30 Giugno 2026

Agrigento – Abusi sessuali su cinque giovani connazionali: condannato a 14 anni

AGRIGENTO - Il giudice per l'udienza preliminare del Tribunale di Agrigento ha condannato a 14 anni di reclusione un cittadino bengalese di 39 anni, residente in città, ritenuto responsabile di violenza sessuale aggravata e minacce nei confronti di cinque giovani connazionali. La sentenza è stata pronunciata dal Gup Michele Dubini, che ha inflitto una pena…
27 Giugno 2026
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AGRIGENTO – Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Agrigento ha condannato a 14 anni di reclusione un cittadino bengalese di 39 anni, residente in città, ritenuto responsabile di violenza sessuale aggravata e minacce nei confronti di cinque giovani connazionali.

La sentenza è stata pronunciata dal Gup Michele Dubini, che ha inflitto una pena superiore rispetto ai 12 anni e 4 mesi richiesti dalla pubblico ministero Elettra Consoli, nell’ambito del processo celebrato con il rito abbreviato.

La difesa dell’imputato, rappresentata dall’avvocato Salvatore Pennica, aveva chiesto l’assoluzione sostenendo l’insufficienza degli elementi di prova. In subordine aveva domandato l’esclusione delle aggravanti contestate e la concessione degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico.

Secondo quanto ricostruito dall’accusa, l’uomo avrebbe approfittato della particolare condizione di vulnerabilità di cinque giovani connazionali, arrivati in Italia senza il supporto delle rispettive famiglie.

L’imputato avrebbe conquistato la loro fiducia offrendo ospitalità e sostegno, per poi, tra marzo e dicembre del 2024, attirarli con vari pretesti nella propria abitazione o in locali vicini e costringerli a subire abusi sessuali mediante violenza, minacce e intimidazioni.

Le presunte vittime hanno un’età compresa tra i 17 e i 25 anni. In uno degli episodi contestati, secondo l’accusa, il 39enne avrebbe fatto assumere alcolici a uno dei ragazzi per ridurne la capacità di opporsi.

All’uomo viene contestato anche un episodio di minacce risalente al 21 gennaio 2025. Secondo l’impianto accusatorio, avrebbe intimidito uno dei giovani convocato in questura come persona informata sui fatti, invitandolo a non denunciare quanto accaduto.

Tra le frasi contestate vi sarebbe anche la minaccia secondo cui “chi testimoniava in Italia, poi moriva per impiccagione”.

Con la sentenza di primo grado il giudice ha riconosciuto la responsabilità dell’imputato per i reati contestati. La decisione potrà essere impugnata nei successivi gradi di giudizio.