Di Maio: «Stop politica dei selfie e il nome è provvisorio». Primo vertice di Insieme per il Futuro

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Luigi Di Maio è raggiante. Alle cinque del pomeriggio esce dal grande portone della Sala della Lupa, il salone al secondo piano di Montecitorio dove un secolo fa si riunirono i deputati “aventiniani” dopo il delitto Matteotti, attorniato dai suoi. Sorrisi, battute, strette di mano. La nave di Insieme per il futuro, il gruppo degli oltre 60 parlamentari fuoriusciti dal Movimento 5 stelle, è ufficialmente varata. E ora è pronta a salpare verso il mare aperto, sulla rotta della «stabilità del governo» e dello «stop alle ambiguità in politica estera».

«Stop politica dei selfie e il nome è provvisorio»

«È il momento di dire basta a populismi e qualunquismi» avverte il ministro degli Esteri, in uno dei passaggi più applauditi del suo intervento davanti ai neonati gruppi parlamentari di “Ipf” (ma il nome, assicura Vincenzo Spadafora, non è quello definitivo: «Per questo ne volevamo uno da far dimenticare in un mese…»). «I messaggi di odio non sono più tollerabili», afferma Di Maio. «È ora di farla finita con la politica dei selfie. Serve concretezza».

IL VOTO

Il ministro parla ai suoi per oltre un’ora. Poi si passa alle votazioni, tutte «all’unanimità». Ed ecco individuati i capigruppo di Camera e Senato: la trentenne campana Iolanda Di Stasio (felicissima accanto al leader nel suo abito blu elettrico) e l’ex giornalista Primo Di Nicola. Tra i vertici neo-designati figura anche l’ex ministro Spadafora: sarà il “coordinatore politico”. Un po’ come il vecchio capo politico del M5S? «No, quello lasciamolo stare che non ha portato bene», ci scherza su un altro dimaiano. E poi il senatore Giuseppe L’Abbate, con l’incarico di coordinatore del «manifesto politico» di Insieme per il futuro. Sarà un vero partito, quindi? Sì, no, forse. «Non un partito personale – assicura Di Maio – Piuttosto una forza che ascolterà le esigenze dei tanti sindaci che in queste ore mi stanno contattando. Sarà un’onda civica».
GLI EX GRILLINI
Sono cresciuti, gli ex grillini. Nei numeri: «Ci aspettiamo altri arrivi nelle prossime ore», ripetono come un mantra. Lucia Azzolina, Alfonso Bonafede? «Niente nomi, per ora». Ma l’impressione, seppure in un contesto che un po’ ricorda il primo giorno di scuola, è che i tempi dello sbarco dei “marziani” in Parlamento siano definitivamente archiviati. «Abbiamo vissuto un percorso di crescita nelle istituzioni, siamo più maturi: è giusto riconoscerlo – confessa la sottosegretaria Dalila Nesci –. Vivaddio, come ha detto Luigi, uno non vale più uno». Anche i toni non sono più quelli di una volta. «Perché non mi sono dimesso dopo aver lasciato il M5s? Ho preso le distanze da un progetto che si sta radicalizzando – risponde Di Maio di fronte alla selva di telecamere in piazza del Parlamento –. Non potevo restare con chi per inseguire un sondaggio ha messo in discussione la sicurezza del governo». Il ministro non fa il nome di Giuseppe Conte, ma è a lui che mira. «C’è chi continua ad alimentare odio contro di noi, ce ne facciamo una ragione e andiamo avanti con il sorriso». Qualcuno fa notare che il copyright della frase è di Matteo Renzi, ma i dimaiani non si scompongono. Anzi. Lasciando la sala della Lupa, il gruppo dei parlamentari di Ipf incrocia il presidente di Italia Viva, Ettore Rosato: «Ecco un nuovo arrivo!», scherza Sergio Battelli. Subito prima, il momento foto di gruppo, sempre nel salone degli aventiniani: «Una volta ospitava i secessionisti, oggi gli scissionisti…», commenta malevolo un deputato di passaggio. Che siano già pronti per entrare nel “campo largo”, i seguaci di Di Maio, al posto di Giuseppe Conte? Risponde Nicola Zingaretti: «Il Pd deve pensare al futuro dell’Italia, l’importante è che tutti e due i gruppi sostengano Draghi».

LA PARTITA COMMISSIONI
Conte, dal canto suo, ribatte serafico. «Mi viene fatto notare che non siamo più la prima forza politica in Parlamento. Essere i primi nel Palazzo non è tutto – rintuzza l’avvocato sui social – L’importante è essere i primi a tendere la mano alle famiglie in difficoltà». Ma al di là dei proclami di pace, è sul terreno delle presidenze di commissione che tra M5S ed “ex” si è già spostato lo scontro. I contiani chiedono un riequilibrio, visto che con la scissione ne hanno perse quattro: Politiche Ue, Agricoltura, Esteri e – ciliegina sulla torta – pure quella d’inchiesta sulle Banche. Una battaglia di sostanza, più che di principio: è dalle commissioni che passano i progetti di legge che poi approdano in parlamento. Motivo per cui, se riequilibrio sarà, i dimaiani intendono vendere cara la pelle.

 

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