Mobbing e demansionamento condannata la Asl di Viterbo

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Mobbing e demansionamento, la Asl di Viterbo condannata a risarcire una ex dipendente. 
Stando a quanto si legge nel dispositivo della sentenza dal giudice Mauro Ianigro, i fatti risalgono al quadriennio 2015-2018, mentre l’esposto sarebbe stato depositato presso il Tribunale di Viterbo nel 2019 dalla stessa dipendente, che accusava il dirigente dell’azienda di “aver esercitato nei suoi confronti forti pressioni psicologiche” che l’avrebbero portata ad un “forte stress sul lavoro, tale da causare danni fisici ingenti”.
Il risarcimento che da via Fermi dovranno versare all’ex sanitaria, stando sempre al testo della sentenza, ammonta a 25 mila euro. Di questa cifra il danno vero è proprio è stato quantificato in 12.329,98 euro, il resto riguarda le spese legali e il rimborso spese del patrocinio legale. Da quel che si apprende, sarebbe già stato dato mandato di procedere al pagamento della somma dovuta.
Tutta la vicenda sarebbe legata a doppio filo con quella dei locali Asl di via Cardarelli, da anni giudicati “insalubri” dai sindacati.
La dottoressa, nel 2011, venne trasferita in quello stabile, nei locali adibiti a consultorio, dove contrasse, un anno dopo, “asma bronchiale rinite da acari, asma bronchiale rinite da internaria”, malattia ritenuta alla base di un danno biologico pari al 2%. La donna presentò una denuncia per malattia professionale, inizialmente non riconosciuta, e al tempo stesso chiese di essere trasferita altrove dato il suo stato di salute. La richiesta venne accolta, tanto che la sanitaria fu mandata presso il Poliambulatorio Ginecologico della “Cittadella della Salute”, e, per due volte alla settimana, presso il Poliambulatorio di Soriano.
Nel 2015, però, il dottor Palumbo dispose il ritorno della dottoressa al consultorio di via Cardarelli per tre giorni a settimana. Le lettere inviate dal legale e la richiesta di un sopralluogo tecnico non bastarono a dissuadere la Asl dalle proprie determinazioni, così la dottoressa si vide costretta a prendere servizio nel luogo in cui, anni prima, aveva contratto la malattia. Peraltro, secondo quanto da lei riportato, nell’ufficio mancavano gli arredi e i materiali utili allo svolgimento dell’attività professionale. Per giunta, l’Ufficio dei procedimenti disciplinari della Asl aprì, nell’inverno 2015, un fascicolo nei confronti della dottoressa, sostenendo la piena idoneità dei locali di via Cardarelli e contestandole “scarsa collaborazione”.
palumbo
Nel mezzo ci sono poi altre denunce per mobbing e violazione della privacy. Per esempio, la dipendente riportò che il dottor Palumbo si era appropriato senza permesso di un suo fascicolo apponendo in calce alcune sue considerazioni personali, fatto che però, secondo il giudice Ianigro, non costituisce reato. A fine 2018, inoltre, la dottoressa si era dimessa dal suo incarico, mentre le era stato riconosciuto un danno biologico del 6% (divenuto poi 8%) causato dal mobbing perpetrato nei suoi confronti.
Pare grave, per contro – scrive il giudice Ianigro – che a fronte delle pregresse denunce e delle doglianze reiteratamente formulate, l’azienda abbia omesso di svolgere i dovuti e opportuni rilievi. Ancor più grave è che contestualmente a questo stato di inerzia, il direttore generale avesse confermato l’ordine di servizio, liquidando bruscamente la ricorrente e facendo uno sbrigativo e superficiale richiamo ai già citati documenti.
Ai limiti del persecutorio, deve infine ritenersi l’avvio del procedimento disciplinare”.
La condotta della Asl è stata dunque ritenuta “inadempiente degli obblighi di protezione dei lavoratori”, oltre che inosservante delle prescrizioni del medico competente, che aveva ritenuto pericoloso il ritorno della dottoressa al consultorio.
Possiamo dire che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, siamo curiosi di sapere cosa ne pensa Jhon Wick su questa sentenza.

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