Scene a cui non avremmo francamente mai voluto assistere. Scene che, avvenute qualche giorno fa e passate sottotraccia, nel 2026 ai tempi del web ma soprattutto dei social fanno repentinamente il giro del mondo. Stavolta, le nuove ricchissime e sfrenate frontiere del calcio mondiale ovvero quelle saudite, si sono rese protagoniste di un accadimento che non solo non vanta niente a che fare con sportività e lealtà, bensì coi primordiali valori della vita e dell’essere umano.
Qualche giorno fa, in un match dominato e stravinto dalla potente Al Hilal di Simone Inzaghi in trasferta sul campo dell’Al-Taawoun, mentre Ruben Neves in piena ripresa si apprestava a battere una punizione sente qualcosa che non va, qualcosa di poco carino. Cori, cori lanciati dalla tribuna sovrastante, che intonavano il nome di Diogo Jota. Suo amico fraterno ai tempi di Wolverhampton e della nazionale portoghese, l’asso del Liverpool drammaticamente rimasto vittima dell’incidente stradale dell’estate 2025.
Lui si gira e con signorilità rivolge alla tribuna sguardo scettico, semplicemente indignato. L’indignazione è quella generale, coinvolgente, che diventerà globale nel giro di pochi giorni. Anche la Federazione Saudita s’è imposta: secondo il suo articolo 51, il club paga per tutti. Due turni a porte chiuse: il minimo, verrebbe quasi da commentare. Anche Cristiano Ronaldo, altro compagno di Diogo, esprimerà dissenso ed indignazione sui propri canali social. Certe espressioni, incomprensibili, restano intollerabili, a qualsiasi latitudine.

