Il Msi è parte della storia d’Italia. Onorarne i fondatori è un atto dovuto, altro che scandalo

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No, il Msi non fu un «partito orrendo» (copyright Giuliano Ferrara). Fu, semmai, una riserva di persone per bene accomunate dalla condizione di esuli in patria. A tanto li condannava la scelta di militare in un movimento, i cui fondatori avevano accettato il verdetto della storia ma non i giudizi liquidatori sul regime mussoliniano. E neppure il ribaltone venticinqueluglista che nello spazio di un annuncio radio aveva trasformato gli italiani da tutti fascisti in tutti antifascisti. E questo spiega perché a unire i missini non era tanto un programma elettorale quanto uno stato d’animo, ben condensato nella formula «non rinnegare, non restaurare».

L’accanita discriminazione contro il Msi

È qui, infatti, in questo primato della psicologia sulla politica che s’innerva la storia – tormentata ed esaltante – del Msi, partito sopravvissuto con successo alla più accanita discriminazione mai sperimentata nella storia di una democrazia occidentale. Ma nello stesso tempo partito che frequentava il Parlamento, praticava la democrazia, celebrava congressi, alternava leadership, partoriva correnti, subiva scissioni, sosteneva governi e inquilini del Quirinale. Partito vivo e reattivo, che le ha prese e le ha date in nome di un anticomunismo senza compromessi in anni in cui – per dirla con parole altrui – lo spaccio della bestia trionfante aveva i portoni spalancati e un commercio avviatissimo.

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I voti in frigorifero

Certo, il Msi si beava del proprio isolamento e custodiva gelosamente in frigorifero i propri voti. Ma all’occorrenza sapeva scongelarli. Predicò e praticò, infatti, opposizione dura, ma corteggiò Malagodi, si unì ai monarchici, inglobò reperti di antiquariato democristiano e pezzi di società civile (tra cui il marito della senatrice Liliana Segre) ai tempi della costituente di destra. L’obiettivo, manco a dirlo, era uscire dal ghetto e farli contare quei tre milioni di voti

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