Manca ormai un mese al referendum confermativo sulla riforma costituzionale della Giustizia.
Oggi il potere giudiziario, ossia i magistrati, detengono una forza all’interno dello Stato a mio avviso sempre più sbilanciata rispetto al potere legislativo ed esecutivo. Lo considero un dato oggettivo anche solo per un aspetto pratico: i politici per lo più cambiano ma i magistrati rimangono al potere per tutta la loro carriera, quindi ben oltre i 30 anni.
I magistrati spesso svolgono anche ruoli politici e poi rientrano in Magistratura, come se nulla fosse. Da un report delle Camere Penali del 2025, al momento sono circa 155–214 i magistrati fuori ruolo in Italia, ossia, distanti dal servizio giudiziario ordinario. Di questi, circa una cinquantina sono in incarichi che includono ruoli politico-amministrativi o istituzionali. Insomma, i magistrati, sia inquirenti che giudicanti, si trovano ad avere per le mani il potere legislativo ed esecutivo. Un corto circuito molto emblematico e pericoloso.
Ma non basta. I magistrati quasi mai rispondono dei propri errori. Il motivo è semplice: vengono giudicati disciplinarmente dai loro colleghi del Csm. Un dato semplice. Dal 2017
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