• 28 Febbraio 2022
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L’Ue censura i giornali russi. È questa la libertà da difendere?

L’Ue censura i giornali russi. È questa la libertà da difendere?

La mossa a sorpresa dell’Unione Europea. Ecco perché la censura è la risposta sbagliata.

Si attendono rivolte dei campioni della libertà di stampa. Posizioni ufficiali dei colleghi giornalisti. Magari anche del vetusto Ordine professionale. Perché la decisione della Commissione Europea di mettere al bando le emittenti televisive russe è una decisione senza precedenti, errata, ipocrita. Perché se Mosca avesse applicato nei confronti di un giornale “dissidente” o della nostra “Rai” statale una simile censura, oggi vedremmo orde di cronisti strapparsi le vesti in nome della libertà di espressione.

L’Europa, è chiaro, ha qualche difficoltà a rispondere all’invasione russa in Ucraina. Si capisce. La Nato non può mandare truppe di terra, caccia o mezzi propri sul territorio per proteggere Kiev. Significherebbe dichiarare guerra a Putin e scatenare la “Terza Guerra Mondiale” evocata da Joe Biden. Dunque Bruxelles si deve arrabattare con sanzioni di contorno: in pochi giorni ha congelato i fondi degli oligarchi, bloccato il North Stream 2, attaccato l’interscambio economico, deciso di sospendere i pagamenti Swift ad alcune banche russe, chiuso lo spazio aereo ai voli moscoviti, congelato i beni della Banca centrale russa. Tutto lecito, e pure comprensibile. Così come la decisione “mai assunta prima” di acquistare con fondi europei armi letali e di inviarle a Kiev. Non è ben chiaro, però, per quale motivo sia necessario anche accanirsi sui media russi.

Ufficialmente non siamo in guerra con la Russia, per quanto la contrapposizione sia resa evidente dai movimenti di truppe Nato ad Est. Eppure Ursula von der Leyen e soci hanno scelto di fare “un altro passo senza precedenti” bandendo dall’Unione europea quella che Bruxelles chiama “la macchina mediatica del Cremlino”. “Russia Today e Sputnik di proprietà statale russa – dice Ursula – non saranno più grado di diffondere le loro bugie per giustificare la guerra di Putin e cercare di dividere la nostra Unione”. Il bando dovrebbe essere allargato anche a tutti i siti internet.

Si può discutere quanto si vuole sulla presunta “disinformazione tossica e dannosa” portata avanti dalle due emittenti russe. Sarà anche vero. Però si tratta di un’accusa che rischia di provocare l’espulsione degli inviati occidentali dalla Russia. Una ritorsione simile potrebbe essere facilmente giustificata da Putin con lo scopo di evitare “la disinformazione occidentale” sulla guerra in Ucraina. Come reagiremmo noi ad una simile censura?

Che poi qualche ragione, a ben vedere, lo Zar ce l’avrebbe pure. Ve lo abbiamo raccontato ieri: i media occidentali, che spesso e volentieri basano le proprie informazioni su fonti militari o governative ucraine, hanno spacciato non poche bufale su questa guerra. Aerei abbattuti, che in realtà si riferivano ad innocui show del passato. Immagini di bombardamenti russi su Kiev prese da un videogioco. Filmati tarocchi o registrati anni fa. Direte: errori umani. Forse, probabile. Ma che allo stesso tempo hanno contribuito a diffondere la “propaganda” ucraina della guerra di resistenza.

Pensate a quella notizia che ha fatto il giro del Globo: 23 marinai ucraini mandano a quel Paese i nemici russi prima di essere uccisi sull’isola dei serpenti, vengono elogiati dal mondo intero, viene loro assicurata una medaglia postuma, e poi in realtà probabilmente sono ancora vivi e vegeti. Lo stesso dicasi per il “vendicatore dell’aria”, un inesistente pilota di caccia ucraino spacciato per abbattitore seriale di aerei nemici e in verità mai esistito. Che facciamo, chiudiamo anche i network occidentali che sono caduti in questa “propaganda tossica”?

I media russi dal canto loro hanno subito risposto al bando europeo. “Proponiamo all’Unione europea di non fermarsi alle mezze misure, ma di vietare immediatamente Internet”, scrive in una nota il servizio stampa di Sputnik e RT. La direttrice Simonyan assicura invece che i suoi giornalisti sapranno “fare il loro lavoro nonostante i divieti”. Il bando di due emittenti giornalistiche in Europa è tanto stupido quanto la richiesta di Beppe Sala al direttore dell’orchestra della Scala, Valery Gergiev, di prendere le distanze da Putin o di dimettersi. Questi signori e giornalisti tifano lo zar? Può darsi. Ma sono russi: possiamo forse condannarli per questo? Se poi è di “cane da guardia del potere” che vogliamo parlare, basta ricordare gli applausi striscianti dei cronisti italiani a Mario Draghi per capire che non siamo nella posizione di dare lezioni di indipendenza.

La mossa europea nasconde poi un altro pericoloso rischio. Von der Leyen accusa infatti Rt e Sputnik di “giustificare” la guerra dello zar russo diffondendo il ritornello della “missione militare speciale” per difendere i filorussi del Donbass dal “genocidio” ucraino. Bene. Chi ci assicura che prima o poi la censura non venga allargata anche ai media occidentali che – magari – contestano la politica di allargamento ad Est della Nato? Domanda: sarà ancora possibile affermare, giusto o sbagliato che sia, che l’Alleanza poteva evitare di stuzzicare l’orso russo? O che Luhansk e Donetsk potevano essere riconosciute come indipendenti prima di esacerbare gli animi?

Piccolo appunto: il principale oppositore di Zelensky in Ucraina, il magnate Viktor Medvedchuk, leader del partito di minoranza “Piattaforma di Opposizione” votato da milioni di elettori, è agli arresti da maggio con l’accusa di aver appoggiato le istanze dei separatisti in Donbass. I media che fanno a lui riferimento sono stati censurati, accusati tra le altre cose di criticare e indebolire Zelensky durante il governo al tempo del Covid (è vietato?). I beni di Medvedchuk sono stati congelati, nonostante sia il leader del maggiore partito di opposizione. Ci dica, Ursula: sarà ancora legittimo affermare che se una simile mossa l’avesse presa Lukashenko contro gli oppositori bielorussi non avremmo esitato a parlare di repressione?

Giuseppe De Lorenzo, 28 febbraio 2022
Fonte: Nicola Porro.it

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