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Eritrea: la situazione dei diritti umani rimane disastrosa

Intervenendo alla 52esima sessione dell’Human Rights Council, la Vice Alto Commissario Onu per i diritti umani Nada Al-Nashif ha denunciato che «La situazione dei diritti umani in Eritrea rimane grave e non mostra segni di miglioramento. Continua ad essere caratterizzato da gravi violazioni dei diritti umani. Il nostro Ufficio continua a ricevere segnalazioni credibili di torture; detenzione arbitraria; condizioni di detenzione disumane; sparizioni forzate; restrizioni dei diritti alle libertà di espressione, di associazione e di riunione pacifica. Secondo quanto riferito, migliaia di prigionieri politici e prigionieri di coscienza sono dietro le sbarre da decenni. Inoltre, le vessazioni e la detenzione arbitraria di persone a causa della loro fede continuano senza sosta, con centinaia stimati di leader e seguaci religiosi colpiti». Come se non bastasse, nella ex colonia italiana dalla quale partì la feroce ed effimera conquista fascista dell’Abissinia a suon di “faccetta nera” e di iprite e di massacri,  «Gli eritrei continuano ad essere sottoposti al servizio militare o nazionale a tempo indeterminato, che si è intensificato in seguito al conflitto del Tigray». E la Al-Nashif  ha ricordato «La storia di un giovane il cui fratello è stato costretto a fuggire nella foresta per evitare la coscrizione forzata e vi ha trascorso gli ultimi 8 anni della sua vita nascondendosi, entrando occasionalmente in città di notte, per procurarsi cibo e acqua. I coscritti continuano ad essere arruolati per una durata di servizio a tempo indeterminato oltre i 18 mesi previsti dalla legge, spesso in condizioni abusive, che possono includere l'uso della tortura, della violenza sessuale e del lavoro forzato. Coloro che tentano di disertare il servizio militare vengono detenuti e puniti. L'Eritrea continua inoltre con la pratica di punire i familiari per il comportamento dei parenti che evadono la leva, anche mediante sgomberi dalle loro abitazioni». E’ infatti il servizio militare nazionale che, in un paese militarizzato e in mano a un regime ossificato che ha tradito ogni promessa di socialismo e libertà dei tempi della lotto per l’indipendenza dall’Etiopia, a restare il motivo principale per cui gli eritrei fuggono dal Paese. Secondo l'UNHCR, «Alla fine del 2022 c'erano rispettivamente oltre 160.000 e 130.000 richiedenti asilo e rifugiati in Etiopia e in Sudan, in leggero aumento rispetto agli anni precedenti, principalmente nella fascia di età dai 18 ai 49 anni. Recentemente, ci sono state segnalazioni di alcuni altri Paesi impegnati in rimpatri forzati di richiedenti asilo eritrei, che espongono i rimpatriati a gravi violazioni dei diritti umani nel loro Paese – ha detto la Al-Nashif -  Ribadiamo il nostro appello all'Eritrea affinché allinei il suo servizio militare nazionale con i suoi obblighi internazionali in materia di diritti umani e invitiamo gli Stati a fermare il rimpatrio forzato in Eritrea dei richiedenti asilo». la Vice Alto Commissario Onu per i diritti umani  ha evidenziato che «E’ allarmante che tutte queste violazioni dei diritti umani siano commesse in un contesto di completa impunità. L'Eritrea non ha adottato alcuna misura dimostrabile per garantire la responsabilità per le violazioni dei diritti umani passate e in corso. Nessuna persona è stata ritenuta responsabile per le violazioni dei diritti umani documentate dalla Commissione d'inchiesta sui diritti umani in Eritrea nel 2016 e nel 2017, che ha rilevato che l'Eritrea aveva commesso crimini contro l'umanità, tra i quali riduzione in schiavitù, detenzione, sparizione forzata, tortura e altri atti disumani, persecuzione, stupro e omicidio. Inoltre, l'Eritrea non ha adottato alcuna misura per stabilire meccanismi di responsabilità per le violazioni dei diritti umani internazionali e del diritto umanitario commesse dall’Eritrean Defence Forces (EDF) nel contesto del conflitto del Tigray in Etiopia, come rilevato dal Joint Investigation Team (JIT) del nostro Ufficio e della Commissione etiope per i diritti umani. L'Eritrea ha respinto questo rapporto del JIT e ha permesso ai perpetratori dell'EDF di agire impunemente. Non c'è alcuna reale prospettiva che il sistema giudiziario nazionale ne chieda conto ai colpevoli. Inoltre, i rapporti mostrano che mentre l'EDF ha avviato il ritiro dal Tigray, come richiesto nell'ambito dell'Accordo per una pace duratura attraverso una cessazione permanente delle ostilità firmato a Pretoria, in Sudafrica, nel novembre dello scorso anno, il ritiro rimane molto lento e in gran parte incompleto, il che richiede un monitoraggio e una segnalazione continui della situazione». Poi la Al-Nashif  è passata ad analizzare i rapporti dell’Eritrea con l’Human Rights Council: «Dopo la sua visita in Eritrea nel gennaio 2022 per partecipare al lancio delle discussioni sul quadro di cooperazione allo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, il nostro rappresentante regionale per l'Africa orientale ha condotto una seconda missione in Eritrea nel maggio 2022, su invito del governo. La missione ha esplorato le aree di supporto e assistenza tecnica a seguito delle visite di valutazione tecnica effettuate dal nostro Ufficio nel Paese nel 2015, 2016 e 2017.   Durante la visita, il team ha incontrato i ministri degli esteri, della giustizia, dell'informazione e altri alti funzionari governativi, nonché i nostri partner per lo sviluppo. A seguito di discussioni con le controparti nazionali, sono state identificate cinque aree per una potenziale cooperazione tecnica e supporto da parte del nostro Ufficio, tra cui 1) il rafforzamento dei diritti come parte di un sistema giudiziario trasformativo; 2) l'armonizzazione delle “leggi indigene o tradizionali” in linea con le norme internazionali e regionali sui diritti umani; 3) sostegno a una conferenza regionale sulla giustizia tradizionale; 4) rafforzare i diritti e la protezione delle persone con disabilità; 5) rafforzamento delle capacità sull'impegno effettivo con i meccanismi delle Nazioni Unite per i diritti umani. Oltre a queste due missioni, le autorità non hanno risposto al nostro follow-up per l'elaborazione di un piano concreto di attività e attuazione. Analogamente, a Ginevra, la Missione Permanente [dell’Eritrea] non si è impegnata con il nostro Ufficio, né il nostro Ufficio ha ricevuto alcuna risposta alle comunicazioni relative al coinvolgimento dell'Eritrea nel conflitto nel Tigray. Questa totale mancanza di cooperazione è in netto contrasto con gli impegni dell'Eritrea come membro dell’Human Rights Council e il suo impegno volontario come membro di questo Consiglio a continuare il suo impegno con il nostro Ufficio. Alla luce della mancanza di risposta dell'Eritrea nel corso degli anni, l'OHCHR non è in grado di progredire con l'impegno tecnico e la cooperazione. Mentre accogliamo con favore il maggiore impegno del governo con il Country Team delle Nazioni Unite nel contesto dell'attuazione del quadro di cooperazione allo sviluppo sostenibile dell’Onu, è necessario impegnarsi su questioni fondamentali in materia di diritti umani, attraverso il dialogo con il nostro Ufficio e l'estensione della piena cooperazione ai meccanismi internazionali per i diritti umani. Questo include il relatore speciale sulla situazione dei diritti umani in Eritrea e i titolari del mandato tematico relativo alle procedure speciali, in particolare coloro che hanno richiesto di fare una visita, tra cui il gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria, il relatore speciale sulla tortura e il relatore speciale sui diritti alla libertà di riunione pacifica e di associazione. L'Eritrea è in ritardo anche su una serie di rapporti agli organi del trattato delle Nazioni Unite (il Committee on Economic, Social and Cultural Rights, il Committee on the Elimination of Racial Discrimination e il ommittee Against Torture). Durante il terzo ciclo dell’Universal Periodic Review, el gennaio 2019, l'Eritrea ha assunto importanti impegni a sostegno di 131 raccomandazioni su 261, anche in materia di pace, giustizia e sostegno a istituzioni più forti. Durante l'ultima visita del nostro Ufficio nel maggio 2022, il governo ha dichiarato che un organismo di coordinamento sul reporting  aveva progettato un piano e un quadro d'azione per attuare queste raccomandazioni. Il nostro ufficio non ha visto questo piano nonostante il nostro follow-up». La Al-Nashif  ha concluso ribadendo il suo appello al governo eritreo «Affinché si impegni in un dialogo pieno e franco con il nostro Ufficio. Rimaniamo pronti a costruire su queste missioni in Eritrea, in particolare quelle dello scorso anno, per iniziare ad affrontare alcune delle più gravi preoccupazioni in materia di diritti umani, anche attraverso la fornitura di supporto tecnico. Chiedo inoltre agli Stati membri di incoraggiare e facilitare l'impegno dell'Eritrea con l’Human Rights Council e i suoi meccanismi». L'articolo Eritrea: la situazione dei diritti umani rimane disastrosa sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

I cani randagi di Chernobyl, sopravvissuti al disastro nucleare (VIDEO)

Il 26 aprile 1986 due esplosioni squarciarono la centrale nucleare di Chernobyl (CNPP), allora nell’Ucraina sovietica, casando il più grande disastro nucleare civile che costrinse migliaia di persone a fuggire dall’area più contaminata, lasciandosi dietro case, cose e  gli animali domestici. Nei giorni successivi al disastro, le squadre di intervento  - i famosi liquidatori - hanno cercato i cani abbandonati e randagi per ucciderli ed evitare che diffondessero la radioattività. Ma alcuni di quei cani sembrano essere sopravvissuti e il nuovo studio “The dogs of Chernobyl: Demographic insights into populations inhabiting the nuclear exclusion zone”, pubblicato su Science Advances da un team di ricercatori statunitensi, ucraini e polacchi, è il risultato della prima ricerca genetica su cani di Chernobyl e, quindi, su un grande mammifero che vive nell'area vietata e il primo passo di un progetto più ampio per determinare come i cani si sono adattati per sopravvivere in uno dei luoghi più radioattivi della Terra. Gli scienziati sperano di utilizzare le conoscenze acquisite per comprendere meglio gli effetti dell'esposizione alle radiazioni a lungo termine sulla genetica e sulla salute umana. Intanto dallo studio pubblicato su Science Advances emerge che «Il DNA raccolto dai cani rinselvatichiti che vivono oggi vicino alla centrale elettrica rivela che sono i discendenti di cani che erano presenti al momento dell'incidente o che si erano stabiliti nell'area poco dopo». I ricercatori evidenziano che «In questo studio, caratterizziamo la composizione genetica dei cani riproduttori liberi che vivono all'interno e intorno al sito del disastro nucleare di Chernobyl del 1986. Precedenti studi hanno dimostrato che i due più grandi disastri nucleari della storia, verificatisi al CNPP nel 1986 e alla centrale nucleare di Fukushima Daiichi nel 2011, hanno entrambi portato a enormi conseguenze ecologiche per la fauna selvatica e gli animali domestici (16-18 ) . Tuttavia, a Chernobyl è stata rilasciata molta più radioattività che a Fukushima, compreso circa sei volte più cesio-137, un radionuclide di lunga vita con un'emivita di oltre 30 anni». Una delle autrici dello studio, Elaine Ostrander del National Human Genome Research Institute del  National Institutes of Health Usa, sottolinea in un’intervista a Nature che «Abbiamo così tanto da imparare da questi animali. Questa è un'occasione d'oro per vedere cosa succede quando generazioni di grandi mammiferi vivono in un ambiente ostile». Gli impatti immediati dell'incidente di Chernobyl sono stati evidenti: circa 30 persone che lavoravano alla centrale elettrica e vigili del fuoco e liquidatori sono morti per avvelenamento da radiazioni entro pochi mesi dalla catastrofe, ancora di più per cancro negli anni successivi. Nelle zone intorno alla centrale esplosa i pini sono appassiti e molte specie di insetti sono scomparse, incapaci di sopravvivere nel suolo radioattivo. Quello che è meno chiaro è come i bassi livelli di materiale radioattivo persistente dopo il disastro colpiscano oggi le piante e gli animali che vivono nei dintorni di Chernobyl. Una manciata di studi ha riportato tassi di mutazione genetica insolitamente elevati nelle rondini e nei moscerini della frutta nelle vicinanze del reattore, che ora è sepolto in un sarcofago di acciaio e cemento. «Ma – ricorda David Brenner, un biofisico delle radiazioni alla Columbia University che non ha partecipato al nuovo studio - gli effetti sulla salute dei bassi livelli di radiazioni sono ancora oggetto di accesi dibattiti. Questo è importante perché le persone rischiano l'esposizione a basse dosi di radiazioni in tutti i tipi di contesti, anche attraverso determinate scansioni mediche o mentre lavorano in centrali nucleari. E’ davvero difficile capire gli effetti di questo tipo di esposizione, ma è piuttosto importante che lo facciamo». E’ stato questo uno dei fattori che nel 2017 ha portato l’autore senior dello studio, Timothy Mousseau, Department of biological sciences dell’università della South Carolinaa unirsi a una missione di volontariato per fornire assistenza veterinaria alle centinaia di cani randagi che vivono nella zona di esclusione, un'area di 2.600 Km2 attorno alla centrale nucleare dove è limitato l'accesso per motivi di sicurezza e da dove i militari russi che hanno invaso l’Ucraina nel 2022 si sono ritirati rapidamente dopo che i soldati hanno cominciato ad ammalarsi in massa. In tre anni di viaggi nell'area di Chernobyl, Mousseau e i suoi colleghi hanno raccolto campioni di sangue da circa 300 cani che vivevano accanto alla centrale nucleare e intorno alla città di Chernobyl e l'analisi del DNA dei cani ha rivelato che, a differenza di lupi e orsi e di altri animali che sono ritornati nell’area dalla quale erano scomparsi prima del disastro, i cani randagi «Non erano nuovi arrivati ​​nella zona». Confrontando i profili genetici dei cani di Chernobyl con quelli di altri cani randagi che vivono nell'Europa orientale, il team ha scoperto che «I canidi nelle vicinanze della centrale elettrica, alcuni dei quali sono imparentati con razze da pastore, sono rimasti isolati da altre popolazioni canine per decenni» e che, nonostante le preoccupazioni dei funzionari sovietici che i cani di Chernobyl migrassero e diffondessero materiale radioattivo, «La maggior parte di questi animali non si era spostata lontano: quelli che vivono più vicino alla centrale elettrica sono geneticamente distinti dai loro parenti che vivono a pochi chilometri di distanza». I ricercatori sottolineano anche un altro aspetto: «Coerentemente con studi precedenti, i nostri risultati evidenziano la tendenza dei cani semi-selvatici, proprio come i loro antenati canidi selvatici, a formare branchi di individui imparentati. Tuttavia, i nostri risultati rivelano anche che all'interno di questa regione, piccoli gruppi familiari o branchi di cani in libertà coesistono in stretta vicinanza l'uno con l'altro, un fenomeno in contrasto con la natura generalmente territoriale del più vicino antenato del cane domestico, il lupo grigio. I cani in libertà nelle aree urbane tendono ad adattare la loro territorialità e il movimento quotidiano in risposta agli esseri umani nella regione; generalmente il loro home range è costituito da un piccolo nucleo, dove dormono, e da una zona cuscinetto, dove cercano il cibo. La combinazione dei comportamenti osservati nei cani di Chernobyl e delle loro complesse strutture familiari suggerisce che le popolazioni di cani di Chernobyl violano il presupposto dell'accoppiamento casuale che è inerente a molti modelli genetici di popolazione. Quando si aumenta la specificità del solo luogo di campionamento, ad esempio, considerando solo i cani del CNPP o della stessa città di Chernobyl, rimane l'osservazione della complessa struttura familiare». Ostrander  fa notare che «La continua presenza dei cani nell'area dimostra che sono stati in grado di sopravvivere e riprodursi, anche mentre vivevano vicino al reattore. Il che è notevole. L'incidente del 1986 ha depositato il micidiale isotopo radioattivo cesio-137 a livelli da 10 a 400 volte più alti vicino alla centrale che nella città di Chernobyl, a soli 15 chilometri di distanza. I campioni di DNA canino sono incredibilmente preziosi perché i cani tendono a condividere molti degli stessi spazi e diete degli esseri umani. Non abbiamo mai avuto l'opportunità di fare questo lavoro su un animale che ci rispecchia così come i cani». Ma Brenner  avverte che «Scoprire quali cambiamenti genetici nei cani sono causati dalle radiazioni e quali sono causati da altri fattori, come consanguineità o inquinanti non radioattivi, non sarà facile». Il team è consapevole di questi problemi, ma i ricercatori sostengono che «La nostra conoscenza dettagliata degli antenati di questi cani, così come la conoscenza dei livelli di radiazioni a cui diversi cani sono stati storicamente esposti, fornisce un focus group ideale per i nostri studi futuri». Lo studio conclude: «In modo univoco, ogni singola popolazione [di cani]nella regione di Chernobyl ha sperimentato livelli differenziali di contaminazione che sono ben registrati, fornendo ulteriori vantaggi nella progettazione sperimentale. La nostra identificazione di aplotipi genomici condivisi e l'istituzione di origini moderne rispetto a quelle ancestrali rappresentano un obiettivo per futuri studi genetici sulle firme delle radiazioni. La popolazione di cani di Chernobyl ha un grande potenziale per informare gli studi sulla gestione delle risorse ambientali in una popolazione in ripresa. Il suo più grande potenziale, tuttavia, risiede nella comprensione delle basi biologiche della sopravvivenza animale e, in ultima analisi, umana in regioni ad alto e continuo impatto ambientale». Intanto, guerra permettendo, Mousseau ha in programma un'altra spedizione di campionamento a giugno. Se la guerra non ha fermato la ricerca, meno turisti “della catastrofe” visitano l’area della centrale nucleare e quindi non lasciano avanzi di cibo e i cani di Chernobyl stanno lottando per cavarsela. Quindi il team di scienziati sta lavorando con l’ONG Clean Future Fund per fornire cibo ai randagi, salvaguardando la sopravvivenza dei cani di Chernobyl - e la loro eredità radioattiva – anche negli attuali durissimi tempi di guerra e nella penuria che seguirà la guerra. L'articolo I cani randagi di Chernobyl, sopravvissuti al disastro nucleare (VIDEO) sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Dall’Ue nuove limiti all’arsenico negli alimenti per ridurre il rischio di cancro

L'arsenico è un elemento chimico presente in natura a basse concentrazioni nelle rocce, nel suolo e nelle acque sotterranee: gli alimenti e l'acqua potabile sono le principali vie di esposizione umana a questo inquinante, in grado di aumentare il rischio cancerogeno. Per questo la Commissione europea ha adottato nuove norme per ridurre la presenza di arsenico nei prodotti alimentari, considerando che le emissioni industriali dovute all'estrazione e alla combustione di combustibili fossili, come anche l'uso di fertilizzanti, preservanti del legno, insetticidi o erbicidi che contengono il contaminante, possono contribuire a livelli più elevati di arsenico nell'ambiente. «Adottiamo nuove misure per ridurre ulteriormente il rischio di esposizione a un contaminante cancerogeno nella filiera alimentare. I cittadini vogliono sapere che gli alimenti che consumano sono sicuri e queste nuove norme sono un'ulteriore prova del fatto che le regole di sicurezza alimentare dell'Ue rimangono le più rigorose al mondo», commenta la commissaria per la Salute e la sicurezza alimentare, Stella Kyriakides. La decisione, basata su una relazione scientifica dell'Efsa del 2021, è stata adottata dopo che gli Stati membri erano stati invitati a monitorare la presenza di arsenico negli alimenti; finora i tenori massimi di arsenico nei prodotti alimentari erano stati stabiliti nel 2015 sulla base di un parere dell'Efsa, secondo cui l'arsenico inorganico può provocare il cancro della pelle, della vescica e dei polmoni. In particolare, la nuova misura riduce la concentrazione di arsenico inorganico consentita nel riso bianco e fissa nuovi limiti per l'arsenico in molti alimenti a base di riso, formule per lattanti, alimenti per la prima infanzia, succhi di frutta e nel sale. L'articolo Dall’Ue nuove limiti all’arsenico negli alimenti per ridurre il rischio di cancro sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Accordo Ue da 264 milioni di euro per finanziare 26 centrali fotovoltaiche (255 MW) in Italia

La Banca Europea per gli Investimenti (BEI), Crédit Agricole Corporate and Investment Bank filiale di Milano (Crédit Agricole CIB), Natixis Corporate and Investment Banking (Natixis CIB) e Reden hanno concluso un'operazione di project financing da 264 milioni di euro per finanziare uno dei più grandi portafogli fotovoltaici in Italia.  La BEI spiega che «Il finanziamento sosterrà la costruzione e la gestione di un massimo di 26 centrali fotovoltaiche con una capacità installata totale fino a 255 MW in tutta Italia. 11 di queste  saranno realizzati nel sud del Paese, 8 nel nord e 7 nel centro Italia. Tutte le centrali saranno operative entro il primo trimestre del 2025 e produrranno circa 470 GWh all'anno di energia elettrica rinnovabile, sufficienti a soddisfare la domanda di oltre 190.000 famiglie italiane». Un’operazione contribuirà al raggiungimento degli ambiziosi obiettivi di RepowerEU della BEI e degli obiettivi di produzione di energia rinnovabile dell'Italia. Inoltre, si prevede inoltre che questi investimenti nel fotovoltaico eviteranno l’emissione di circa 3,3 milioni di tonnellate di CO2 nel corso della durata della vita utile degli impianti. La Bei specifica che «La maggior parte degli impianti beneficerà della tariffa incentivante prevista dal Decreto FER 1 in quanto sorgerà su terreni industriali e genererà quindi ricavi convenzionati per 20 anni. Per il resto, che sarà costruito su terreni agricoli, il mutuatario - Reden Development Italy - dovrebbe firmare contratti di acquisto di energia elettrica a lungo termine o vendere l'elettricità sul mercato». Si tratta di un finanziamento classificato come prestito verde secondo i  Green Loan Principles della Loan Market Association e per i partner dell’accordo «E’ un punto di riferimento importante per il settore, in quanto è uno dei più grandi portafogli fotovoltaici greenfield in Italia che combina tariffe incentivanti, contratti di acquisto di energia elettrica a lungo termine e entrate di mercato». La vicepresidente della BEI  Gelsomina Vigliotti ha commentato: «In qualità di banca climatica dell'Ue, siamo lieti di cofinanziare la costruzione di uno dei più grandi portafogli fotovoltaici greenfield in Italia, che genererà energia rinnovabile sufficiente a soddisfare la domanda di oltre 190.000 famiglie italiane. Questa operazione dimostra ancora una volta il forte impegno della BEI a sostenere il piano REPowerEU e a rendere l'Europa il primo continente a emissioni zero al mondo». Thierry Carcel, AD di Reden Solar, ha ricordato che «Dopo la nostra decisione strategica di entrare nel mercato italiano nel 2021, questo primo finanziamento per Reden in Italia conferma la nostra forte ambizione di sviluppare la nostra presenza nel Paese e di contribuire attivamente alla crescita verde e alla transizione energetica dell'Italia. Con il supporto del gruppo, il nostro team, con sede a Roma e guidato da Luca Crisi, gestirà la costruzione e la gestione di questo portafoglio. Stanno inoltre già lavorando su ulteriori progetti avanzati per raggiungere più di 1 GW di capacità installata in Italia entro il 2027». Jamie Mabilat, Country Head di Crédit Agricole CIB in Italia, ha sottolineato che «In qualità di banca di relazione chiave di Reden, siamo lieti di supportare l'espansione dell'azienda nel mercato italiano e i suoi ambiziosi piani di crescita. Questa transazione dimostra il forte impegno di Crédit Agricole CIB per la transizione energetica e la nostra posizione di leader nel mercato dei prestiti verdi. Vorremmo anche ringraziare il management di Reden per la fiducia dimostrata nell'affidare a Crédit Agricole CIB la guida di questa operazione molto importante. Guido Pescione, Country Head della filiale milanese di Natixis CIB, ha aggiunto: «Siamo orgogliosi di essere stati incaricati come unico sottoscrittore della prima iniziativa greenfield di Reden in Italia. Questa straordinaria transazione dimostra ulteriormente gli sforzi di Natixis per sostenere lo sviluppo delle energie rinnovabili nella transizione verde e i suoi valori ambientali e di sostenibilità». Tutti gli impianti saranno interamente di proprietà di Reden Development Italy Srl, che fa parte del Gruppo Reden Solar recentemente acquisito dal Mandel Consortium, la cui maggioranza è detenuta dal principale fondo di investimento globale Macquarie. La filiale italiana di Reden si occuperà anche dei lavori di costruzione e delle attività di gestione e manutenzione. L'articolo Accordo Ue da 264 milioni di euro per finanziare 26 centrali fotovoltaiche (255 MW) in Italia sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Senza politica industriale a rischio il 48% della produzione italiana di batterie

Mentre l’Unione europea continua a reinviare il via libera definitivo ad una mobilità a emissioni zero – per auto e furgoni – a partire dal 2035, anche grazie alle pressioni messe in campo dal Governo italiano, la nascente industria delle batterie guarda alle opportunità garantite sull’altra sponda dell’Atlantico. Una nuova analisi di Transport & Environment (T&E) documenta infatti che quasi la metà (48%) della produzione di batterie agli ioni di litio pianificata oggi in Italia rischia di andare incontro a ritardi, di essere ridimensionata o addirittura cancellata. Emblematico il caso di Italvolt: «Il progetto inizialmente previsto a Scarmagno vicino Torino potrebbe subire ritardi o venire ridimensionato a favore del suo gemello Statevolt in California. Al momento sullo stabilimento che dovrebbe sorgere in Piemonte persistono incertezze in merito ai finanziamenti e ai permessi necessari alla costruzione». Ma non si tratta di rischi che riguardano solo l’Italia, anzi. In tutta Europa sia a rischio il 68% della capacità produttiva di batterie agli ioni di litio prevista per i prossimi anni. A determinare questa situazione è soprattutto  l’Inflation reduction act (Ira), la legge approvata da Washington per attirare la produzione di tecnologie verdi, in assenza di equivalenti strumenti comuni di sostegno finanziario da parte dell’Ue. T&E ha analizzato la situazione delle 50 gigafactory annunciate in Europa, mostrando come 1,2 TWh di produzione europea di batterie, in grado di equipaggiare 18 milioni di auto elettriche, sia attualmente ad alto o medio rischio di interruzione o delocalizzazione. A rischiare maggiormente di veder svanire la capacità industriale attualmente prevista sono Germania – Tesla ha già dichiarato che concentrerà la fabbricazione di celle negli Stati Uniti per sfruttare gli incentivi dell’Ira, piuttosto che nella gigafactory di Berlino – Ungheria, Spagna, Italia e Regno Unito. «I piani industriali per la produzione di batterie nella Ue sono sotto il fuoco incrociato di Stati Uniti e Cina – commenta Carlo Tritto, policy officer di T&E Italia – Per competere efficacemente, l'Unione Europea deve dotarsi subito di una politica industriale verde incentrata sulle batterie, fornendo un robusto sostegno per aumentarne i volumi di produzione. In caso contrario si rischia di accumulare un ritardo che potrebbe tradursi in una pesante sconfitta industriale». L'articolo Senza politica industriale a rischio il 48% della produzione italiana di batterie sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

I leader delle nazioni più povere: i nostri Paesi impoveriti e saccheggiati dalle potenze occidentali

Il paradosso è già nel fatto che la quinta United Nations Conference on the Least Developed Countries (LDC5) sia ospitata a Doha, la capitale di uno dei Paesi più ricchi del mondo.  Aprendo ieri il summit che durerà fino al 9 marzo e che dovrebbe accelerare lo sviluppo sostenibile dove l'assistenza internazionale è più necessaria per sbloccare il pieno potenziale dei Paesi più vulnerabili del mondo e aiutarli ad avviarli verso la strada della prosperità, il segretario generale António Guterres ha ricordato che «Tre anni dopo che il mondo ha iniziato la sua epica lotta contro il Covid-19, i Paesi meno sviluppati (LDC) – già alle prese con gravi ostacoli strutturali allo sviluppo sostenibile e altamente vulnerabili agli shock economici e ambientali – si sono trovati bloccati in mezzo a una crescente ondata di crisi , incertezza, caos climatico e profonda ingiustizia globale. I sistemi, dalla sanità e dall'istruzione alla protezione sociale, alle infrastrutture e alla creazione di posti di lavoro, sono limitati o inesistenti. E sta solo peggiorando. Il sistema finanziario globale, creato dai Paesi ricchi per servire i propri interessi, è estremamente ingiusto nei confronti dei Paesi meno sviluppati, che devono pagare tassi di interesse che possono essere 8 volte superiori a quelli dei Paesi sviluppati. Oggi, 25 economie in via di sviluppo stanno spendendo oltre il 20% delle entrate pubbliche esclusivamente per pagare gli interessi sul debito». E i leader delle nazioni più povere del mondo hanno espresso  tutta la loro delusione e amarezza per il trattamento riservato ai loro Paesi da parte delle c

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