“Vogliamo libertà, non tamponi!”, “vogliamo la democrazia, non la dittatura”, “buttiamo giù il CCP!”, “abbasso Xi Jinping”. Chi è sceso in strada a Shanghai per manifestare la propria rabbia contro le nuove misure restrittive anti-Covid — che il Partito Comunista Cinese (CCP) ha reintrodotto a fronte di un sensibile aumento dei contagi (oltre 39mila sabato 26 novembre, mai così tanti dichiarati) — era ben consapevole del risalto che avrebbe avuto. Altrettanto consapevole dei rischi (le autorità cinesi non intendono certo sembrare deboli), chi manifestava ha lanciato slogan a effetto.
Tra le consapevolezze in campo su questa vicenda — tutt’altro che nuova, tutt’altro che risolta — c’è anche quella del Partito/Stato, che ha messo in conto contestazioni popolari contro il governo. Le assorbe, le tollera per quanto possibile (ossia senza sembrarne impaurito). La situazione potrebbe cambiare però se si vanno a intaccare aspetti più profondi della narrazione politica nevralgica. Evocare la libertà e la democrazia, in sostanza un modello opposto a quello del Partito stesso, può diventare un rischio.
Il mondo guarda quei video, ascolta quegli slogan. Gli


