Il gender reveal è il party del disagio

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Dagli Stati Uniti non importiamo solo serie televisive di successo e teorie cospirazionistiche, ma anche tutte le più improbabili celebrazioni ridicole che devono sorbirsi gli amici e i conoscenti delle donne in gravidanza. Negli anni siamo passati dalla “torta partoritrice” per annunciare alle amiche la gravidanza (cercatevele su Google immagini, roba da film di Dario Argento) al più recente “gender reveal”, party che prevede l’annuncio alla collettività del sesso del nascituro.

Nella migliore delle ipotesi al gender reveal partecipano solo i parenti e amici stretti, con un annuncio via whatsapp oppure con una cartolina,nella peggiore si ritiene che l’intero quartiere debba essere informato della bella novella. Pateticismi da universo alternativo distopico che ci impongono un’unica domanda: perché? Perché alla collettività dovrebbe fregare qualcosa di un’informazione privata, su una famiglia che magari manco si conosce e che viene inoltre comunicata in maniera teatrale, pacchiana e invasiva?

C’è chi crede che sia un’usanza che riguarda solo personaggi di un certo ceto sociale o contesto socioculturale svantaggiato, ebbene no, i paladini del gender reveal sono diventati anche alcuni influencer multimilionari, che non vivono certamente contesti sociali difficili e che un’istruzione bene o male l’hanno avuta. Quindi no, non possiamo appellarci al colpevole di tutti i mali: “il contesto socioculturale” …che generalmente è capace di giustificare ogni cosa agli occhi dei santi che giudicano chi giudica.

In cosa consiste il gender reveal invasivo? Beh, ha varie modalità di esecuzione.

L’estate scorsa diventò virale il video di un gender reveal proiettato sulla facciata di un palazzo di un quartiere popolare, quasi due minuti di terrore con la coppia di futuri genitori emozionatissima e sorpresa dall’epilogo della proiezione e qui viene quindi da chiederci: ma chi l’ha organizzata ‘sta sorpresa? Il ginecologo all’insaputa di tutti? No, indagando si scopre che generalmente la coppia chiede al ginecologo di scrivere il responso dell’ecografia in una busta che poi sarà consegnata a chi di dovere.

Poi abbiamo avuto la tizia che in un gruppo Facebook di mamme pancine dichiarò di aver recuperato i numeri telefonici di tutti quelli che abitano nella sua strada per poteri avvisare a voce della lieta scoperta, roba che le telefonate dei call center a paragone non ci apparirebbero più tanto disturbanti. In fine, a Pozzuoli, qualcuno ha affittato di recente un elicottero per poter spargere del fumo rosa sul quartiere, per far sapere a tutti di una femminuccia in arrivo. Chissà se avevano i permessi per una tale cafonata, il realismo mi dice di no.

Quindi questi gender reveal possono anche diventare pericolosi per la collettività, certamente impattanti per l’ambiente e tragici sul piano psicologico, visto che rimestano e rinforzano alcuni stereotipi sul binarismo di genere che per le persone normali sono superati da parecchio. Non c’è video di Fedez che tenga contro elicotteri, stadi e colline colorati di azzurro per i maschietti e rosa per le femminucce. Inoltre nel 2022 non dovrebbe fregarti se stai per avere un maschio o una femmina, non dovrebbe proprio esserci la volontà di saperlo o di esprimere preferenze per una pratica datata e anacronistica.

Chi ha portato nel mondo questa piaga? Nel 2008 la blogger californiana Jenna Karvunidis fece farcire una torta di rosa, per annunciare agli amici e parenti l’arrivo in famiglia di una bimba. Nel 2019, in un’intervista al Guardian, si dichiarò pentita di aver portato nel mondo una tale violenza visiva, anche perché la figlia, con la crescita, aveva espresso un’identità di genere diversa dall’idea della principessina con gonna, capelli lunghi, vestitino rosa e farfalle.

In campo culinario l’Italia non poteva di certo limitarsi alle torte, proprio ieri su TikTok ho visto la “burrata gender reveal”, noi siamo sempre avanti!

 

 

 

 

Il gender reveal è il party del disagio

fonte https://www.nextquotidiano.it/gender-reveal-party-cosa-e/

foto: pixabay

 

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