Il boato dello stadio di Anterselva, lei col sorriso stampato sulla faccia lungo tutto l’ultimo giro. L’inchino, poi le lacrime. E chissà cosa sta provando, chissà cosa c’è dietro quel sorriso. E dentro quelle lacrime. Perché non bisogna dimenticare che gli atleti e le atlete che ci fanno esultare, che ci fanno arrabbiare, sono innanzitutto persone. Come noi. Come Lisa Vittozzi, l’araba fenice del biathlon italiano: finita in un baratro da cui faticava a uscire, rinata dalle sue ceneri – come vuole la leggenda – a un passo dal ritiro. Fino all’oro olimpico. Per di più, in casa.
Con la vittoria di oggi nell’inseguimento, Vittozzi ha in bacheca tutto ciò che si può sognare in carriera: Coppa del mondo generale, oro ai Mondiali, oro ai Giochi. Il suo palmares la proietta nel paradiso del biathlon mondiale. Eppure la sua storia va raccontata. Perché è una storia di cadute – tante cadute – di richiesta d’aiuto, nuove consapevolezze, fatiche e, passo dopo passo, una vita – sportiva, ma non solo – rinnovata.
A 24 anni (la campionessa di Sappada è del
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