Sentenza Tiberio: condanna e sospensione per il sindaco di Sperlonga Armando Cusani

Si è concluso dinanzi al secondo collegio del Tribunale...

Neonato morto a Trieste: indagato il padre per omicidio e maltrattamenti

TRIESTE - Un uomo di 30 anni è indagato...

Capitale Italiana della Cultura 2028: domani la proclamazione della vincitrice

ROMA - Dalla Liguria alla Toscana, passando per Romagna,...

Omicidio Ilaria Sula, il reo confesso in aula: “Un velo sugli occhi e poi i colpi”

ROMA - In aula a Roma, la confessione di Samson ha...
spot_imgspot_img

Flixbus rimborsa il viaggio per quelli che tornano nel proprio Comune a votare

La società fornirà un vocheur che ha il valore dell’importo della tratta di andata, utilizzabile solo una volta

Le famiglie imprenditoriali italiane puntano sulle società digital e fintech. Lo studio dell’Osservatorio Polimi

Sono 214 i family office italiani e si concentrano in Lombardia, in particolare Milano: è quanto emerge dall’aggiornamento del censimento condotto dall’Osservatorio Family Office, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano in collaborazione con il Centro di Family Business Management della Libera Università di Bolzano. Lo studio analizza caratteristiche e comportamenti delle famiglie imprenditoriali italiane anche attraverso un questionario distribuito in maniera capillare. La ricerca si basa su un rigoroso censimento della popolazione italiana dei family office, il primo condotto in Italia e costantemente aggiornato, e su un questionario somministrato a tutti i soggetti attivi, oltre a interviste dirette e focus group con diversi stakeholder. Cosa sono i Family Office In Italia queste società che forniscono servizi di gestione del patrimonio a una (single-family) o più (multi-family) famiglie imprenditoriali sono un fenomeno relativamente recente, ma sempre più incisivo: i ritorni sugli investimenti nel 2021 sono stati infatti per la maggior parte al di sopra, o molto al di sopra, delle aspettative. Due terzi dei single family office hanno aumentato dal 2020 al 2021 il peso del private equity (in media pari al 14%) nella propria asset allocation, anche se tutti hanno dichiarato di volerlo fare crescere nei prossimi 5 anni. Ma soprattutto, i single family office puntano sempre più la loro attenzione sull’economia reale: sono 94 i deal condotti dal 2016 ad oggi su imprese attive, di cui 67 con valore noto, per un totale di 532 milioni di euro di investimento, di cui 256 milioni solo nel 2021. Si tratta in particolare di aziende dell’Ict, dai portali alle piattaforme digitali, alle società fintech, fondate per lo più nel decennio 2011-2021 o in quello ancora precedente, con sede prevalentemente in Lombardia (56%) e Veneto (il 13%). Anche le considerazioni di natura ambientale e sociale (ESG) iniziano a essere rilevanti nei processi d’investimento e di asset allocation dei family office, tuttavia manca ancora una svolta decisiva verso l’adozione di metriche di finanza socialmente responsabile (SRI), soprattutto a causa dell’incertezza del momento e di una discontinuità troppo forte con la strategia che la famiglia ha perseguito storicamente. I numeri dei Family Office Il fenomeno dei family office in Italia ha registrato un’evidente accelerazione dal 2000: circa 140 dei 214 attualmente censiti (di cui 7 operanti all’estero) sono stati fondati nell’ultimo ventennio, più di 70 solo dal 2011. La grande maggioranza ha sede legale in Lombardia (59%), in particolare a Milano, seguono Veneto (12%), Piemonte (8%) ed Emilia Romagna (7%). Più della metà (52,8%) è rappresentata da multi-family office professionali, strutture formalmente indipendenti, aperte al mercato, che raggruppano professionisti per servizi di consulenza e gestione del patrimonio a più famiglie. Il restante 47,2%, che ha visto un vero boom dall’anno scorso (oltre 10 punti percentuali in più) in continuità con il trend dell’ultimo decennio, è invece composto da single family office, controllati da una sola famiglia che è anche la destinataria dei servizi. Strategia, struttura e organizzazione dei Family Office Dal sondaggio emerge una fotografia precisa dei family office italiani. Il 39% dei single family office serve una famiglia internazionale e la stragrande maggioranza (78%) ha una direzione di tipo famigliare, con in media sei professionisti a supporto di cui due nella gestione direzionale: nel 61% dei casi l’amministratore delegato (o ruolo equivalente) è un membro della famiglia, ha in media 58,8 anni e ricopre la posizione da quasi 14 anni. Il management del family office coinvolge 2 volte su 3 (65%) solo la generazione più senior, appena nel 33% dei casi l’azionariato è multigenerazionale. Più della metà dei single family office ha già in essere, o sta valutando, accordi formali o informali per la continuità generazionale e la successione, benché un 31% non abbia ancora discusso il tema né voglia farlo del medio-breve periodo. La pianificazione della continuità passa prettamente attraverso l’educazione delle nuove generazioni: il 52% dei family office dichiara di aver già definito, in modo formale o informale, piani e programmi per educare alla proprietà responsabile i propri successori, e il 35% li sta valutando. Un altro tema che tocca tutti i family office è quello della protezione dei dati: gli intervistati dichiarano di aumentare di anno in anno il budget destinato alla cybersicurezza, con una crescita sostanziale stimata attorno al 30%. Quanto ai multi-family office, metà di essi servono meno di 10 famiglie clienti, spesso internazionali (circa la metà dei membri hanno residenza o cittadinanza estera) e sono composti mediamente da 25 professionisti, di cui solo 4 hanno un ruolo all’interno della gestione direzionale. L’amministratore delegato (o ruolo equivalente) ha in media 54,8 anni e ricopre la posizione da circa 12 anni. Le dichiarazioni dei responsabili dello studio “Il rapporto family office 2022 approfondisce diverse tematiche rilevanti per le famiglie imprenditoriali italiane", commenta Josip Kotlar della School of management del Politecnico di Milano, responsabile dello studio insieme ad Alfredo De Massis della Libera Università di Bolzano. "La parola che meglio rappresenta il lavoro svolto in questa seconda edizione dello studio è ‘diversità’: spesso si parla dei family office", continua Kotlar, "come un tipo di organizzazioni omogenee, con molte caratteristiche ricorrenti, invece, grazie all’approccio diretto con il mondo dei professionisti e la raccolta e l’analisi di dati quantitativi e qualitativi, possiamo affermare che non è affatto così". "Questa ricerca", aggiunge Alfredo De Massis, "punta a evidenziare che, seppur con velocità diverse, le famiglie stanno diventando sempre più professionalizzate e consapevoli, una spinta accelerata dal Covid e dall’ingresso delle nuove generazioni nella gestione del capitale. I family office sono ottimamente posizionati per diventare un motore importante nello sviluppo economico e sociale del Paese”. L’articolo Le famiglie imprenditoriali italiane puntano sulle società digital e fintech. Lo studio dell’Osservatorio Polimi è tratto da Forbes Italia.

Oltre le birre trappiste: come i monaci stanno riscoprendo con successo l’antica arte liquoristica

“Ora et labora”: il motto della regola benedettina è talmente celebre che spesso tendiamo a dimenticare quanto questa filosofia monastica abbia influenzato la nostra società. Il dividere la giornata tra preghiera e lavoro ha dato il tempo ai monaci di preservare la nostra cultura grazie all’instancabile lavoro di trascrizione che ha traghettato l’opera greco-romana e la storia europea precedente fino alla contemporaneità. Ma non solo. Spesso si dimentica che oltre al nobile sostegno alla cultura, gli ordini monastici hanno contribuito allo sviluppo dei settori più disparati, dall’agricoltura all’industria. Ma se ci sono campi in cui i religiosi hanno sempre eccelso è quello della produzione di bevande alcoliche. Alcune di esse, come le celebri birre trappiste (da non confondersi con quelle che vengono chiamate di “abbazia” o “abbayes” che invece appartengono ai grandi gruppi brassicoli) sono ricercatissime in tutto il mondo. Altre, invece, come i liquori e gli amari sono oggi poco più che souvenir, reputati come specialità locali invece che prodotti d’eccellenza. Eppure, ci sono alcuni ordini come i Certosini che, con la propria arte liquoristica, hanno saputo conquistare tutti i cocktail bar del mondo, ma anche creare introiti sufficienti per sostenere tutti i confratelli, mentre alti ordini come i Vallombrosiani stanno riscoprendo le proprie tradizioni, tra cui quella di uno dei primi Gin ancestrali. Proviamo a ripercorrere questa storia e a capire come e perché gli spirits monastici potrebbero nei prossimi anni seguire la stessa parabola di successo che ha coinvolto il mondo delle birre. Monaci e distillazione, una storia secolare La storia della distillazione e della liquoristica è antica tanto quanto l’arrivo del primo alambicco in Europa, se non di più. Fu infatti a seguito della prima crociata (1096-1099), che nella Gerusalemme liberata furono trovati strani oggetti di rame, dall’uso sconosciuto. Erano gli alambicchi con cui gli Arabi distillavano nella loro ricerca alchemica che voleva portare alla scomposizione e alla purificazione della materia. Dai porti della Terra Santa le nuove tecnologie partirono insieme ai frati benedettini che ne avevano imparato l’utilizzo e li portano con loro nella più grande scuola medica dell’epoca, la Scuola Salernitana. Qui si ricercano e si studiano le proprietà delle piante, e tramite la nuova tecnologia se ne provò ad estrarre le virtù a scopo medico. A differenza della religione mussulmana, quella cattolica non pone vincoli all’assunzione degli alcolici, e questa nuova modalità d’assunzione prese a sua volta piede e tramite i monasteri questa tradizione si diffuse in tutta la penisola, e si cominciarono a distillare le piante e la frutta. Solo con il rinascimento e Caterina de Medici si comincia ad abbandonare lo scopo meramente medico degli alcolici e a inserirli sulle tavole per il piacere del palato. Nasce così una 'laicizzazione' dei liquori e dei distillati, diventati oggetto del desiderio della nobiltà e poi con il tempo del popolo, anche se l’idea delle virtù medicinali non si è perso fino a tempi recenti. In questo nuovo mondo, i liquori dei monasteri sono rimasti per secoli una nicchia all’interno di un mercato sempre più competitivo. Tra cocktail e collezionismo [gallery size="full" columns="1" link="none" ids="150739,150740"] Se per molti monasteri la modernità ha coinciso con la perdita di mercato, ve ne è uno leggendario il cui liquore di erbe detiene tutt’oggi il ruolo di secondo più veduto al mondo dopo Campari. Si tratta di Chartreuse, creato dall’omonimo ordine (in italiano i Certosini) a seguito di una storia che affonda nella leggenda. Nato nel 1605 nella certosa di Vauvert (Parigi) che si trovava nei pressi dell'attuale Jardin du Luxembourg a seguito della donazione da parte del Duca François-Annibal d'Estrées di un manoscritto contenente quella che doveva essere la formula di un elisir di lunga vita, la sua produzione viene spostata nel 1737 presso la grande certosa di Grenoble. Il prodotto dell’epoca era l’Elisir vegetale della Grande-Chartreuse, un liquido ad alta gradazione alcolica con estrazioni fatte sia per distillazione che per infusione a vapore, usato come medicamento. Nel 1764 nasce il vero e proprio liquore dall’inconfondibile colore verde, mentre nel 1838 una seconda versione del liquore, meno erbacea e più speziata, chiamata Chartreuse gialla. Se la ricetta rimane segreta ed in mano ai monaci, e la produzione è di loro esclusiva competenza, esiste a fianco una società di commercializzazione che si chiama Chartreuse Diffusion, che dal 1970 si occupa degli aspetti più terreni del commercio in cambio di un compenso pagato ai monaci. Di questa azienda i numeri sono ben noti, e si parla di un fatturato superiore ai 17 milioni di euro. A tenere vivo il mercato non è soltanto l’utilizzo di Chartreuse in molti cocktail classici come il Last Word o l’Alaska, o in nuove creazioni come l’ormai popolarissimo Naked and Famous, ma anche l’enorme passione del sottomondo dei collezionisti che arriva a spendere cifre da capogiro per alcune bottiglie diventate ormai introvabili, come quelle della distilleria spagnola di Tarragona dove i monaci si rifugiarono dopo esser stati cacciati dalla Francia dal 1903 e la produzione della Chartreuse fu spostata fino al 1929. Vallombrosa, il reduce dei boschi [gallery size="full" columns="1" link="none" ids="150736,150737"] Sui monti toscani esiste l’Abbazia madre dell’ordine dei Vallombrosiani fondata da San Giovanni Gualberto nel 1039 sulla base della regola benedettina nell’omonima località in provincia di Regello. Tra gli obbiettivi che da sempre l’ordine si è posto vi è quello della tutela del creato, e non a caso sono conosciuti anche come "monaci forestali". Oltre a gestire la foresta i monaci hanno coltivato per secoli l'abete bianco in purezza, e riprendendo il discorso iniziale dell’innovazione degli ordini religiosi, si deve a loro tecnica selvicolturale del "taglio raso con rinnovazione artificiale posticipata".  Qui ancora si continua a tener viva la secolare tradizione liquoristica che crea numerosi prodotti per il monastero, ma anche per altri dell’ordine, come il Liquore Montenero dell’omonima abbazia di Livorno. Ma il vero motivo per il quale Vallombrosa è famosa nel mondo degli appassionati è che qui si conserva ancora l’antica tradizione del Gin, che proprio in Italia affonda le proprie radici anche se poi furono olandesi e soprattutto i britannici a renderlo quello che è oggi. Curiosamente, se le erbe abbondano nei liquori, a dispetto di tutte le mode moderne e contemporanee del gin, in quello di Vallombrosa vi è una sola botanica: il ginepro toscano della foresta antistante. Il segreto di come e quanto questa pregiatissima bacca debba macerare in alcool, e del come e del quanto vada filtrata non è divulgabile al di fuori delle spesse mura di pietra dell’abbazia. Anche le quantità di produzione sono alquanto esigue, si parla di meno di 5mila bottiglie all’anno, e nonostante la richiesta sia sempre crescente i monaci non vedono questo lavoro come una fonte di guadagno ma come una missione e tendono ad essere restii a correre dietro uno sviluppo forzato e non necessario. L’articolo Oltre le birre trappiste: come i monaci stanno riscoprendo con successo l’antica arte liquoristica è tratto da Forbes Italia.

La società fiorentina che riqualifica le strutture storiche, dando vita a immobili di pregio

Articolo tratto dal numero di agosto 2022 di Forbes Italia. Abbonati! Ristrutturare e arredare immobili d’epoca è un’arte complessa. Una danza, tra passato e presente, che deve esaltare senza snaturare, proiettare nel presente facendo dialogare epoche e linguaggi diversi. Ma è anche un’arte da maneggiare con cura. [caption id="attachment_149670" align="aligncenter" width="530"] Il fondatore Pasquale Cataldi e Maria Sidelnikova, chief marketing officer.[/caption] Lo sa bene Altus Lifestyle, società internazionale di real estate con sede a Firenze, che si occupa di riqualificare strutture storiche, dando vita a sviluppi immobiliari di grande pregio. Il suo fondatore, nel 2016, è Pasquale Cataldi insieme all’imprenditore italo-messicano Fabio Massimo Covarrubias e all’architetto Michele Morandi: un team a cui si è unita successivamente Maria Sidelnikova nel ruolo di chief marketing officer. Diversamente da altri player del settore, Altus Lifestyle si occupa di tutte le fasi del progetto immobiliare, dall’acquisizione degli edifici fino alla progettazione degli spazi, dalla realizzazione dei lavori all’arredo. Con un obiettivo: esaltare il patrimonio culturale degli immobili, e offrire ambienti freschi e dallo stile contemporaneo, dove innovazione e tecnologia si intrecciano alla storia. [gallery size="full" columns="1" link="none" ids="149673,149674"] Situati tra Firenze, Milano ma anche all’estero, dalla Spagna al Messico, gli immobili Altus Lifestyle restituiscono lo spirito e le atmosfere dei luoghi in cui si trovano: “Ogni progetto ha una storia a sé, e ogni architettura va trattata secondo il suo genius loci: per questo non si può applicare lo stesso l’approccio progettuale a un palazzo storico fiorentino e a una location in Messico. Oltre al restauro, il palazzo storico va tutelato e valorizzato in tutte le sue caratteristiche architettoniche, senza operare in maniera invasiva ma, soprattutto, senza creare una competizione tra antico e contemporaneo”, spiega Morandi. Dopo essere stati restaurati, gli affreschi, gli stucchi e gli elementi architettonici originali vengono messi in risalto attraverso sapienti sistemi di illuminazione che fanno emergere i dettagli, e attraverso arredi che si sposano con il loro carattere. “Alla base c’è sempre il rispetto delle memorie dell’edificio. Quando iniziamo un progetto, la prima cosa è saper leggere l’architettura dell’immobile e saper valorizzare i suoi aspetti più salienti. Solo dopo calibriamo il progetto”. Tantissime, le sfide progettuali che ha dovuto affrontare la società. “La più importante? Sembrerà strano ma non è stato un palazzo di grandi dimensioni, bensì un appartamento di 300 mq sul Lungarno, a pochi passi da Ponte Vecchio: la difficoltà maggiore è stata quella di coniugare il restauro degli ambienti con l’installazione di un sistema impiantistico all’avanguardia. Grazie a un team di ingegneri siamo riusciti a creare ambienti pulitissimi, nascondendo tutti gli elementi visivamente poco piacevoli”. Seguendo le esigenze del settore, ogni immobile Altus viene fornito già arredato. “In ogni proprietà, in Italia come nel mondo, cerchiamo di promuovere il design italiano. I nostri fornitori sono top brand come Poltrona Frau, Minotti, Giorgetti, Poliform, Moroso, B&B Italia, Rimadesio, Paola Lenti e altri”. Ma c’è anche un’altra particolarità: “Uno dei nostri principi fondamentali è quello di pensare all’arredamento fin da subito, anche attraverso la realizzazione di mobili ed elementi su misura: dallo zoccolino all’armadio, passando per le luci. In alcuni progetti, per esempio, abbiamo disegnato tutta l’illuminazione”. A creare gli elementi su misura sono artigiani toscani: “Ci affidiamo a realtà di nicchia; ci piace lavorare con il falegname, il fabbro, parlare con loro e creare uno scambio profondo. La Toscana, ma anche tutta Italia, è ricchissima di queste eccellenze. I nostri artigiani sono professionisti meravigliosi”. Una filosofia, quella di promuovere l’artigianato locale, che viene applicata anche agli immobili oltreoceano. Come è successo a Tulum con il progetto Mudra, un complesso di 12 appartamenti situati in una palazzina di tre piani in uno dei quartieri più in voga della città. Progettato dall’architetto Luis Alejandro Cuesta Perusquia, “è stato forse il nostro progetto più divertente. Qui abbiamo utilizzato materiali e tecniche locali, fondendole a un layout fresco e contemporaneo. Abbiamo fatto emergere le peculiarità architettoniche del luogo appoggiandoci ad artigiani della zona, che hanno creato piastrelle e altri elementi usando materiali poveri e naturali. Una dimostrazione che, a volte, lusso non fa rima con costoso. Tutto sta nel rispettare luoghi, atmosfere e tradizioni locali con semplicità e raffinatezza”. L’articolo La società fiorentina che riqualifica le strutture storiche, dando vita a immobili di pregio è tratto da Forbes Italia.

Il “Buy now pay later” di Klarna conquista anche il calcio: accordo con la Roma sugli abbonamenti per lo stadio

Acquistare un abbonamento per lo stadio e pagarlo in tre rate. Per chi tifa Roma, ora è possibile. Ha avuto un ottimo seguito infatti l'accordo stretto tra Klarna, società attiva in tutto il mondo nel campo dei pagamenti flessibili e l'AS Roma, che una novità per i tifosi , per la prima volta per un club di Serie A, ha permesso di dividere la spesa per l’abbonamento in 3 rate e senza interessi. Un’alternativa al credito che permetterà loro di superare le barriere legate ai costi. Sono stati infatti quasi 7.000 gli abbonati che hanno scelto questa modalità di pagamento inedita che a breve si estenderà non solo a tutti gli acquisti che riguardino il ticketing giallorosso ma anche all'interno dello store online. “All’interno del Club ogni nostra decisione è presa con l’intenzione di offrire ai nostri tifosi un servizio sempre più accessibile e innovativo", spiega Paolo Monguzzi, venue business director di AS Roma. "In Klarna  e nelle sue caratteristiche abbiamo trovato tutto quello che cercavamo: un’innovazione tecnologica che aiutasse i nostri tifosi a rendere l’esperienza di pagamento la più flessibile possibile. Siamo decisamente soddisfatti dell’esperienza avuta durante la fase di vendita degli abbonamenti e siamo certi che un numero sempre maggiore dei nostri tifosi usufruirà di Klarna per i propri acquisti anche nel corso dei prossimi anni”. "La partnership con una squadra di calcio così prestigiosa rappresenta un ulteriore passo importante nel percorso di Klarna in Italia e non solo. Siamo orgogliosi di supportare i tifosi della AS Roma AS Roma e Klarna insieme per offrire ai tifosi un servizio di pagamento flessibile e di offrire loro flessibilità e scelta quando si tratta di acquistare i biglietti online e il merchandising della loro squadra", ha dichiarato Francesco Passone, country manager di Klarna in Italia. Attraverso questa partnership, Klarna conferma e rinforza il proprio impegno in Italia, dove può contare già su più di un milione di clienti, attratti non solo dalle innovative soluzioni di pagamento offerte ma anche dalla collaborazione con oltre 8000 brand italiani e internazionali. L’articolo Il “Buy now pay later” di Klarna conquista anche il calcio: accordo con la Roma sugli abbonamenti per lo stadio è tratto da Forbes Italia.

Innovazione al potere: le foto dell’evento dedicato agli under 30 di Forbes

[gallery ids="147984,147985,147986,147987,147988,147989,147990,147991,147992,147993,147994,147995,147996,147997,147998,147999,148000,148001,148002,148003,148005,148006,148007,148008,148009,148010,148011,148012,148013,148014,148015,148016,148017,148018,148019,148020,148021,148022,148023,148024,148025,148026,148027,148028,148029,148030,148031,148032"] [gallery ids="147979,147978,147977,147976,147975,147974,147973,147972,147971,147970,147969,147968,147967,147966,147965"] Per il quinto anno consecutivo, Forbes Italia ha voluto celebrare i suoi 100 talenti under 30 con un party esclusivo. Una community di giovani che, anno dopo anno, si allarga e che, nella cornice del Principe di Savoia a Milano, ha avuto modo di confrontarsi e fare networking portando idee, visioni imprenditoriali e creatività. Tante le categorie e i settori che i giovani imprenditori vogliono innovare. Considerato anche che, negli ultimi anni, sono entrati in gioco nuovi trend e tecnologie come la blockchain, le cripto e la sostenibilità. I relatori e premiati della serata A salire per prima sul palco, durante la presentazione moderata dal managing editor Daniel Settembre, è stata Camilla Colucci, ceo è co-fondatrice di Circularity, piattaforma per la gestione degli scarti industriali, che ha approfondendo quanto anticipato sul numero di Forbes Italia di marzo di cui è stata protagonista di copertina. LEGGI ANCHE: "L’amazzone del riciclo: l’under 30 che ha creato una startup per gestire gli scarti industriali" Anche quest'anno, sono state tanto le aziende che, in qualità di tutor, hanno scelto di supportare il progetto under 30. Tra queste Haier, che con Emiliano Garofalo, country manager Italia di Haier Europe, ha assegnato un premio ad Alessandro Marinella, brand ambassador di E.Marinella e Arianna Pozzi, fondatrice di Gaia My Friend. Poi è stato il turno del marchio svizzero di orologi Breguet Italia, con il brand manager Maurizio Marino che ha raccontato come un'azienda tanto storica possa continuare, ogni giorno, a fare innovazione. Ospite anche Tracy, vincitrice dell’ultima edizione di Masterchef. Con una travagliata storia personale, la 28enne di origine nigeriana è arrivata in Italia a 12 anni. Negli anni ha sviluppato la passione per la cucina e a marzo è andato in stampa il suo libro “Soul Kitchen, Le mie ricette per nutrire l’anima". Sono continuate poi le premiazioni con Lavinia Fogolari, marketing manager di Asus, che a supporto della categoria Consumer Tech ha premiato Federico Prugnoli, fondatore di Wetacoo, Federico Di Condina, fondatore di Youstart, Giovanni Ghigliotti, ceo di Lesson Bloom, Giovanni Pizza e Fabrizio Pinci, fondatori di BonusX e infine Arianna Pozzi, fondatrice di Gaia My Friend. Le altre storie di giovani di successo A salire sul palco per raccontare la loro storia anche Mattia Marangon e Samuele Rovituso, fondatori di Legolize, Bianca Arrighini e Livia Viganò, fondatrici di Factanza, Petru Capatina e Paolo Bottiglieri, fondatori di WeGlad. Presente alla serata, infine, anche il team "Che fatica la vita da bomber". LEGGI ANCHE: "Chi sono gli under 30 di Forbes Italia per il 2022" L’articolo Innovazione al potere: le foto dell’evento dedicato agli under 30 di Forbes è tratto da Forbes Italia.

Subscribe to our magazine

━ popular

Sentenza Tiberio: condanna e sospensione per il sindaco di Sperlonga Armando Cusani

Si è concluso dinanzi al secondo collegio del Tribunale di Latina il processo "Tiberio", incentrato su gravi episodi di corruzione che hanno coinvolto l'amministrazione...

Neonato morto a Trieste: indagato il padre per omicidio e maltrattamenti

TRIESTE - Un uomo di 30 anni è indagato dalla Procura di Trieste con l'accusa di aver causato la morte del figlio neonato di...

Capitale Italiana della Cultura 2028: domani la proclamazione della vincitrice

ROMA - Dalla Liguria alla Toscana, passando per Romagna, Marche, Lazio, Puglia e Sicilia: sono sette le regioni coinvolte nella corsa finale per il...

Omicidio Ilaria Sula, il reo confesso in aula: “Un velo sugli occhi e poi i colpi”

ROMA - In aula a Roma, la confessione di Samson ha squarciato il silenzio sul femminicidio di Ilaria Sula, la giovane uccisa a coltellate nell'appartamento di via...

Tommy entra, il suo striscione no: scuse Cremonese, la tenera storia che ha commosso il web

C'è una storia che sta commuovendo il web. Quella del piccolo Tommy, tra i pochi sostenitori della Fiorentina autorizzati a seguire il team viola...