di Angelo Bianco
Quando ero piccolo io, la mia spiaggia era senza cemento a contornarla, il mare era il suo migliore amico, non ne aveva paura.
C’era da quando c’erano miei nonni e ancora prima, e io la ricordo così dai loro racconti.
Era distesa dalla strada fino al cielo, la sabbia era fine, dorata e, un po’ più in là della riva, c’era un pontile. Era lungo, di legno nero e verde, consumato dalle onde, che univa la riva al mare aperto, trasparente, azzurro, di schiuma allegra.
L’estate da noi iniziava quando noi iniziavamo la gara: a Paola, giù al sud in Calabria, non c’era mai l’inverno.
La regola era una sola, vinceva chi correva più veloce sulla pista dorata e calda, si toglieva via i jeans, io avevo i levi’s 501, le scarpe consumate di tennis, e arrivava a nuoto per primo sul pontile e poi, senza fermarsi, si tuffava “a bomba”.
Capitava che alla premiazione ci fosse anche la musica, era il suono del treno del “sole”, che correva lungo la ferrovia, che era sopra la piccola collina,
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