era a bordo della sua Dacia Duster.

cristiano mole

L’ordinanza firmata dal gip Valeria Tomassini non lascia spazio a dubbi: a Corviale si è agito con metodo mafioso. Il gruppo guidato al Trullo da Manuel Severa non si limitava a spacciare: gestiva il racket delle occupazioni abusive e utilizzava i condomini come vere e proprie torrette di avvistamento.

Per uccidere Molè, il clan ha pagato una coppia di inquilini in via Donna Olimpia affinché “osservassero” gli spostamenti della vittima dal loro balcone. Una pressione costante, unita a sopralluoghi ripetuti, che dimostra la capacità del sodalizio di assoggettare il quartiere.

Il “Manager” del Narcotraffico

L’ultimo capitolo della sua storia viene scritto tra la fine del 2025 e l’aprile del 2026. Stefano Frignani è di nuovo raggiunto in carcere dall’ordinanza di arresto. Sta finendo di scontare il debito con la giustizia per l’omicidio Pietroni e le nuove accuse per l’omicidio di Molè.

Un maxi blitz dei Carabinieri svela l’esistenza di un’organizzazione dedita al narcotraffico che vede Frignani non come un semplice partecipe, ma come uno dei vertici strategici. Il Lupo comunica con l’organizzazione del narcotraffico, coordina i carichi, gestisce i rapporti con i fornitori. L’inchiesta rivela alleanze incredibili: Frignani siede (virtualmente) allo stesso tavolo di vecchi fantasmi della Banda della Magliana, come l’ex “testaccino” Angelo Pernasetti.

Le intercettazioni tratteggiano un uomo ossessionato dal potere e dal controllo del territorio. Frignani non si limita agli affari: pianifica vendette. Emerge il progetto di eliminare Walter Domizi, figura storica del crimine romano e zio di Leandro Bennato. Un piano dettato dalla necessità di eliminare ostacoli sulla via dell’egemonia totale nel quadrante nord e ovest di Roma.

Dalle indagini emerge come la droga venisse acquistata a Civitavecchia per essere poi lavorata in laboratori clandestini a Montecucco. Un business da milioni di euro che il “Lupo” controllava con il pugno di ferro, alternando la diplomazia mafiosa alla minaccia brutale.

La storia di Stefano Frignani rappresenta oggi il paradigma del criminale moderno: non più solo braccio armato, ma broker della droga capace di tessere legami con le mafie storiche e di rigenerarsi continuamente. La sua definitiva condanna a 25 anni per l’omicidio del buttafuori è stata, paradossalmente, la cornice temporale dentro la quale ha costruito un impero invisibile.

Oggi, raggiunto da nuove ordinanze mentre era già ristretto, Frignani vede la sua posizione aggravarsi ulteriormente. La sua figura resta il simbolo di una Roma che non dimentica il sangue versato sulle sue strade, ma che deve fare i conti con un crimine sempre più evoluto, capace di dirigere l’inferno anche dal silenzio di una cella.

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