Pietro Gatti, il barista dell’Oriocenter scala il Monte Denali: «Un’impresa a -40 gradi, ho perso 8 chili»

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L’alpinista, che lavora in un locale del centro commerciale dell’aeroporto è stato quasi un mese nel Nord America: «Adesso penso già al Polo Sud»

Pietro Gatti
non ha tempo per recuperare. Risponde al telefono dal suo bar nell’Oriocenter di Bergamo, il centro commerciale vicino all’aeroporto, e racconta la sua ultima impresa mentre batte sul registratore di cassa gli scontrini per cappuccini e brioche. Voce grossa, pragmatismo lombardo, è rientrato il 4 giugno dall’Alaska, dove ha scalato il Monte Denali a 6.190 metri di quota. In realtà, lui in cima non c’è arrivato, si è dovuto fermare a 5.300 metri, al campo 5, l’ultimo, con la pressurizzazione a 60. I due compagni di cordata, Renato Malatesta (il leader) e Mario Salvi, entrambi marchigiani, hanno proseguito senza di lui, raggiungendo la vetta e tornando indietro con qualche problemino.

La spedizione

«Siamo partiti il 9 maggio diretti al Monte Denali, la più alta montagna del Nord America», ci racconta Pietro Gatti, 60 anni, tra una colazione e l’altra dei suoi clienti. «Sono attratto dal freddo, dalla neve e dalle quote alte, dalle situazioni estreme in generale. Non era la mia prima impresa, ne avevo fatte già parecchie lungo tutto l’arco alpino, sul Monte Rosa e il Monte Bianco». La spedizione è durata 25 giorni, ma quelli effettivi sul ghiacciaio sono stati diciassette. «Lì siamo arrivati anche a -40 gradi, verso la vetta».

Barrette e acqua (ghiacciata)

L’assistenza dall’Italia di sua moglie Lubi è stata fondamentale. «Lei mi teneva aggiornato sulle previsioni meteo». La mattina ci si metteva in cammino alle 10, prima era troppo freddo, e la sera ci si richiudeva in tenda verso le 19.30-20. «Muoversi a quelle temperature significa mangiare tutto leofilizzato, consumare barrettine energetiche, sciogliere tutti i giorni l’acqua che avremmo usato. Sul piano organizzativo è stato faticoso: dovevamo pianificare la giornata pensando a cosa poteva succedere, ai venti che soffiavano forte. È stato complicato, ma piacevole. Eravamo comunque attrezzati».

L’imprevisto

Il momento più difficile, per lui, è arrivato a quota 5.300 metri. Racconta: «Quando arrivi in ogni campo ti devi acclimatare, idratare, recuperare le energie, ricaricare le batterie. Io sono arrivato al quinto campo, l’ultimo prima della vetta, con un problema di ossigeno, la saturazione era scesa a 60, e mi sono dovuto fermare. Il team leader, Renato Malatesta, ha preferito ripartire subito, così li ho dovuti aspettare. Però la sua scelta è stata un po’ temeraria, perché senza essersi concessi una pausa di un paio di giorni sono poi ritornati al campo 5 senza energie, non idratati. Ci siamo dovuti fare carico di Renato e metterlo in sicurezza nelle mani dei ranger: ha avuto congelamenti alle mani, alle orecchie e al piede. I ranger poi hanno attivato le procedure di salvataggio ed è stato trasferito all’ospedale in una camera iperbarica».

Prossima missione al Polo Sud

Non essere arrivato in cima, con quello che è successo dopo, a Pietro un po’ dispiace. «Sono un po’ deluso, però penso già alla prossima missione: sto valutando se fare l’Himalaya o il Monte Vinson, al Polo Sud». Nel frattempo, continua a lavorare nel suo bar e cerca di rimettere gli otto chili persi in Alaska con le adorate carne, pizza e pasta. «Un grande classico!».

di Elvira Serra

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