Marmolada, in volo sul ghiacciaio che sta sparendo: «La neve si ritira di 6 metri l’anno»

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di Andrea Pasqualetto inviato sulla Marmolada

È il più grande delle Dolomiti, ci siamo saliti con l’elicottero assieme a Cristian Ferrari, presidente Commissione glaciologica degli alpinisti tridentini: «È irrecuperabile». Per il Cnr morirà nel 2050. E intanto spuntano reperti della Grande Guerra

Grigio, spellato e inaridito, il ghiacciaio della Marmolada è solo un lontano parente del gigante di un tempo. Spuntano rocce, crescono muschi e il colore non è quello della neve. Visto dall’alto sembra una desolata distesa a macchie con un solo fascino indiscutibile: lo spettacolo delle cime dolomitiche che lo circondano e questo cielo lavato a secchiate. Chi lo ama, come Cristian Ferrari che guida la Commissione glaciologica degli alpinisti tridentini e viene spesso a misurargli la temperatura, scuote la testa: «È moribondo e difficilmente recuperabile», è la sua diagnosi mentre lo sorvoliamo con un elicottero usato dal Soccorso Alpino che da queste parti è di casa. «Guarda lì, Pian dei Fiacconi, la neve è quasi sparita, questa è una situazione da estate inoltrata». Il fronte arretra di anno in anno e i numeri sono lì a dimostrarlo senza timore di smentita: nel 2013 il ghiacciaio si estendeva per 190 ettari, nel 2020 gli ettari sono scesi a 150. Erano oltre quattro volte di più (680) alla fine del 1800 quando terminò l’ultima piccola glaciazione. «Dal duemila c’è stata un’accelerazione impressionante del fenomeno di fusione che naturalmente ha ricadute sull’ecosistema, sulle riserve d’acqua e sulla regolazione del regime idrico di fondovalle».

Ripercussioni su fiumi e laghi

Se quassù va male, laggiù non può infatti andar bene a torrenti, fiumi e laghi che vengono alimentati anche da questo rubinetto naturale d’alta quota. «Guarda il livello del lago di Fedaia — indica uno specchio d’acqua blu che bagna i piedi di un anfiteatro di montagne — Dovrebbe arrivare agli abeti, è molto molto più basso».
La colpa è non è solo delle scarse precipitazioni di quest’anno. C’è di mezzo il surriscaldamento globale, dice, e in definitiva la follia umana. L’effetto è quello che si può notare non appena atterriamo. Dalla coltre grigiastra, in qua e in là, si levano delle isole rocciose scure. «Un tempo non si vedevano, assorbono calore e riscaldano l’ambiente circostante accelerando così il ritiro del ghiacciaio», prosegue Ferrari.

Temperature da scioglimento

Infila una sonda in uno spiazzo dove c’è ancora neve. «Eh, qui si ferma, l’altezza è circa la metà degli anni precedenti». Armeggia con un termometro e un cilindro campionatore, gli strumenti del mestiere che servono a misurare lo stato di salute del malato. Siamo a tremila metri di quota, il sole non è a picco e la colonnina del mercurio segna 10 gradi. Lo zero termico si colloca a oltre i 4.500 metri mentre la temperatura minima di questi giorni è stabilmente positiva. Significa che l’intero ghiacciaio vive giorno e notte in una condizione di scioglimento. E significa anche che se qualcosa cade dal cielo può essere solo pioggia, il che non aiuta. Ecco spiegato il veloce arretramento del fronte, circa 5-6 metri l’anno, e l’assotigliamento dello spessore, 2-3 metri. Tutte cifre che portano il Cnr e il Comitato glaciologico italiano a stimare indicativamente l’anno di morte del ghiacciaio al 2050. «Sarà molto brutto e molto triste», sussurra Alessandro Darman, capo stazione del Soccorso Alpino della vicina Rocca Pietore, che è venuto con noi. Darman è un tipo poco loquace, profondo conoscitore di questi ghiacci che frequenta da quand’era bambino e la sua testa non smette di dire no. Che fare? «I potenti stanno sbagliando, ci vogliono politiche globali di riduzione delle emissioni — sbuffa Ferrari mentre affonda le sue sonde — E ora c’è pure la guerra che è un mostruoso produttore di gas alteranti».

La corsa all’oro arrugginito

In questo quadro desolante accade qualcosa di curioso. Oltre alle rocce, dalle nevi riemergono infatti anche vari reperti della Grande Guerra. Gli austriaci avevano qui scavato la cosiddetta città di ghiaccio, una serie di gallerie e dormitori finalizzati alla difesa dal nemico italiano. Spuntano, dopo essere stati congelati per un secolo, scarponi, bombe, fucili, baionette, borracce. La chiamano la corsa all’oro arrugginito, che porta fra queste vette qualche novello cercatore di fortune. Mentre tutto intorno il gigante di ghiaccio prosegue la sua inesorabile ritirata.

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