Non è stato un weekend come gli altri, l’ultimo di Nations, nel calcio internazionale. Perché quel Vecchio Continente ha saputo ancora una volta raccontar storie che emozionano. Destini mai banali, tramonti tremendamente romantici. Perché la carta d’identità scorre per tutti, anche per i più grandi. Ecco che stavolta i riflettori del calcio europeo hanno deciso d’accendere la sfera del sentimento sui Balcani, in Bosnia.
Già, una Bosnia in piedi per Edin Dzeko. Sarajevo saluta ed incorona per sempre il suo più grande imperatore calcistico. Perchè calciatori del genere non nascono tutti i giorni. Scandiscono generazioni e patrie. In questo caso, più generazioni. Perchè Edin, in Bosnia, è stato tutto questo.
Pluridecennale. Più decenni. D’altronde 152 partite e 73 gol, come lui nessuno mai, non si potrebbero spiegare altrimenti. Ecco perchè Sarajevo non ha vissuto ore semplicissime, per le coronarie del proprio popolo. L’ultima di Dzeko con la maglia della nazionale bosniaca sarebbe stato un evento atteso e seguito da un’intera nazione.
In fondo il risultato di Bosnia-Svezia di venerdì sera non interessava a nessuno. Finirà 1-1, futuro Alajbegovic che risponderà a Gyokeres, ma poco importa. Perchè il gigante era già uscito. 62 minuti per Edin, quindi cambio e pasillo de honor, compagni che si affrettano per destinar l’ultimo saluto come condottiero meritasse. Un gol annullato, ma poco importa. L’ultima, a 40 anni suonati, è stata bella così.
Fuochi d’artificio a Zenica, maglia gigante alla Fiamma Eterna a Sarajevo. Perchè Dzeko è stato piu di un campione. Il canto del cigno.. del cigno di Sarajevo. Ha emozionato tutti, aldilà dei confini.

