Serve una sinistra nazional-popolare. E Fassina lancia una scuola politica

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L’area progressista non può permettersi il lusso di stare soltanto sulla congiuntura politica. Certo, l’attacco al Governo Meloni è imprescindibile, come lo è la faticosa costruzione di convergenze nelle forze dell’opposizione. Ma vanno affrontate le cause di fondo che, ovunque non soltanto in Italia, alimentano “il vento di destra”.

Da domani a Roma un confronto sull’identità progressista. Per un’alternativa vincente alle ricette delle destre

Vanno guardati in faccia i dati di realtà: la distanza tra sinistra e popolo è agghiacciante. L’unico legame residuo nell’area “progressista” è tenuto, con difficoltà, dal M5S. I dati sul reddito medio degli elettori di ciascun partito nelle grandi città, l’ambito meno impervio per l’area progressista, sono insopportabili (vedi grafico sotto, fonte: Franco Mostacci, www.francomostacci.it). La sinistra in tutte le sue declinazioni intorno al Pd, arroccata sul medesimo paradigma cosmopolita, euro-federalista, post-umanista, rimane chiusa in un circuito sociale alto e lontano dalle periferie sociali delle quali dovrebbe essere naturale riferimento. Sono fatti noti. Si prova a reagire.

Pur necessario, non è sufficiente ribaltare il posizionamento del Pd sulle policy: dal Jobs

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