Hanno vinto, comunque. Perché quanto vissuto non si dimenticherà mai. Quanto è stato scritto, neppure. Per loro è storia. Per noi, ammirati e compiaciuti compagni di chi condivide quel Pianeta in cui loro occupano soltanto 9 di 10 isole (ebbene sì, nemmeno tutte abitate) è stato un privilegio emozionante lasciarsi coinvolgere nel loro cammino.
Sarà pure finita l’avventura iridata dell’Arcipelago di Capo Verde, imbattuta nei novanta minuti con tanto di resistenza tra Spagna ed Argentina ma battuta proprio dall’Albiceleste alla fine dei supplementari più belli di sempre, ma sempre ricorderemo una delle più grosse favole delle edizioni finali dei Mondiali. Il paese più piccolo di sempre, appena poco più di mezzo milione di abitanti, a raggiungere una fase ed eliminazione diretta della massima competizione iridata calcistica. Incredibile, ma vero.
E s’è giocata a testa alta, anzi altissima, silenziando e rimontando due volte uno stadio completamente albiceleste e la nazionale campione del mondo in carica. Davanti ad uno dei calciatori più forti della storia, Lionel Messi, tra l’altro. Quel sogno del 40enne Vozinha divenuto realtà. Il pari di Cabral, quel jolly a giro, sarà traiettoria destinata a riecheggiar a lungo negli spot o reclami Fifa.
E’ stato qualcosa di generazionale. Gli squali, il loro stemma, quei cavalli sulla spiaggia. Piccolo colonia portoghese, indipendente dal 1785. C’è qualcuno che mezzo secolo fa, i più anziani ma pieni di salute per l’aria oceanica, non avrebbe mai sognato o pensato di viver tutto questo. Nessuno si sarebbe mai prospettato scenario del genere: nello sport, soprattutto nel calcio, un arcipelago in pieno Atlantico al largo del Senegal che macroscopicamente diventa un insieme di puntini combattere testa a testa la gigantesca, in confronto, Argentina.
Ma la bellezza, intrinsecamente purezza, dello sport.. è tutta qui. Ha vinto il calcio. Ha vinto il Mondiale. Ne ha vinto l’essenza. Indipendentemente da chi sarà il vero vincitore finale, c’è qualcuno che ha già vinto. Comunque.

