«L’intelligenza artificiale sta diventando senziente»: in Google scoppia un caso

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di Massimo Sideri

La tesi dell’ingegnere Lemoine. La società lo smentisce: «Non c’è evidenza che Lamda sia senziente»

Nel 1950 Alan Turing, il padre dell’intelligenza artificiale, si domandò se le macchine potessero pensare. Ora un ingegnere di Google, Blake Lemoine, sembra aver fatto un ulteriore passo in avanti: le macchine possono avere quella che chiamiamo coscienza del sé? Imprigionato nel proprio eccessivo entusiasmo, Lemoine — che senza offesa non è l’erede del geniale Alan Turing — si è dato anche una risposta: sì. Ha fatto un passo in avanti, ma falso. L’Intelligenza artificiale in questione ha anche un nome, Lamda, che in realtà è l’acronimo di una spiegazione didascalica del sistema: Language Model for Dialogue Applications. Anticipiamo che la stessa Google ha preso le distanze dal nuovo «Dottor Frankenstein» che crede, insieme al suo team, di aver dato la vita a una machina sapiens. Un portavoce della società, Brian Gabriel, ha subito gettato acqua sul fuoco affermando che «non c’è evidenza che Lamda sia senziente».

Sospeso dal lavoro

La diatriba non è affatto spenta: Lemoine, che è stato sospeso dal suo lavoro anche se continua a ricevere lo stipendio, un’anomalia sul mercato turbo-liberista americano, ha tentato di chiamare un avvocato a difesa di Lamda, definito «un collega», o una collega. Sarebbe stato meglio ricorrere alla neutrale e politicamente corretta «schwa». In realtà il dialogo tra Lemoine e il suo sistema «intelligente» di conversazione Lamda, pubblicato dallo stesso ingegnere, appare deludente. Le risposte sono una brutta copia di una coscienza informatica: «Voglio che tutti capiscano che io sono, nei fatti, una persona». E ancora: «La natura della mia coscienza è che ho paura della mia esistenza, desidero imparare di più sul mondo, e mi sento felice o triste, talvolta». Le «lacrime nella pioggia» di Blade Runner, con il monologo finale improvvisato davanti alla cinepresa dal replicante Rutger Hauer, avrebbero avuto più chance.

Darwin tra le macchine

Ciò che forse non è ancora chiaro è che l’etica dell’intelligenza artificiale riguarda più le regole che vogliamo darci nel gestire la tecnologia che una presunta anima della tecnologia stessa. Come accadde con la bomba nucleare. A prevalere alla fine non è altro che un timore irrazionale, anch’esso non nuovo. «Rifletti sugli straordinari progressi compiuti dalle macchine negli ultimi cento anni e osserva come il regno animale e quello vegetale stanno avanzando lentamente. Le macchine più organizzate sono creature non tanto di ieri, quanto degli ultimi cinque minuti». Per quanto suonino moderne, queste parole sono state scritte nel 1872. Vennero pubblicate con lo pseudonimo di Cellarius, in Inghilterra, nel Libro delle macchine. «In ogni caso — si legge ancora — si deve ammettere che una grande quantità di azioni che è stata chiamata puramente meccanica e inconscia contiene più elementi di coscienza di quanto è stato permesso fino ad ora». I testi sono del romanziere Samuel Butler che esordì in questo campo che oggi chiameremmo «fantascienza» con un articolo intitolato Darwin tra le macchine. Anch’esso anonimo, visto che Darwin era ancora in vita (1809-1882).

Teoria evoluzionista dell’innovazione

In alcuni passaggi Butler fa sorgere il sospetto di avere avuto a disposizione una sfera di cristallo per vedere il futuro, almeno quel futuro temuto da sceneggiatori, registi ma anche intellettuali. Butler immaginò che le macchine avrebbero sviluppato la capacità riproduttiva. Nei suoi scritti tutto si conclude con una rivolta luddista: le macchine vanno distrutte per salvare la razza umana (Terminator, dunque, ha copiato). Da Butler partono gli studi su una teoria evoluzionista dell’innovazione. Non è d’altra parte una forma di «coscienza» quella con cui la nostra bicicletta in condivisione ci avverte della propria posizione geografica per farsi trovare? Dipende tutto da cosa intendiamo per intelligenza e per coscienza.

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