CATANIA – La Corte d’assise d’appello di Catania ha confermato l’ergastolo per Paolo Censabella e per Antonino Marano, noto come il “killer delle carceri”, per l’omicidio di Dario Chiappone, il 27enne accoltellato sedici volte al collo e al torace a Riposto nella serata del 31 ottobre 2016. Lo riferisce il quotidiano La Sicilia. Secondo la Procura distrettuale di Catania, il movente sarebbe di natura passionale ed economica, connesso al legame che la vittima aveva con una donna che in passato aveva avuto una relazione con Censabella. Le indagini sull’omicidio sono state condotte dai carabinieri del comando provinciale di Catania e della compagnia di Giarre, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Ignazio Fonzo e del sostituto Santo Di Stefano.
Antonio Marano, 82 anni, condannato a un ulteriore ergastolo, è stato un spietato sicario della mafia catanese negli anni Ottanta e vanta una lunga carriera criminale; è passato alle cronache come uno dei cosiddetti killer delle carceri insieme al complice Antonino Faro e in contrapposizione a Vincenzo Andraus. In passato, quando si trovava nel carcere di San Vittore a Milano con Faro, aveva minacciato di possedere una bomba e, insieme al complice, tentò di irrompere nella cella di Andraus per ucciderlo con un pezzo di tubo della doccia che avevano staccato manualmente, spiegando di voler “assassinare un infame”; l’intervento dei secondini però impedì l’omicidio. Durante il processo che li condannò a 17 anni ciascuno, non chiarirono il movente: «Se Andraus fosse morto — dichiarò Marano — si poteva dire, ma purtroppo è vivo. Quando morirà ne riparleremo…».
Il 5 ottobre 1987 Marano e Faro furono bersaglio di un attentato nell’aula della Corte d’assise di Milano: durante la requisitoria del pubblico ministero Francesco Di Maggio al processo Epaminonda, il detenuto Nuccio Miano esplose diversi colpi d’arma da fuoco contro di loro, ferendo due carabinieri. Un tentativo di vendetta avvenne l’anno successivo: il 7 novembre 1988, nell’aula-bunker delle Vallette di Torino, durante un processo collegato al cosiddetto ‘clan dei catanesi’ presieduto da Gustavo Zagrebelsky, Marano lanciò da una delle gabbie una bomba carta verso la cella dove si trovavano i fratelli Nuccio e Luigi ‘Jimmy’ Miano. L’ordigno artigianale — realizzato con esplosivo nascosto in un pacchetto di sigarette — non raggiunse il bersaglio, ma danneggiò una canaletta elettrica e sventrò un termosifone in ghisa.

