• 2 Marzo 2022
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L’Europa ha bisogno di una conferenza su pace e sicurezza

L’Europa ha bisogno di una conferenza su pace e sicurezza

Il Movimento europeo condanna l’invasione dell’Ucraina e chiede un vertice per lavorare ancora sulla sospensione di qualunque azione militare, con l’obiettivo di sottoscrivere un trattato internazionale fra tutti gli attori coinvolti nel continente.
Il Movimento europeo ha condannato fermamente la decisione solitaria di Vladimir Putin di invadere l’Ucraina secondo la logica perversa dell’identità etnica della «grande Russia», una logica devastante che viola tutti i principi del diritto delle Nazioni Unite, della cooperazione pacifica internazionale, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale, delle convenzioni internazionali sulla autodeterminazione dei popoli.
L’affermazione di Vladimir Putin sulla «denazificazione» dell’Ucraina è grottesca, falsa e pretestuosa perché la logica perversa dell’identità etnica era proprio al centro del Terzo Reich di Adolf Hitler che ha portato il pianeta alla Seconda Guerra Mondiale e che, applicata ora da Putin, rischia di gettare il mondo nel caos e nell’anarchia.

Oltre ai primi due pacchetti di sanzioni e dopo molte incertezze soprattutto da parte tedesca e italiana, è stato deciso un terzo pacchetto di sanzioni legato soprattutto al blocco mirato della rete mondiale Swift, che colpisce non solo le banche e le imprese russe ma qualsiasi transazione finanziaria dalla Russia e verso la Russia e che può tuttavia avere conseguenze dirompenti sulla stabilità finanziaria mondiale.

L’isolamento di Vladimir Putin a livello internazionale è sempre più esteso perché la sua decisione unilaterale appare sostenuta con determinazione solo dalla Corea del Nord, e con alcune ambigue distinzioni, dalla Cina, dall’India e dagli Emirati Arabi (che hanno tuttavia deciso di non prendere posizione fra Ucraina e Russia) che si sono astenuti nel voto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla risoluzione di condanna dell’invasione dell’Ucraina.

Come è avvenuto nel 2014 fino al 2019, l’Assemblea del Consiglio d’Europa ha sospeso il diritto di voto e la partecipazione dei parlamentari della Duma così come il Comitato dei Ministri, su iniziativa del governo italiano che lo presiede, ha sospeso il diritto di voto del governo russo mentre la Russia continua a essere giustamente vincolata alle Convenzioni del Consiglio d’Europa a cominciare da quella del 1950 sui diritti dell’Uomo e sulle libertà fondamentali e alle sentenze della Corte Europea dei diritti dell’Uomo.

Quel che sta avvenendo in Ucraina – e che potrebbe domani avvenire nei Paesi con presenze etniche, linguistiche e culturali russe che sono membri dell’Unione europea – rende ancora più urgente e necessaria la sicurezza e la difesa di un’Unione politicamente integrata nel quadro della sua futura autonomia strategica, che è stata posta fra le priorità della presidenza francese del Consiglio dell’Unione e che deve ora essere al centro del dibattito sul futuro dell’Europa.

Da una parte il rafforzamento della sicurezza degli Stati che confinano con la Russia, che sono membri della Nato e ai quali si applica la clausola dell’articolo 42 del Trattato sull’Unione europea – che prevede aiuto e assistenza in caso di un aggressione armata seppure con tre limiti: l’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite, il carattere specifico della politica di difesa di alcuni Stati membri e cioè la neutralità di Austria, Finlandia, Irlanda e Svezia, gli impegni sottoscritti nel quadro della Nato come fu richiesto dai Paesi Bassi e dalla Polonia (oltre che dal Regno Unito).
Dall’altra parte, l’assistenza militare in mezzi e aiuti finanziari all’Ucraina e in particolare alla sua resistenza contro l’aggressione decisa da Vladimir Putin.
Per superare l’inconsistenza dell’autonomia strategica dell’Unione europea, l’emergenza ucraina avrebbe dovuto spingere i paesi europei – su proposta dell’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza (che presiede anche il Consiglio dei ministri della Difesa) – ad agire militarmente insieme a partire dalla cooperazione strutturata e delle missioni e operazioni comuni insieme all’uso del Corpo Volontario Europeo facendo compiere alla politica di difesa europea un salto di qualità politico e strategico anche attraverso delle forze multinazionali.
Un piccolo passo nella direzione di un’azione comune è stato tuttavia annunciato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e dall’Alto Rappresentante Josep Borrell Fontelles con la decisione di acquistare armi da inviare in Ucraina a sostegno della resistenza ucraina contro l’invasione russa usando lo European Peace Facility.
Appare invece impervia la via dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea perché, dopo la domanda di adesione che il governo deve ancora presentare formalmente al Consiglio, si avvia una lunga procedura che coinvolge la Commissione europea, il Parlamento europeo, i parlamenti nazionali, lo stesso Consiglio europeo e infine di nuovo il Consiglio che decide all’unanimità se accettare o meno la domanda di adesione.
Soltanto a partire da questo momento si potrà riconoscere all’Ucraina lo status di Paese candidato, avviare i negoziati di adesione che durano mediamente almeno dieci anni per consentire l’attuazione di molte riforme interne nei settori della giustizia, della pubblica amministrazione, della lotta alla corruzione, dei principi dello stato di diritto e dei diritti delle minoranze per citare le questioni più sensibili, predisporre gli aiuti finanziari preadesione.
Da notare che la clausola di solidarietà in caso di aggressione militare prevista all’articolo 42 del Trattato sull’Unione europea si applica solo ai paesi membri e non ai paesi candidati.
Quel che sta avvenendo in Ucraina deve spingere le istituzioni europee a modificare radicalmente le priorità decise il 9 marzo 2021 nella dichiarazione comune che ha dato vita alla Conferenza sul futuro dell’Europa, i suoi tempi e i suoi modi di deliberazione perché non è più accettabile che il dibattito sul destino del continente si chiuda di fatto fra poco più di un mese lasciando fuori dalla porta della piattaforma digitale, dei gruppi di lavoro e delle sessioni plenarie le conseguenze – per dirla in due parole – della fine del “dopo-guerra-fredda”.
Il Movimento europeo ritiene che il contenuto, i tempi e i modi della Conferenza debbano essere affrontati e decisi dal Parlamento europeo nella sessione plenaria che si riunirà a Strasburgo dal 7 marzo e che il governo italiano debba chiedere a Charles Michel di mettere questa questione all’ordine del giorno del Consiglio europeo del 10 e 11 marzo.
È inoltre evidente che il peso economico, finanziario e sociale sull’Unione europea e sui suoi membri delle sanzioni getta una nuova luce sul dibattito relativo alla riforma della governance economica e alla scadenza della sospensione del “patto di stabilità e crescita” insieme alle regole degli aiuti di Stato e al ruolo del sistema bancario.
Contestualmente, la Commissione europea deve aprire una riflessione sulle priorità del Next Generation Eu, nato per far fronte all’emergenza della pandemia, finalizzato alla transizione ecologica e digitale e chiamato ora ad affrontare nuove e probabilmente più gravi emergenze.
Il Movimento europeo ha chiesto che, sulla base della posizione unitaria dell’Unione europea e conformemente all’articolo 34.2 del Trattato sull’Unione europea, l’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza Josep Borrell Fontelles sia invitato ad esprimere la posizione dei Ventisette davanti a Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Il Movimento europeo ritiene, infine, che debba ancora essere tentata la via della pace, della de-escalation, della sospensione di qualunque azione militare. E ritiene che debba essere promossa dall’Unione europea una Conferenza europea sulla sicurezza e sulla pace sotto l’egida dell’Osce e delle Nazioni Unite, ripartendo dagli accordi di Helsinki, con l’obiettivo di sottoscrivere un trattato internazionale fra tutti gli attori coinvolti sul continente europeo.
In questo modo si potrà superare l’azione in ordine sparso dei Paesi europei e il quadro ristretto che portò Francia, Germania, Russia e Ucraina, nel febbraio 2015, alla sottoscrizione dei “secondi accordi di Minsk” che non sono mai stati rispettati e applicati dall’Ucraina e dalla Russia.
Fonte: Linkiesta.it

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