I Mondiali, storie di sport. Senz’altro, ma al contempo potenzialmente storie di vita. Storie e destini che forse, anni fa, nemmeno la fantascienza avrebbe descritto così bene. E tra gli eroi in copertina dell’edizione iridata 2026 c’è da fermarsi un attimo e riportar la storia di Ayman Hussein, il marcatore dell’Iraq nella sconfitta per 4-1 contro la Norvegia.
Non è una storia qualunque. E’ la storia di un ragazzo che nonostante le condizioni più avverse e soprattutto drammatiche non ha mai smesso di coltivare i suoi sogni. Nel 2008, vivendo nei quartieri morsi a stretto giro dall’Isis, il papà venne giustiziato da Al Qaeda. Anni fa, suo fratello stesso fu rapito: tuttora ai giorni d’oggi non si hanno più tracce. Col resto della famiglia è riuscito a scappare, effettivamente rifugiato, per poi ricostruirsi altrove e con un minimo di serenità, finalmente mostrar tutto il suo talento e diventar calciatore professionista.
Divenne già una sorta di piccolo eroe nazionale quando da giovanissimo segnò il gol che qualificò l’Iraq alle Olimpiadi di Rio; poi fece carriera, fino ai giorni d’oggi. Quando un uomo di trent’anni, cresciuto sotto al fuoco incrociato, realizzava un gol al Mondiale, il secondo della storia del paese del Medio Oriente nella massima competizione calcistica. Un’esplosione, stavolta non di cronaca nera ma di gioia, quella regalata a tutto il paese. Momenti di gloria. Che forse non riconsegneranno quanto perso, non cancelleranno quanto sofferto, ma senz’altro ripagano di enormi sacrifici profusi. Hussein, storie Mondiali (e sì, stavolta è solo calcio).

