In Italia una destra liberale e conservatrice, sul modello europeo, non si è mai davvero consolidata. Non perché siano mancati elettori moderati o sensibilità conservatrici. È mancata una sedimentazione culturale autonoma, una tradizione capace di emanciparsi definitivamente dall’eredità del fascismo e di strutturarsi come forza politica stabile, riconoscibile, distinta dal centro e dal populismo.
Dopo il 1945 il campo della destra nasce con il Movimento Sociale Italiano. Per decenni resta ai margini dell’arco costituzionale. La legittimazione istituzionale arriva tardi e attraverso un percorso di trasformazione che non produce una vera cultura conservatrice liberale, ma una normalizzazione politica. Nel frattempo lo spazio moderato è occupato dalla Democrazia Cristiana, partito di centro, interclassista, che assorbe al suo interno istanze conservatrici senza mai definirsi destra. La parola stessa resta ingombrante, legata a una memoria che condiziona il dibattito pubblico.
Con la fine della Prima Repubblica si apre una fase nuova. Forza Italia costruisce una coalizione di governo ampia, dentro cui convivono liberismo economico, personalismo carismatico e alleanze con forze provenienti dalla tradizione post-missina e regionalista. È una destra che governa, ma non diventa
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