Clamoroso il vento, anzi ormai l’uragano, che attanaglia Gianni Infantino. Una vera e propria tempesta mediatica sta minando sempre più la sua posizione, in vista delle prossime elezioni a Presidente della Fifa. Nel prossimo futuro infatti, nello specifico candidature da presentare entro il 18 novembre per elezioni previste a marzo, federazioni e nazionali saranno chiamate a votare per il nuovo numero uno del mondo del calcio, chi capeggerà l’organismo calcistico più importante al mondo.
Dal Mondiale discusso, alla paventata mossa di cedere quote a realtà private delle prossime edizioni. Fino alla sfiducia, già decantata, di Galles ed Inghilterra. Adesso una nuova ondata che arriva dritta dritta dal Medioriente, in particolare dalla Giordania. A lanciar la schermaglia è direttamente Ali Hussein, terzo figlio del Re di Giordania ed attualmente capo della Federazione. Tra l’altro fu ex candidato sconfitto alla presidenza Fifa, da Infantino stesso. Aspetto che non va sottovalutato.
Il presidente della federazione della Giordania ha specificatamente spiegato e sostenuto in un post X come rivendichi il pagamento del premio per il raggiungimento della finale poi persa col Marocco dell’ultima edizione della Coppa Araba Fifa. Ha spiegato, in maniera tra l’altro tutt’altro che velata, come dalla Fifa gli abbiano evidentemente fatto intendere che, per veder quel premio, avrebbe dovuto sostenere ancora Infantino alle prossime edizioni.
Lui respinge ogni tipo di ricatto e denuncia così: “Le questioni aperte riguardanti la FIFA sono numerose. Vorrei iniziare chiarendo quali siano alcune di queste dal punto di vista della nostra Federazione (FA), in particolare quella della Giordania, che partecipa a un Mondiale per la prima volta. Siamo un Paese piccolo con un budget federale molto limitato e abbiamo dovuto affrontare ostacoli enormi. In primo luogo, la questione dell’ingresso dei nostri tifosi negli Stati Uniti: non a tutti è stato concesso il visto, nonostante fossero in possesso dei biglietti (venduti, peraltro, a prezzi esorbitanti). In secondo luogo, siamo soggetti a tassazione da parte del governo statunitense, tramite la FIFA, per la nostra partecipazione; si tratta di denaro che dovrebbe essere destinato a giocatori e staff. Questa situazione non ha riguardato le squadre che hanno giocato e stabilito il proprio ritiro in Canada o in Messico; noi, invece, ci siamo trovati negli Stati Uniti e ora dobbiamo far fronte a ingenti costi fiscali legati alla nostra partecipazione. In terzo luogo, attendiamo da dicembre il pagamento dei premi spettanti ai nostri giocatori per la Coppa Araba in Qatar, un evento organizzato dalla FIFA. La somma dovuta alla nostra squadra per aver raggiunto la finale non è ancora stata erogata, mentre la FIFA si vanta dei miliardi che detiene in riserva. È evidente che il problema risiede nella leadership. Per mesi, la FIFA si è rifiutata di fornirci assistenza su queste e altre questioni, finché, durante il Mondiale, mi è stato comunicato verbalmente che, se avessi sostenuto la candidatura di Infantino, ciò avrebbe contribuito notevolmente ad aiutare la nostra Federazione. In Giordania siamo orgogliosi di difendere valori etici. Non lo abbiamo sostenuto in passato e certamente non lo faremo ora. L’intera vicenda si configura come un ricatto, al quale ci rifiutiamo di cedere”.

