“Quelli di Innsbruck avevano ogni genere di fornitura, sacchetti, ghiaccio e altro. Dai napoletani invece continue richieste”. È una frase dell’operatrice sanitaria di Bolzano che ha schiacciato chi l’ha ascoltata e verbalizzata e chi la deve leggere. Dentro c’è la differenza tra un’équipe medica che arriva con tutto e un’altra che chiede, cerca, si adatta. È lo sfondo materiale di una mattina – quella del 23 dicembre del 2025 nella sala operatoria del San Maurizio di Bolzano – in cui ogni dettaglio è stato decisivo nella costruzione di una tragedia arrivata fino all’ultimo respiro di Domenico Caliendo, il bimbo di due anni e 4 mesi, morto perché il cuore che gli era stato impiantato era stato “inglobato in un blocco di ghiaccio” . E forse già danneggiato durante il prelievo: pochi minuti prima l’équipe chirurgica austriaca era dovuta intervenire d’urgenza per evitare di perdere tutti gli organi del bimbo donante. La tensione era altissima, i tempi stretti, le mani che si muovevano in fretta tra sala operatoria e presala. È in quel clima che prende forma un altro tassello del
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